Cosa dice il Garante della privacy sull’obbligo dei vaccini per i lavoratori

L’autorità ha pubblicato delle linee guida sul trattamento dei dati personali che riguardano le vaccinazioni contro il coronavirus e sull’ipotesi dell’obbligo da parte del datore di lavoro

(Vincenzo Tiani – wired.it) – Con i vaccini in campo per coprire la popolazione il prima possibile dal coronavirus, da tempo ci si chiede se la vaccinazione possa essere imposta dal datore di lavoro ai dipendenti, soprattutto nei casi che riguardano strutture sanitarie. Vengono in aiuto sul punto le indicazioni del Garante per la protezione dei dati personali. La materia è delicata perché non solo va a toccare appunto il trattamento dei dati sanitari, che come sappiamo richiede particolari tutele, ma anche per il potenziale effetto discriminatorio che la scelta di un dipendente di non vaccinarsi potrebbe avere. A ciò fanno da contraltare la protezione della popolazione e la necessità delle imprese di ripartire il prima possibile per riprendersi dalla peggiore crisi economica dal 2008.

Cosa dice il Garante

Si potrebbe dunque pensare che laddove vi sia il consenso del dipendente non ci sia alcun problema per il trattamento dei dati. Non è così. A prescindere dal caso di specie dei vaccini, da subito il consenso è stato sempre additato come la base giuridica meno adatta a giustificare il trattamento dei dati personali del dipendente. Dovendo essere libero per essere considerato valido, visto il rapporto di dipendenza esistente tra datore di lavoro e sottoposti, la richiesta del primo difficilmente potrebbe portare a una libera scelta degli ultimi (considerando l’articolo 43 del regolamento generale europeo per la protezione dei dati, Gdpr).

Come riportato sul sito del Garante dunque, chiedere direttamente ai dipendenti di rivelare se hanno fatto il vaccino o meno non può essere la via maestra. Non è consentito dalle disposizioni dell’emergenza e dalla disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e il consenso del dipendente non potrebbe costituire un modo per aggirare quella norma. Quello che può fare il dipendente invece è “acquisire, in base al quadro normativo vigente, i soli giudizi di idoneità alla mansione specifica redatti dal medico competente”.

Non esistendo al momento una legislazione speciale sul punto che imponga il vaccino a determinate categorie di lavoratori, la normativa di riferimento resta quella delle “misure speciali di protezione” previste per gli ambienti lavorativi esposti ad “agenti biologici” (articolo 279 del decreto legislativo 81/2008). Come riportato dal Garante, anche in questo caso resta comunque il medico competente l’unica figura che può trattare i dati personali dei dipendenti. In base alle sue indicazioni di inidoneità parziale o temporanea del dipendente, il datore di lavoro dovrà attuare le misure organizzative necessarie per agevolare lo svolgimento delle varie mansioni.

La questione dei passaporti vaccinali

In parallelo, in Europa ci si interroga sulla natura dei passaporti vaccinali che potrebbero essere introdotti per facilitare il ritorno alla vita pre-pandemia fatta di aerei, hotel, ristoranti. La Commissione europea ne ha parlato nella sua ultima comunicazione di gennaio affermando che il riconoscimento reciproco tra gli Stati della documentazione vaccinale è fondamentale, così come lo è che il framework condiviso rispetti la normativa della protezione dei dati. Sarà necessario adottare uno standard comune e capire come e dove saranno registrate le informazioni sui vaccinati. Su Techcrunch ci si chiede se il dibattito sul passaporto vaccinale sarà altrettanto acceso come è stato quello sulle app di contact tracing

Come evidenziato su Agenda Digitale anche da Guido Scorza, componente del collegio del Garante, servirà comunque una legge ad hoc che possa giustificare il trattamento dei dati personali sanitari tramite il “passaporto”, legge che dovrà dimostrare le caratteristiche di necessità e proporzionalità. Resta poi aperta la questione sull’opportunità di adottare questa soluzione quando ancora la stragrande maggioranza della popolazione non ha ancora accesso al vaccino. Finché non tutti avranno a disposizione il vaccino lasciare solo ad alcuni la piena possibilità di spostamento potrebbe avere effetti discriminatori, senza considerare chi non potrebbe comunque vaccinarsi.

Intanto però molti Stati, inclusi quelli europei, stanno già lavorando all’adozione di questo genere di passaporti. La Danimarca potrebbe introdurre l’app col vaccino già entro fine mese mentre l’Estonia ha avviato un progetto pilota con l’Organizzazione mondiale della sanità. Del resto quello che potrebbe far propendere per la soluzione tecnologica è che in alcuni Stati non sono mancati i trafficanti di finte attestazioni negative per i tamponi. Una cosa è certa: prima di propendere per questa soluzione sarà necessario un ampio dibattito pubblico che ne esplori le implicazioni in termini di privacy, sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali, incluso quello alla non discriminazione.

1 reply

  1. una cosa che i signori di Wired hanno tralasciato sui passaporti “sanitari” internazionali è:
    uno straniero vaccinato con un vaccino non santificato dalla UE,
    pur avendo un certificato che ne attesta la vaccinazione con quel vaccino
    (tipo lo Sputnik V o il SinoVac), avrà o meno libertà di accesso in territorio Italiano?
    gli albergatori e chi si occupa di turismo che ne pensano se
    facessero girare solo quelli con con il passaporto avente la bolla papale di frau Ursula?

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