In quale altro mondo è andato ad abitare Franco Battiato?

(Marcello Veneziani – la Verità) – Ma in quale altro mondo è andato ad abitare Franco Battiato? Di lui non si sa più nulla da anni, ha intrapreso un viaggio in quel paese che gli somiglia tanto, per citare una sua canzone con le parole di Manlio Sgalambro che fanno il verso a Charles Baudelaire.

Dopo un paio d’ incidenti è entrato in un misterioso nascondiglio, una specie di penombra sacra, forse di oscuramento della mente, che la pietà dei suoi cari proteggono da ogni sguardo curioso.

Anche Aldo Nove, che gli ha dedicato ora una bella biografia che è poi un atto d’ amore (Franco Battiato, Sperling & Kupfer), pare reticente sul passaggio all’ ombra di Battiato, per rispettare il suo silenzio, per non oltraggiare la sua solitudine. O forse neanche lui sa davvero cosa sia successo.

Non è la morbosità di sapere che ci spinge a scrivere di Battiato, ora settantacinquenne: ma è per rendere onore a un cantautore d’ eccezione, «un essere speciale»; una voce davvero unica, diversa, nel panorama della canzone.

E non sto parlando solo di gusti musicali ma di una rarità assoluta: quello di Battiato è un canto spirituale. So quante ironie ha destato il suo linguaggio e la sua buffa stravaganza, a cominciare dai suoi conterranei, da Fiorello che ne fece gustose parodie all’ antico re della tv, Pippo Baudo. Tre cannoni siciliani, anzi catanesi, di provincia.

Ma l’ aura delle sue canzoni, il tono della sua voce, l’ atmosfera della sua musica, hanno un fascino evocativo, luminoso e arcano, che ti portano in un altrove.

Sono esperienze spirituali, alcune si cimentano col mondo reale, con gli amori, la vita, il proprio tempo, i sentimenti e perfino la rabbia e lo sdegno; ma si avverte anche in quelle canzoni una presa di distanza, un passo diverso, come un respiro di altri mondi.

A dividere e congiungere il sacro e il profano c’ è in Battiato la sottile linea dell’ ironia, che si fa talvolta auto-ironia, e stempera il tono ieratico nel tono ludico, si fa beffe dell’ avida frenesia e ignoranza dei contemporanei.

Sappiamo il retroterra di Battiato: René Guénon e Georges Gurdjieff, i sufi, i dervisci. C’ è un suo libretto, Il silenzio e l’ ascolto (Castelvecchi), in cui conversa con Raimon Panikkar, Alejandro Jodorowsky, Gabriele Mandel e Claudio Rocchi. Ma altre pubblicazioni recano la sua impronta e accompagnano insieme alla sua pittura, come ali leggere, il suo cammino musicale.

Tra i mondi che abita Battiato c’ è pure quello magico della sua Sicilia. Fu proprio il filo della nostalgia per l’ infanzia che mi fece conoscere Battiato.

Lo seguivo da anni, avevo pubblicato come editoriale su l’ Italia settimanale il testo di Povera patria. Ma fu la sua lettura di un mio libro dedicato alla nostalgia dell’ infanzia che mi avvicinò a lui.

Venne a presentarlo a Roma insieme a Giorgio Albertazzi e Pupi Avati. Arrivò per ultimo, in volo da Catania, e appena finì il suo intervento riprese il volo. Come se avesse parcheggiato l’ aereo ancora rombante fuori dalla sala…

Ritrovai poi consonanze d’ infanzia e ricordi di controre d’ estate al Sud nel suo film autobiografico Perdutoamor. Difficile dire a quale canzone di Battiato si è più legati… Il centro di gravità permanente, Il vuoto, L’ ombra della luce, l’ Oceano di silenzio, Lode all’ Inviolato, Pasqua etiope, E ti vengo a cercare, Le nostre anime, l’ incanto multiplo dei Fleurs… E la più bella canzone d’ amore che io conosca, La cura, che commuove alle lacrime Aldo Nove, e non solo lui.

Poi le voci straordinarie che a lui si accompagnano, di Giuni Russo, di Alice, di Antonella Ruggero. Se Lucio Battisti esprime l’ incanto perenne dell’ adolescenza e Mina evoca la potenza struggente degli amori sfioriti, Franco Battiato canta la grazia dell’ altrove, in una visione oltre la vita. «Via via via da queste sponde/ portami lontano sulle onde».

Mi pento di aver ironizzato anni fa su un suo intervento sconcertante in tv da Lilly Gruber nella sua breve parabola di assessore alla Cultura della regione siciliana; un dialogo dada, per non dire demenziale, con pause e malintesi imbarazzanti che forse era la spia di uno stato mentale che stava alterandosi. Il suo impegno in politica fu un errore e non perché abbia scelto quel versante. La via dei canti di Battiato è al di là della destra o della sinistra, e succedanei.

A spiegare la sparizione di Battiato ci soccorre Sgalambro che scriveva in Teoria della Sicilia, premessa al libretto dell’ opera di Battiato Il cavaliere dell’ intelletto: «La volontà di sparire è l’ essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere; la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori».

La notazione di Sgalambro forse non vale per tutti i siciliani, in cui la tendenza a sparire gareggia con la tendenza teatrale a ostentare, anche il dolore e la magnificenza. Ma certo vale per lui e per Battiato. Forse fu quella la molla del loro incontro tra siciliani «a latere».

Un cantautore che frequentava altri orienti, in sintonia col mistico coautore Giusto Pio, s’ incontra col filosofo più nichilista ed empio dei nostri tempi. «Mi capitò tra i piedi Battiato», raccontava Sgalambro da Lentini, «ed è stato uno di quegli incontri che ti portano fuori strada».

Me li ricordo insieme a cena dopo un suo strepitoso concerto a Segesta. Erano le tre di notte, eravamo sul mare a San Vito Lo Capo, ero a tavola di fronte a lui e Sgalambro che fingevano di mangiare, entrambi con lenti nere e silenzi tombali. Alle tre di notte.

Di recente è arrivato dal suo iperuranio un corpo celeste in forma di canzone, dal titolo evocativo e l’ atmosfera struggente, Torneremo ancora, che allude all’ Eterno ritorno, alla reincarnazione, al tempo circolare e alla potenza evocativa del tornare. Ritorni presto l’ era del Cinghiale Bianco.

17 replies

  1. “Mi pento di aver ironizzato anni fa su un suo intervento sconcertante in tv da Lilly Gruber nella sua breve parabola di assessore alla Cultura della regione siciliana”
    M. C. T. S. ‘NC?
    Certamente non Battiato.

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    • Bellissimo testo ma ti prego, dopo l’apostrofo non si mette lo spazio quando serve ad unire due parole (c’è, l’altro, ecc). Si mette invece quando l’apostrofo è la finale di una parola (po’). Non voglio fare il maestrino ma questo è un articolo giornalistico che oltretutto parla di un cantautore che ha fatto della correttezza della lingua il suo vessillo, la sua bandiera (bianca). Tra l’altro l’errore è ripetuto ogni qualvolta si presenta un apostrofo e quindi non si tratta di una svista. Mi dispiace ma io credo che in questo contesto errori del genere non siano ammessi.

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      • Non ho capito.
        E dove avrei messo lo spazio dopo l’apostrofo? E dove lo avrei mai non solo fatto questo errore, ma nientedimeno ripetuto?
        Francamente non rileggo mai i commenti, perché non mi sento di dover esprimere al meglio le mie potenzialità linguistiche in questo contesto, soprattutto non mi faccio problemi a scrivere cose che così come le esprimerei se stessi parlando, ma questa dell’apostrofo mi pare proprio strana. Peraltro sono d’accordo di riservare a Battiato una certa cura, non all’articolista.

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  2. Un buon articolo, sobrio, contenuto e di adeguata analisi, l’autore questa volta mi ha favorevolmente sorpreso.

    Poteva essere appena adolescente quel tipo alto, magro, vestito in modo bizzarro, che verso la metà degli anni sessanta camminava solitario e veloce per le strade di Giarre incurante del codazzo di ragazzini vocianti che lo seguiva, degli sguardi incuriositi, le espressioni beffarde, i risolini compiacenti e canzonatori di coloro che lo vedevano passare o ne incrociavano il passo.
    No lui non si accorgeva di tutto questo, probabilmente neanche ne soppesava l’esistenza di quegli “altri”.
    Quel suo sguardo assente, assorto, vagava già da allora su altri mondi, scivolava in dimensioni inesplorate.
    La musica è stata la chiave attraverso cui ci ha rivelato un poco della sua anima senza mai svelarcene i segreti.
    Un artista eclettico, originale, molto riservato Battiato, che da sempre ha comunicato intensamente solo con la musica.
    Molti suoi brani, un album, sono per me indimenticabili.

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    • Non la conosco ma scrive toccando il cuore di chi legge. Mi ci vedo, vedo le canzoni di Franco Battiato, vedo la mia lontana Sicilia le cui voci , suoni, odori mi battono dentro con forza e sono il mio centro di gravità permanente ovunque mi sposti nel mondo.

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  3. Che tristezza e che sconcerto, se Battiato leggesse questo pezzo insulso scapperebbe su Marte.
    Parla del giornalino formato A4, a tempo determinato, tra lui e Buttafuoco
    durata complessiva 4 anni.
    COMECAZZOFANNOIMILANESIABERSISTECICUTE

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  4. Un articolo piccolo, piccolo da una penna non interessante che non dice niente di nuovo. Mediocrità sarebbe un complimento. Mi ispirero’ a Fiorello/battiato: cretino

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  5. “Sappiamo il retroterra di Battiato: René Guénon e Georges Gurdjieff, i sufi, i dervisci…(cit.)”: ecco, già mischiare il primo, i terzi e i quarti con il secondo, evidenzia un atteggiamento schizofrenico. Purtroppo Battiato, assecondato dal Veneziani, l’ha fatto e ha eletto, a quanto è dato sapere e salvo pentimenti, Gurdjieff come sua guida. A parte questo, ottimo articolo.

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