Recovery Fund, il grande regalo che ci si aspetta da Babbo Natale

(Andrea Zhok) – Il Recovery Fund viene presentato un po’ come un grande regalo che ci si aspetta da Babbo Natale, e come da copione sono iniziati gli accapigliamenti su come spartirselo. Ecco, mi piacerebbe poter inviare la mia letterina a Babbo Natale, per manifestare qualche tipicamente inutile auspicio.

Come dovrebbero essere spesi i soldi del pacco in arrivo? Si sa già che i soldi sono genericamente vincolati ad alcune aree di spesa, di cui le fette maggiori portano alcune etichette: “ambiente”, “digitalizzazione”, “ricerca”. Ora, per quanto ci si possa lamentare di queste condizioni di spesa, bisogna dire che con riferimento all’Italia, questi indirizzi centrali possono risultare virtuosi. Infatti in Italia finora quando si è parlato di “modernizzazione” il termine è stato usato come sinonimo di “adesione fuori tempo massimo al paradigma neoliberale”. Modernizzare da noi ha significato inventarsi una miriade di espedienti per far somigliare lo stato, le istituzioni, e i servizi pubblici ad “aziende”. Aziende decotte e ingolfate certo, ma in cui si è cercato orgogliosamente di introdurre un bel carico di ricatti, facce feroci e precarietà, così da somigliare alle ‘fabbrichette’ schiaviste che popolano le fantasie malate dei nostri liberisti da operetta.

Così, mentre i principali paesi a noi affini mettevano mano davvero ad una modernizzazione efficace, da noi ci si baloccava con boiate moraleggianti tipo “far percepire la durezza della vita”, “abbattere i privilegi”, “buttare fuori di casa i bamboccioni” e via delirando.

Ecco, non che ci sia molto da sperare, visto che quelli che sostenevano con fiero cipiglio quelle demenzialità sono ancora tutti in Parlamento, però visto che è Natale e sognare non costa nulla, provo a formulare tre banali auspici. E il primo auspicio è il seguente. Uno delle catene ai piedi del paese è sicuramente la scarsa efficienza della pubblica amministrazione. Questa inefficienza non è legata alla personale neghittosità di qualche “furbetto del cartellino”. Impostare il discorso in questi termini è solo la solita chiacchiera utile ai governi per sottrarsi alle proprie responsabilità e consegnare il cerino alla successiva legislatura. I problemi della pubblica amministrazione sono eminentemente organizzativi e tecnologici. Tutto in Italia tende a muoversi attraverso canali personali. Qualcuno potrebbe ingenuamente vedere in ciò un elemento di perdurante ‘rapporto umano’, ma in effetti si tratta semplicemente di un rimasuglio marcito di epoche passate, che oggi contribuisce solo a far perdere ulteriore fiducia nell’umanità in generale. I ‘rapporti umani’ non devono servire per ottenere una ricetta medica a casa, o per ottenere l’approvazione di un progetto, o per conoscere la propria situazione pensionistica, ecc.

Qui c’è un lavoro enorme da fare, un lavoro in cui la componente di “digitalizzazione” è centrale. In un paese che non riesce mai a far funzionare un app governativa al primo colpo, e dove ancora metà delle pratiche universitarie richiedono di muovere fisicamente faldoni, ci sono margini di miglioramento rimarchevoli. Quanto alla “ricerca” il gap da recuperare è terribile. La disponibilità di laboratori aggiornati e macchinari all’avanguardia sul territorio nazionale è drammaticamente carente. Non è l’expertise che manca, e neppure l’alta formazione. Manca proprio la ‘roba”, la strumentazione e gli spazi, come si realizza rapidamente non appena ci si reca a lavorare presso istituti di ricerca e università nei maggiori paesi occidentali (e oramai non solo occidentali). Quanto all'”ambiente”, le cose da fare sono infinite. In un paese che ha livelli di insolazione elevati la leva delle alternative solari meriterebbe di essere sviluppata assai di più. Una parte della questione si sovrappone con il tema della “ricerca”: che lo sviluppo di tecnologie di risparmio energetico e di fonti alternative siano un’urgenza prossima ventura è manifesto, e tutti i paesi maggiori (a partire da Cina e Germania) ci sta lavorando intensamente. da anni Qui lo iato da colmare è ampio.

Una seconda parte si sovrappone con la questione della ‘digitalizzazione’. In Italia l’idea dello spostamento fisico personale non è soltanto dipendente da contingente arretramento e disorganizzazione, ma ha anche a che fare con un’idea feudale del lavoro, per cui spostarsi fisicamente è parte dell’idea di “sbattersi” per ottenere qualcosa. Così mezzo paese studia o lavora perennemente ‘in trasferta’. Di questo ci si accorge occasionalmente in situazioni come quelle della pandemia, in cui si scorgono esodi di massa di fronte ad eventuali divieti di spostamento, ma il problema è generalizzato e incancrenito. Con la tendenza a creare poche grandi concentrazioni urbane e industriali è venuta anche la tendenza alla sistematica dislocazione di milioni di persone, che studiano o lavorano lontano da casa. Anche qui c’è bisogno di un completo cambiamento di ottica, che miri a ridurre questa tendenza assurdamente entropica: quanto più possibile deve viaggiare l’informazione e non le persone. E questo si può ottenere da un lato incrementando esperienze come quelle or ora forzosamente sperimentate dello “smart working”, e dall’altro operando un decentramento delle attività produttive, educative e di servizio. L’idea dei grandi “hub” (della produzione, della ricerca, ecc.) è un’idea malata. Pensare che in un paese tutto debba accadere in due-tre grandi aree è ecologicamente insostenibile e umanamente malsana. Ok, per una letterina a Babbo Natale mi pare abbastanza. E tanto mi sa che se la mangeranno le renne per strada. Buone Feste.

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