Grazie Mario: ecco il Salvator Mundi tra i buoi e gli asinelli

(di Pino Corrias – Il Fatto Quotidiano) – Questa volta il Salvator Mundi non è nato a Betlemme, ma a Roma, quartiere Parioli. A differenza del suo antico predecessore, Mario Draghi è sceso tra noi accompagnato dalla luce cometa della nostra ultima stella, quella del Quirinale. E a riscaldare quel suo commovente pallore atermico – forse contrastato da qualche vampata di irritazione per il disturbo che lo allontana dagli uliveti di Città della Pieve – arriveranno in gran numero i buoi e gli asinelli della nostra disgraziata classe politica, finita tutta quanta in castigo, dopo il baccano inconcludente dell’ultima ricreazione.

In compenso il nostro Draghi, appena evocato nel nome e nel sembiante, qualche miracolo l’ha già fatto, ha abbassato di molto lo Spread, verso la quota minima dei cento punti, ha alzato il totalizzatore della Borsa, pompando un po’ di ossigeno nei calamitosi conti economici e sociali della bella Italia assediata dal virus che non passa, dai vaccini che non arrivano e da Matteo Renzi che non riparte per Riyad.

Le banche e i mercati gli credono, come sempre, visto che li governa da una trentina d’anni. Gli umani del vasto fondovalle sociale un po’ meno, considerandolo un “apostolo delle élite” (Di Battista dixit) uno che nella fatidica estate del 1992, salì a bordo del Royal Yacht Britannia, in compagnia di Carlo Azeglio Ciampi e di Beniamino Andreatta, non da marinaio, ma da cartografo delle imminenti privatizzazioni italiane, Iri, Eni, Enel, Telecom, Alitalia, Comit , eccetera, che avrebbero dovuto ridurre nei dieci anni successivi il debito pubblico nazionale (che invece triplicò) generando ricchezza nell’alta finanza sovranazionale, mentre la globalizzazione moltiplicava le disuguaglianze tra i ceti già impoveriti. Evento che ha messo Draghi nel mirino dei molti mondi dell’arcipelago anti establishment che va dai no global della sinistra alternativa, ambientalista, libertaria, fino alla destra ultranazionalista di Steve Bannon, Marine Le Pen, Orban, Giorgia Meloni. Oltre ai complottisti d’ogni colore che immaginano il mondo governato dai piani segreti della finanza pluto-giudaico-massonica.

Al netto di molte scempiaggini terrapiattiste, Mario Draghi, serio, ma non serioso, professore di economia e banchiere, si è sempre dichiarato “un liberal socialista”, un “Civil servant” e annovera nella sua lunga carriera il prestigio di molti successi, a cominciare dal suo famoso “whatever it takes” pronunciato il 26 luglio 2012 con cui annunciava che la Banca centrale avrebbe comprato il debito pubblico dei paesi dell’eurozona per salvare l’euro “a qualunque costo”. Imbracciando da allora il bazooka del “quantitative easing” con cui finanzia i bilanci degli Stati, compreso il nostro, e che fu una autentica rivoluzione per gli standard d’austerità germanica, ostili a Draghi fin quasi all’ultimo. Ma uscendone sconfitti. Al punto che anche la cancelliera Angela Merkel finì per inchinarsi “al suo coraggio”.

Lo stesso coraggio che gli aveva insegnato suo padre (“se perdi il coraggio perdi tutto”), che raccomanda da sempre ai suoi studenti (“agite con conoscenza, umiltà, coraggio”) e che massimamente gli servirà in questa avventura del tutto inedita per lui, tra gli gnomi della nuova politica che conosce poco e male, ampiamente ricambiato.

Mario Draghi nasce nel 1947. Famiglia benestante. A 15 anni perde il padre e la madre, cresce con i fratelli e la zia. Studia dai gesuiti. Si laurea in Economia alla Sapienza con Federico Caffè, si specializza all’Mit di Boston con il Nobel Franco Modigliani. Sembra destinato alla carriera universitaria. Se interpellato dice “La politica non fa per me”. Invece sarà proprio la politica ad allevarlo come principe tra i tecnici. Lo pesca Guido Carli, nominandolo direttore generale del Tesoro, durante un remoto governo Andreotti VII, anno 1991, apoteosi finale del Caf, debito pubblico alle stelle, Tangentopoli alle porte, il tuono di Capaci imminente, la lira fuori dal serpente monetario, la prima Repubblica che scivola nell’abisso. Lui tiene la rotta per 11 anni, mentre la tempesta si porta via 7 ministri del Tesoro e 9 governi – da Amato a Berlusconi, da Prodi a D’Alema – fino a quando scende sulla terra ferma di Goldman Sachs, la banca d’affari a stelle e strisce, anni 2002-05, per poi risalire al timone della Banca d’Italia, appena sgomberata da Antonio Fazio, travolto anche lui da uno scandalo, quello di Bancopoli. Da governatore guida la stagione delle fusioni bancarie – le principali tra Banca Intesa e San Paolo, tra Unicredit e Capitalia – compresa quella rovinosa di Monte dei Paschi che compra Antonveneta al doppio del suo valore, mandando in malora i suoi bilanci. Il disastro lo sfiora appena surclassato da quello del fallimento di Lehman Brothers, che terremota tutte le economie d’Occidente.

È da quello sprofondo che Draghi salta più in alto di tutti, in cima alla torre della Banca centrale europea di Francoforte, il suo vero trampolino di lancio internazionale: parla con i governi, partecipa ai summit, diventa il referente di ogni emergenza (compresa quella finale dell’ultimo governo Berlusconi) incoronato tra gli uomini più influenti del pianeta. Chiamato da papa Francesco alla Pontificia Accademia. Una visibilità che sparisce dentro una vita privata perfettamente anonima. Una moglie, due figli, un casale in Umbria, una utilitaria bianca. Viaggia in economy. La foto di lui con la moglie in fila al supermercato ha fatto il giro del mondo. Parla poco e quando lo fa dice l’essenziale: “L’Euro è irrevocabile”. “Esiste il debito cattivo” che vola via dalla finestra, e “il debito buono” che serve agli investimenti. In piena pandemia, marzo 2020, lancia il più grande investimento di tutti i tempi con un articolo sul Financial Times, il Next Generation Eu, 1100 miliardi da distribuire in Europa nei prossimi sei anni, 209 all’Italia. Se nasce il governo toccherà a lui gestirli. Mattarella ci crede, il Parlamento vedremo.

4 replies

  1. qualcuno dica a Corrias che c’é pure la storiaccia dei “derivati tossici”, una sorta di scommesse borsistiche criminogene, che sono costati allo stato alcune migliaia di miliardi…, che vede il nostro tra i co-protagonisti principali… che, malgrado tutto, non gli causato conseguenze, ne di tipo penale ne etico-morale (tipo stroncatura della carriera che, per il male che ha fatto alla grecia e più in generale ai poveri e agli ultimi… sarebbe stata meritatissima…!). forse perché ben ammanigliato trai poteri massonici giudiziari, politici e amministrativi…!!!

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  2. “Oltre ai complottisti d’ogni colore che immaginano il mondo governato dai piani segreti della finanza pluto-giudaico-massonica.”

    Ah, allora è proprio una malattia diffusa, non solo su infosannio.

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  3. Penso che sia un uomo in gamba e pulito.
    Certe decisioni dipendono pure dal contesto in cui operi.
    Il problema non è Draghi ma tutti quelli di cui dovrà tener conto.

    Per questo vorrei che “tenesse conto” anche delle istanze M5S.

    Ora, se “chi si estranea dalla lotta è ‘n gran fio de na mignotta”, non ho ancora capito qual è la lotta giusta.

    Invidio chi in questa fase ha posizioni granitiche al punto che Draghi non vogliono nemmeno farlo parlare.

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  4. “In piena pandemia, marzo 2020, lancia il più grande investimento di tutti i tempi con un articolo sul Financial Times, il Next Generation Eu, 1100 miliardi da distribuire in Europa nei prossimi sei anni, 209 all’Italia.”

    E’ una cagata pazzesca l’idea è stata di CONTE, fatta propria dalla Von der Leyen, Merkel e Macron gli altri si sono accodati.
    Lui è sempre stato all’interno delle elite bancario finanziarie in un miscuglio incestuoso di pubblico e privato
    a cominciare quale consigliere del Ministro GORIA, quello della tassazione dei BOT, per poi essere consigliere economico di Craxi, quello dell’abolizione della scala mobile.

    “un liberal socialista” LA LOCUZIONE E’ UNA PRESA PER IL CULO
    è come dire un dittatore democratico

    SERVE ALTRO?

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