Striscia striscia, paga “Open”

(Giacomo Amadori – la Verità) – Con i suoi Ray ban a goccia e la barba da hipster attempato, potrebbe recitare in una serie poliziottesca la parte dell’ infiltrato. Ma questi panni sono anche perfetti per il suo prossimo possibile ruolo: stratega del rilancio di Matteo Renzi. Da tempo si sussurra che il governatore dell’ Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, potrebbe diventare il cavallo di Troia del renzismo morente. L’ ultimo treno per riprendere il controllo del Partito democratico. In un’ intervista di settembre, lo stesso Bonaccini, fresco vincitore delle elezioni in Emilia, aveva detto: «Se secondo me Renzi e Bersani dovrebbero rientrare? Ma rientrino pure! Perché noi dobbiamo riportare quelli che sono usciti e che non ci votano più! Perché il Pd non può rimanere al 20%!».

E a proposito di equini, a luglio, durante la presentazione della Mossa del cavallo, l’ ultimo saggio di Renzi, a chi gli chiedeva: «Cosa direbbe a un amministratore, un presidente di Regione, che guardasse a Roma?», Matteo aveva replicato sornione: «Se quel presidente fosse Stefano Bonaccini allora gli direi di ricordarsi che nella sua regione c’ è Maranello. E allora gli direi corri, non avere paura, mettiti in gioco [] perché a Roma c’ è molto bisogno di persone concrete».

Un’ investitura che non ha certo sorpreso gli inquirenti che stanno scandagliando le carte della fondazione Open sequestrate negli uffici dell’ ex presidente Alberto Bianchi, indagato per finanziamento illecito insieme con Renzi, Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai.

Dagli atti risulta che Bonaccini è un Renzi boy fatto e finito. Nell’ informativa del 14 luglio gli investigatori della Guardia di finanza scrivono: «Dall’ analisi della documentazione, è emerso, in particolare, il ruolo attivo dell’ esponente del Pd Stefano Bonaccini, all’ epoca consigliere regionale Emilia Romagna e segretario Pd Emilia Romagna, in qualità di coordinatore della campagna a favore di Matteo Renzi per le primarie del Pd del 2013».

Un incarico per cui Bonaccini poteva contare su un collaboratore della sua zona.

Leggiamo la nota: «Si evidenzia che, sempre a sostegno di Matteo Renzi per le primarie del Pd del 2013, dalla documentazione in sequestro emerge anche la posizione di dell’ esponente del Pd Andrea Rossi (attualmente deputato in quota Pd), all’ epoca sindaco del Comune di Casalgrande (Reggio Emilia), in qualità di coadiutore di Stefano Bonaccini».

Nel capitolo «punti di saldatura con il Pd» della corrente renziana i finanzieri elencano i nomi di chi è stato candidato in Parlamento nel 2013 e di chi, dopo la proclamazione di Renzi a segretario del partito, è entrato nella sua segreteria. In questo caso citano proprio Bonaccini, Lotti e Boschi, mentre, per quanto riguarda i componenti della direzione nazionale, menzionano Rossi, Simona Bonafè, Lorenza Bonaccorsi, Roberto Reggi e Federico Berruti. Nella documentazione è stato persino trovato un curriculum del governatore, neanche fosse stato uno stagista.

Dal cv apprendiamo che egli ha conseguito la maturità scientifica, che parla l’ italiano e che come esperienza lavorativa, all’ epoca, aveva inserito quella da consigliere regionale dell’ Emilia Romagna. Nelle carte si trova anche una sua «nota biografica» ed è pure indicata una cena che si è tenuta alla vigilia delle primarie del 2013.

L’ incontro conviviale si svolse il 18 novembre in una storica osteria di Firenze, Il Latini, famoso per la fiorentina e i fiaschi di Chianti a vista e in una mail sono indicati i partecipanti, in pratica gli incursori di Renzi: «Serracchiani, Emiliano, Ricci, Bonaccini, Lotti, Boschi, Rossi, Burlando, Gnassi, Bonifazi, Fassino, Bellacci».

Agli atti c’ è la fotocopia della carta di credito della Open a lui assegnata. In pochi hanno avuto l’ onore di utilizzare quelle schede e il privilegio era concesso a chi davvero era operativo e stava dando una mano concreta alla scalata del fu Rottamatore alla conquista del potere.

Si tratta della carta Cabelpay numero 5364970012146620, con scadenza ottobre 2017, con due appunti manoscritti: «Stefano Bonaccini» e, al centro del foglio, «consegnata da AB (Alberto Bianchi, ndr) nel corso della Leopolda».

Nei faldoni figura anche una nota spese di Bonaccini per la «campagna elettorale dal 12 ottobre al 31 dicembre 2013». In quel periodo il nostro ha speso 2.250 euro: 778 per «taxi, parcheggi, biglietti ferroviari, carburante»; 450 di vitto; 1.021 di altre «spese documentate». Che però sembrano quasi una fotocopia delle prime: «parcheggi, taxi, snack, biglietti tram», ma anche «mance». In un altro documento sono dettagliati 970 euro di spese di viaggio. Sono elencati una ventina di spostamenti, soprattutto per «riunioni», tutti sulla direttrice Bologna-Firenze-Roma.

È stato depositato anche un estratto conto con 18 pernottamenti (tre sono di Rossi), 8 a Firenze, 6 a Roma e quattro tra Genova, Perugia, Pescara e Milano. Importo totale: 1.732,3 euro. Importi non certo paragonabili a quelli di Renzi, che già in quegli anni preferiva soggiornare negli hotel a 5 stelle.

Gli unici importi notevoli sono 184 euro a Pescara. Gli investigatori sottolineano anche due pernottamenti a Firenze tra il 25-27 ottobre 2017, i giorni della Leopolda: «Pagamento di 311 euro, autorizzato da Alberto Bianchi, a favore dell’ hotel “Nh Firenze”» si legge nell’ informativa.

Dunque, Bonaccini potrebbe, suo malgrado, non essere solo il cavallo di Troia di Renzi per rientrare in gioco, ma pure quello degli inquirenti fiorentini, intenzionati a dimostrare che Open non era una fondazione come le altre, ma la cassaforte del Giglio magico nella corsa a Palazzo Chigi.

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