Sui vaccini l’Europa ha perso

(Claudio Antonelli e Camilla Conti – la Verità) – Abbiamo ricostruito la filiera dei vaccini con tanto di mappe per l’ Europa, la Gran Bretagna e gli Usa. L’ obiettivo è comprendere chi produce, chi assembla e chi tiene in mano le chiavi di ciascun vaccino e chi gestisce i singoli siti come fossero carri armati. Purtroppo, l’Europa dimostra di avere perso la guerra dei vaccini. Di non poter essere autonoma dalla A alla Z e di dipendere da altri.

Soprattutto dagli Usa, ma anche dalla Gran Bretagna e persino indirettamente dall’ India. È chiaro a chiunque che le nazioni in grado di vaccinare prima i propri cittadini vinceranno la battaglia contro il virus e arriveranno prime nella corsa alla ripresa economica. Tradotto: chi vince la guerra dei vaccini salirà sul podio delle potenze globali. Per arrivare a questo obiettivo, semplice da comprendere e difficile da realizzare, un governo deve aver chiaro il concetto  di sicurezza nazionale. E perseguirlo in tutti i modi.

Israele ha utilizzato le proprie strategie. Ha dirottato già ad aprile del 2020 i fondi della Difesa ed è andato sul mercato opzionando a suon di shekel le prime tranche delle produzioni future. Gli Stati Uniti hanno unito la forza della finanza alla gestione militare per lavorare a stretto contatto con i colossi produttori.

Il programma Warp Speed è stato voluto già lo scorso maggio da Donald Trump ed è stato rilanciato a gennaio da Joe Biden. Risultato? Gli Usa adesso sono completamente autonomi e sul proprio territorio nazionale gestiscono l’ intera filiera che va dalla produzione di lipidi, dei vettori virali, dei principi attivi fino all’ infialamento. Gli Usa sono autonomi anche dal punto di vista dell’ mRna e del relativo inserimento nelle nanoparticelle.

Grazie all’ aiuto di un esperto La Verità ha tracciato la filiera americana su ricerche Oitaf. Pfizer, Moderna, Novavax e Johnson & Johnson hanno siti produttivi, di gestione dei bulk delle materie prime e siti di infialamento sparsi dal New Hampshire all’ Alabama.

Lo stabilimento di Kalamazoo in Tennesse è uno dei principali poli mondiali di assemblaggio, secondo solo agli stabilimenti indiani di Serum. Negli ultimi mesi Pfizer ha messo in attività due siti (McPherson in Kansas e Groton nel Connecticut) che hanno consentito quasi il raddoppio della produzione settimanale. Moderna a sua volta non scherza con il sito di Bloomington nell’ Indiana, così scendendo fino a Rochester nel Michigan. Ma gli Stati Uniti sono anche stati in grado di utilizzare la celebre Fujifilm con il suo ramo biotecnologico per convertirsi alla produzione di un vaccino di cui ancora non si sa nulla. Il progetto è secretato.

Washington ha anche avviato la produzione di un vaccino straniero. Si tratta dell’anglosvedese Astrazeneca. Il motivo è molto semplice. Gli Usa non solo hanno raggiunto l’obiettivo sovrano, ma lavorano pure alla scalabilità della produzione per realizzare milioni di fiale.

In poche parole se Joe Biden manterrà la promessa di vaccinare tutti entro il 4 luglio, dal giorno successivo i colossi a stelle strisce saranno in grado di inondare il mondo esportando di nuovo la democrazia Usa come si faceva ai vecchi tempi con i «tank», la Nato o i dollari. Userà la leva di forza in Europa, ma anche in altre parti del mondo. Questo anche perché Bruxelles non ha giocato di anticipo e non ha saputo applicare il concetto di sicurezza nazionale a una pandemia.

Non l’ ha fatto perché l’ Ue non è una nazione e perché non ha afferrato un concetto: se ci si avvia a una guerra, bisogna avere le armi per vincerla. Come si può vedere dalla mappa della filiera vaccinale che La Verità ha potuto ricostruire, si vede chiaramente come la gran parte dei Paesi ha stabilimenti in grado di assemblare e infialare dosi le cui materie prima provengono al momento dagli Usa o dalla Germania. Berlino è l’ area che, grazie a Biontech, ha più siti produttivi.

Ma per arrivare prima ha dovuto allearsi con Pfizer, il colosso che in quanto americano risponde a Biden. Al di fuori però della joint venture con Biontech, sia Pfizer che Curevac devono rispettare una clausola contenuta negli accordi chiamata «breach of contract» – se non la rispetti , decade il contratto – che di fatto impedisce loro di «deviare» negli Stati Uniti l’ eventuale parte in eccesso di vaccini prodotti nell’ Unione.

Se lo fanno, devono restituire il 50% dell’ importo come risarcimento. Bruxelles potrebbe anche decidere di bloccare il sito in Portogallo dove si lavora per l’ americana Novavax o lo stabilimento di Saint Amand in Francia dove si assembla Moderna, ma sarebbe come fare il solletico a chi sta Oltreoceano. Per capire ancor meglio quanto l’Ue cammini sul filo di lana bisogna analizzare il rapporto con la Gran Bretagna, fresca di Brexit.

Astrazenaca è la pietra dello scandalo. Il produttore anglosvedese ci ha messo del suo infilando una serie di errori, ma la prima a bloccare l’ export è stata proprio l’ Ue, adottando a fine gennaio il meccanismo che ha permesso nei giorni scorsi all’ Italia di stoppare le 250.000 dosi di vaccino verso l’ Australia.

Così Astrazeneca, mentre fa i conti con il caso dei lotti finiti sotto inchiesta, venerdì sera ha annunciato nuovi tagli alle forniture. In sostanza, il gruppo ha ridotto le previsioni di fornitura all’ Ue nel primo trimestre a circa 30 milioni di dosi. Si tratta dell’ ennesimo rallentamento dopo quello annunciato il 24 febbraio. In quell’ occasione veniva inoltre precisato che «il contratto con la Commissione europea è stato siglato in agosto del 2020 e in quel momento non era possibile fare una stima precisa delle dosi. A questa complessità si è aggiunta una produttività inferiore alle previsioni nello stabilimento destinato alla produzione Ue, e per questo non siamo ancora in grado di fornire previsioni dettagliate per il secondo trimestre».

Per restare in linea con quanto indicato nel contratto, Astrazeneca aveva sottolineato come «circa la metà delle dosi previste provenga dalla catena di approvvigionamento europea nella quale stiamo continuando a lavorare per aumentarne la produttività. Il resto proverrà dalla nostra rete internazionale». Per raggiungere la consegna di 180 milioni di dosi all’ Europa nel secondo trimestre sarebbe stata dunque sfruttata la capacità globale. Perché allora la produzione è tornata in affanno?

Dopo i problemi di esportazioni con gli Usa, dalla scorsa domenica anche l’ India – che con il colosso Serum produce centinaia di milioni di dosi Astrazeneca – ha deciso di porre un freno alle esportazioni privilegiando la sua popolazione. L’ effetto ricade così non solo su Londra ma anche su tutto il Vecchio continente.

Ma c’ è di più. Il Financial Times svela che le difficoltà di Astrazeneca sono in parte legate all’ impianto olandese gestito da Halix che non ha ancora ricevuto il via libera dell’ Ue, chiesto lo scorso agosto. «Significherebbe che tre dei quattro impianti elencati nel contratto originale dell’ Ue non forniscono dosi all’ Ue», scrive l’ Ft. La supply chain di Astrazeneca dedicata all’ Europa continentale oggi si compone, escludendo i fornitori secondari (tipo la Catalent di Anagni), dell’ olandese Halix e di uno stabilimento a Seneffe in Belgio che si occupa di produrre e fornire il vettore virale.

Questo impianto, che oggi regge la maggior parte della produzione di adenovirus, era di proprietà di Novasep, ma a metà gennaio è stato rilevato dall’ americana Thermo Fisher. E proprio a Seneffe si sono verificati alcuni problemi alla fase di filtraggio che hanno provocato la riduzione della produzione già nei mesi scorsi. Intanto ci sono dosi stoccate nello stabilimento olandese che attendono l’ ok di Ema e di Bruxelles per essere rilasciate.

La cosa strana è che l’ agenzia del farmaco olandese (corrispondente alla nostra Aifa) ha già dato a dicembre il suo ok alla prima linea produttiva. Quindi, da una parte l’ Ue continua a minacciare misure contro Astrazeneca perché «non sta facendo di tutto per onorare i suoi impegni», come ha tuonato venerdì il commissario all’ industria, Thierry Breton, chiamando in causa addirittura il cda dell’ azienda.

Ma dall’ altra non concede il via libera alla distribuzione, o almeno così sembra. È chiaro però che una guerra così organizzata fa solo che male ai Paesi membri.

Un altro esempio per essere più chiari. Uno dei brevetti vaccinali su cui Bruxelles vuole puntare è in mano alla francese Valneva. L’ azienda in patria ha solo sede e attività amministrative.

I siti di produzione e assemblaggio sono divisi tra Vienna, Solna in Svezia e Livingstone in Scozia. Inutile dire che quest’ ultimo è il principale. Se l’ ostruzionismo (giustificato che sia) contro Astrazeneca e Boris Johnson andrà avanti, a Londra basterà mettere il divieto di export dalla Scozia per troncare sul nascere le aspettative di un nuovo vaccino made in Ue. Il medesimo discorso vale anche per altre filiere di produttori tedeschi come Curevac o Corden.

Non è un caso che dietro la strategia Ue ci siano il pensiero tedesco e il braccio politico del Ppe. Il primo a sparare contro Boris Johnson è stato, in effetti, Charles Michel, con l’ intento di alzare la palla al presidente del gruppo Max Weber. Il quale ha twittato: «La smettano di darci delle lezioni e ci mostrino i dati dell’ esportazione dei vaccini in Europa o altrove. Negli ultimi mesi sono stati inviati 8 milioni di vaccini Biontech/Pfizer dall’ Europa al Regno Unito, quanti vaccini avete inviato in Europa?», ha scritto Weber.

Dichiarazioni utili per la campagna elettorale tedesca, entrata già nel vivo, ma alla fine dannose per la campagna vaccinale europea. Perché come adesso appare evidente, il Vecchio continente non è autosufficiente sul fronte delle dosi. Speriamo che l’ Italia non resti schiacciata tra i problemi tedeschi e le fregole anti Brexit. E che, mentre mette in piedi un polo produttivo per il 2022, trovi una terza via.

4 replies

  1. Non l’ ha fatto perché l’ Ue non è una nazione e perché non ha afferrato un concetto: se ci si avvia a una guerra, bisogna avere le armi per vincerla. Scrivono questi BASTARDl.

    Non l’ha fatto perchè al suo interno l’Unione è divisa, con forte peso politico di forze contrarie, a cui il foglio di carta igienica di belpietro da una mano con quotidiane campagne d’odio e menzogne.
    IPOCRlTl di 💩💩💩

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  2. I siti di produzione e assemblaggio (di AstraZeneca) sono divisi tra Vienna, Solna in Svezia e Livingstone in Scozia. Inutile dire che quest’ ultimo è il principale. Se l’ ostruzionismo (giustificato che sia) contro Astrazeneca e Boris Johnson andrà avanti, a Londra basterà mettere il divieto di export dalla Scozia per troncare sul nascere le aspettative di un nuovo vaccino made in Ue.
    E BELPIETRO GODEPER LA BREXIT.
    Ma potrebbero esserci controindicazioni a volersi mettere contro al tuo miglior cliente in termini di fatturato e margini.
    Potrebbero,le autorità nazionali di farmaco vigilanza, coordinandosi con l’EMA, stabilire l’utilizzo di farmaci generici o concorrenti ogni volta che si presentasse l’occasione per sbattere fuori mercato AstraZeneca.

    Giusto per chiarire le idee a belpietro, perchè non diamo uno sguardo alla quotazione in borsa di AstraZeneca?

    17/2 7.484 Sterline
    03/3 6.736 Sterline con l’effetto presentazione J&J
    10/03 7.205 Sterline con il successo della campagna di vaccinazione e screening in Israele
    15/03 6.950 Sterline con i primi STOP in giro per l’Europa. E attendiamo di vedere il crollo di domani, dopo la sospensione di Francia, Germania e Italia, a cui si sono aggiunte Olanda e Austria oltre alla Danimarca, che lo aveva già sospeso.

    Io, dopo aver visto il successo di questo vaccino in Israele, ritengo che sia valido, seppur basato su metodi tradizionali e non innovativi, come la tecnologia mRNA di Pfizer-Biontech e Moderna. Ma comincio a sospettare una PUNIZIONE POLITICA per metterli con le spalle al muro anche per il futuro.
    Forse dovremo sopportare qualche mese in più di sofferenza, ma gli altri produttori stanno tenendo fede agli impegni.
    Vendessero le loro fiale in Africa, in Asia e in Sud America. E anche le altre produzioni a prezzi commisurati alle capacità di spesa locali.

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