Quel dio pagano adorato a sud

(Marcello Veneziani) – È morto un dio, secondo il popolo, i tifosi e i media. L’addio a Maradona tra pianti e incensi, ha risvegliato il paganesimo latente di Napoli, del calcio e di ogni sud del mondo. Mai come per lui la morte è stata salutata come quella di una divinità o una entità soprannaturale, associato con insistenza al nome di Dio, all’Eterno e al Paradiso, dove un giorno si troverà a giocare con Pelé. Non è accaduto nemmeno a papi, santi e grandi di ogni risma che si evocasse il nome di Dio alla loro morte con tale ricorrenza.

Maradona era già morto da anni, da quando aveva smesso di giocare. Reciso dal suo campo, era come sfiorito; e degenerato nel corpo, nella vita e nelle azioni. Gli erano sopravvissuti un’ombra e un mito. L’ombra è quella figura grassa, ingombrante, che aveva preso il suo posto, in lotta col mondo, col fisico e col fisco, con la droga e con la malavita, con la famiglia e con la malattia. Il mito è quello che si era staccato dalla sua persona quando finì di giocare e già viveva per suo conto in cielo, nei poster, nei murales, nella memoria collettiva.

Maradona è stato la leggenda del sud, dal sud America al sud Italia. Si, il riscatto, il sollievo, il sogno, l’oppio dei popoli meridionali. Ma è stato la sua leggenda. Con la palla gli altri giocavano, lui ballava il tango; la palla era la sua senorita, la sua compagna di ballo. Faceva coppia inseparabile, senza la palla smetteva di essere il mito, era solo un’ombra. Lo ricordo una volta, il Maradona postumo, che la stringeva a sé facendo giri di campo, come un bambino, perché non era più in grado di farla ballare. Ma aveva smesso di essere Maradona, era la sua controfigura in terra, il suo tabernacolo svuotato.

Maradona sembra quasi un’invenzione di Borges, all’insaputa dello stesso autore; e dunque borgesiano in purezza. Una figura epica, di quelle che Borges ha raccontato tra i suoi eroi, gauchos, cantori e tanghéri, partorita da un intreccio favoloso tra storia e diceria, ricordi, fantasia e mitologia. Con BorgesChe Guevara ed Evita Peron, Maradona rappresenta il mito argentino nel mondo (c’è ora un quinto argentino ma neanche in patria è sentito come un grande).

La morte di Maradona va al di là del calcio e dello sport perché è stato un test vivente di antropologia del sacro. È composta di tre elementi: la mitologia pagana, l’inconscio collettivo, l’indole monarchica. Procediamo con ordine. Torniamo al paganesimo che cova sottotraccia nella nostra società, soprattutto del nostro sud, così pieno di santi, madonne e leggende miracolose.

La mitologia pagana di Maradona è fondata sull’adorazione del suo corpo. Non accade a tutti i divi dello spettacolo. Le rockstar, per esempio, sono venerate ma la loro presenza fisica viene dopo la loro voce e il loro suono, le vibrazioni incorporee prevalgono sulla loro corporeità, anche quando è potente.

Il calciatore Maradona è invece il suo corpo, i suoi piedi, le sue gambe, la sua testa, perfino la sua mano (“mano di Dio”, naturalmente), e il suo rapporto con la terra, le sue azioni sul terreno di gioco, in campo. Fisicità assoluta, culto del corpo.

Alla mitologia pagana si unisce un secondo aspetto: il suo corpo, la sua figura, la sua arte erano la proiezione di un corpo sociale, di una figura collettiva, di un immaginario popolare. In lui avveniva un processo di identificazione e osmosi dei tifosi, dello stadio, della città. Incarnava lo spirito della comunità; era il suo corpo in azione, le sue gambe, la sua testa. Se esiste qualcosa come l’inconscio collettivo, secondo quanto ci ha insegnato Carl Gustav Jung a proposito degli archetipi, o se esiste l’intellettuale collettivo, secondo quando diceva Antonio Gramsci, esiste pure qualcosa che è il giocatore collettivo, l’emanazione di un organismo plurale, comunitario. Uno per tutti, tutti per uno. Corpo mistico.

Infine, riemerge con Maradona un’altra profonda vocazione napoletana e meridionale: l’indole monarchica, la ricerca del Re (O rey veniva chiamato pure Pelè) come il padre glorioso, magnifico, impareggiabile.

Il paragone più ricorrente a Napoli da quando è morto non è stato con Pelè, con Messi, e nemmeno con i predecessori a Napoli, come Sivori e Altafini, per esempio. Ma con san Gennaro, e dietro la facciata spiritosa e paradossale delle battute, si nascondeva una verità: Maradona aveva sostituito in molti tifosi il santo e in molti napoletani è stato visto come la continuazione in terra dell’amatissimo patrono. Anche lui scioglieva il sangue, ma non il proprio, quello del suo pubblico in visibilio. Così dicevano i napoletani.

La differenza, però è che il culto di san Gennaro dura da qualche secolo, ha resistito perfino alla rivoluzione atea e giacobina di Napoli del 1799. E tra cinquant’anni, tra un secolo, forse, resisterà ancora. Non resisterà invece il culto di Maradona, che tocca solo chi lo vide giocare. Maradona è un dio, ma un dio provvisorio, come gli “dei momentanei” di cui parlava uno studioso di mito e filosofia, Mario Untersteiner. Come dicevano gli antichi: Fama? fumus Homo? humus Finis? Cinis.

L’eternità che molti hanno evocato a suo proposito durerà finché sarà vivo il suo ricordo, ovvero finché ci saranno vivi che lo ricorderanno. Non è destinato a tramandarsi. “La morte – scrive Valerie Perrin – comincia quando nessuno può più sognare di te”. Maradona finirà col suo pubblico, sopravvivrà fino a che lo sognerà l’ultimo dei suoi ammiratori.

La Verità 27 novembre 2020

10 replies

    • No, zero, ci speravo invece, ma non mi è piaciuto neanche oggi.
      In qualche modo, ha finito per incensarlo pure lui. E che due pa//e.
      Non se ne può più.

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      • In qualche modo… Ma quale? Io non ne vedo manco uno: forse perché ne ha parlato? A me pare invece che il succo dell’articolo sia proprio “E che due pa//e. Non se ne può più”! Bah… A volte proprio non capisco come possano esserci abissi esegetici su evidenze “senzapedali”…

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  1. Questa storia ormai ha rotto i c…….ni.
    Non c’è telegiornale, programma, collegamento, approfondimento, analisi, ecc. che non parli della sua scomparsa.
    Molti sono veramente fuori di testa.
    Ma come si fa ad adorare un tizio che, utilizzatore finale di cocaina, fa adombrare il dubbio che giocasse molto spesso imbottito di droga?.
    Dico dubbio, sospetto.
    Che, come qualcuno diceva, è l’anticamera della verità.
    E le donne? Ingravidate in tutto il mondo, sfornavano figli del Pibe, senza che questi ne riconoscesse la paternità.
    Quindi, che messaggio ha lasciato?
    Quello di un gaudente viveur, come ne transitano a milioni sulla terra.
    Ma che aveva il N.!0 sulle spalle

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    • Scusami se mi permetto, ma se non cogli il motivo per cui tanta gente si rattrista per la scomparsa dell’uomo Maradona arrivato ai vertici della fama mondiale, dovresti farti qualche domanda in più. E nessuno scagli la prima pietra: Platini, fuori uomo serio e tutto di un pezzo, arrivato ai vertici del calcio mondiale, colto con le mani nella marmellata

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      • Le folle oceaniche che impazziscono per qualcuno sono sempre esistite. La sola presenza fisica di una massa di persone urlanti, piangenti, applaudenti, ecc. non possono mai essere la prova di una gloria effettiva, vera, ragionevole, motivata, eterna. Che dire dei fenomeni che portarono alla sciagurata 2da Guerra Mondiale (tipo Mussolini e Hitler, per capirci)? Sino ad andare a certi divi del rock-pop, imbottiti di droga e profeti di rivoluzioni passeggere che facevano solo lievitare il loro conto in banca (tipo i Rolling Stones, per intenderci). Da notare: tutto il baccano proviene da capitali come Buenos Aires e Napoli, dove c’è gente che reclama da decenni una sorta di riscatto sociale.
        Riscatto sociale che identificavano nell’uomo Maradona.
        Un casino del genere sarebbe inimmaginabile a NewYork o a Milano.
        Riguardo a Platini, tutto vero.
        Ma che c’entra Maradona?

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  2. A Venezia’,se non ci avesse. Tatuato che Guevara sulla spalla. ,Maradona ti sarebbe stato simpatico anche a te. Magari il testone del duce sarebbe stato molto più attraente .

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  3. @Anail
    Relativamente alla vita personale di chicchessia, nessuno giudichi nessuno, quindi considera Maradona per quello per cui è amato e evita di giudicare: questo intendevo con la mia considerazione

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  4. Non posso che darti, ancora, una volta, il premio banalità, per il distacco che mostri nell’affrontare un argomento, che tocca profondamente i sentimenti
    umani, di un popolo dall’indole indescrivibilmente nobile, dall’ineguagliabile gentilezza d’animo,
    e dall’intelligenza, se vogliamo, a tratti folle, ma mai furba ne ruffiana, gente unica, che ha il coraggio dell’ironia nei momenti più impensabili, che non tutti possono capire, questo resta solo un mio piccolo e doveroso riconoscimento a Partenope, che vide
    nascere la mia erre dal suo vorticoso grembo.
    (Maradona è un dio, ma un dio provvisorio, come gli “dei momentanei”)
    il 3 luglio 1990, venne disputata la partita della semifinale, dei Campionati del mondo Italia – Argentina, ironia della sorte, nello stadio San Paolo a Napoli,
    in quella occasione, Napoli venne descritta come
    una donna lacerata nell’intimo, fra l’amore per il proprio uomo e la lealtà verso la propria famiglia.

    Resta nella memoria collettiva, la impareggiabilre genialità, unita alla antica assuefazione alla sofferenza umana, ad aquietare la forte conflittualità sedimentata nell’animo sensibile, in un corpo altrettanto sanguigno.
    Per questo un popolo che vive magicamente il paesaggio della vita, non può perdere memoria delle sue bellezze

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