Il ricatto

(Giuseppe Di Maio) – Chi glielo dice adesso a Mark Rutte? Chi glielo dice agli olandesi che non volevano dare soldi alla mafia italiana? Qui da noi non capiamo una sega delle intenzioni dei politici, ma fuori d’Italia sanno bene che siamo nelle mani di una teppa che venera la democrazia solo per profittarne. Quella carogna che “puzza da morto come da vivo”: da senatore come da sindaco, da onorevole come da Presidente del Consiglio, ha puntato tutto sullo scompiglio, sull’estremo turbamento che le sue richieste feroci e sibilline potessero provocare tra chi ha responsabilità di governo. Il Recovery plan non è solo un generico pretesto di disaccordo, ma un programma che potrebbe condurre il paese fuori dal dominio delle lobbies.

Perciò la carogna ha scritto ad un altro campione di formule e maneggi, a Bettini, sferico nume tutelare del PD. E nell’elenco di argomenti non descritti, sorgono inopinati gli interrogativi su: chi ci guadagna dai 209 mld del piano, sul TAV e il ponte sullo stretto, sull’opportunità della revoca ad Atlantia, sulle nomine della CDP, sull’utilità della campagna del governo contro il contante, sull’uso del MES, sulla prescrizione e il giustizialismo, sulla riforma fiscale e il timore della patrimoniale, sulla governance del Recovery, su tutte le nomine sospese, sul superamento del bicameralismo (‘n’ata vòta), e infine “con chi si scrive un accordo serio, e chi garantisce che gli impegni si mantengano”.

Un accordo serio e garanzie? Con chi, con un malato di mente? Di una malattia purtroppo tanto diffusa in politica da affocare le istituzioni e la democrazia? Se queste richieste berlusconiane l’avesse fatte alla partenza del Conte 2, il governo non si sarebbe fatto. Ma allora contratti non se ne vollero stipulare, allora il PD, che conteneva la carogna e i suoi afrori, non volle fare patti biblici, e da allora del governo ha cercato l’anima, mai del tutto liberata da li mortacci sua. Ma ciò che è insopportabile in tutto questo incubo, è lo spazio che la teppaglia dei giornalisti ha dato al rignanese e alle sue cariatidi. Un più blando rilievo mediatico l’avrebbe immediatamente disattivato.

Forse non si rende conto che non è più Presidente del Consiglio (assurto per colpa di Bersani e per la totale disfunzione della masnada guidata da Zingaretti). L’obiettivo dei suoi lobbisti è di sabotare le intenzioni del recovery; il suo, quello di liberarsi definitivamente del M5S e di Conte. Ma per fare questo ha bisogno anche lui di rispettare le date come Salvini nell’Agosto del 2019. Tra sei o sette mesi entra il semestre bianco, e non si possono indire elezioni. Da allora la legislatura continuerà sicuramente fino alla sua scadenza naturale. Nel frattempo lui e i suoi possono rompere i marroni a piacimento e, se questa tiritera si trascinasse, significa protrarla dalla poltrona assicurata fino al 2023.

Zingaretti nega di acconsentire ad un governo di unità nazionale; Salvini nega di poter governare col PD. Ma io non ci farei affidamento. La minaccia incombente sui governi a 5 stelle è sempre stata l’allegra ammucchiata dei perdenti del 2018. E l’olio del Recovery e dei suoi appalti potrebbe fare da collante più d’ogni altra strategia. Mattarella non può mandare tutti a casa prima d’Agosto, giacché i numeri dei sondaggi garantirebbero che il prossimo Presidente della Repubblica sarà di destra come non mai. Ve l’immaginate voi una specie di Maria Elisabetti Aberti Casellati al Quirinale? Con i responsabili di FI che si sono tirati indietro, è più realistico pensare che alla caduta di Conte ci sarà un governo di centrodestra con i responsabili recuperati invece a sinistra, insomma nel PD.

Ma se il parlamento approva il piano e si continua a procedere a colpi di fiducia, tutti sapranno che Renzi è un povero malato, un assoluto immorale, come spesso sono gli assolutamente fessi.

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