La banalità del male


(Stefano Rossi) – Lecce ci ricorda Easy Rider. Il film del 1969, Easy Rider ha segnato più generazioni ed ancora viene ricordato per quella voglia di libertà e spensieratezza che prende inevitabilmente tutti i giovani di tutte le generazioni. Un film bellissimo quanto amaro visto che poi, i protagonisti, al culmine del loro viaggio, vengono barbaramente uccisi senza un motivo vero. Forse erano troppo liberi, troppo allegri, quel loro modo di vestire, lo stile “on the road”, il rock, la libertà sessuale ma nulla più. Un vero motivo non c’era.

E così a Lecce. L’assassino appena arrestato ha potuto dire solo che erano troppo felici. Mi ricorda  Stefano Leo di Biella ucciso a Torino da un marocchino. “Scelsi lui perché aveva un’aria felice” e gli tagliò la gola. Mi ricorda Pippa Bacca, artista che intraprese un viaggio vestita da sposa per promuovere la fiducia verso il prossimo e tra i popoli. La ritrovarono nuda, stuprata, uccisa alla periferia di Istambul. Mi ricorda cosa disse la scrittrice Arendt a proposito del comportamento di Eichmann al processo. In lui non c’era una ideologia che giustificasse odio verso gli ebrei.
Appariva come un impiegato che aveva svolto con dovizia il suo lavoro. Non capiva dove fosse il problema. Semplicemente eseguiva ordini come un impiegato esegue calcoli su di un foglio di carta. Infatti lui doveva aiutare lo sterminio di un certo numero di persone. Questo era il suo compito che ogni giorno portava a termine.

In seguito ci furono gli esperimenti di Stanley Milgram e poi tanti altri che dimostrano che un gran numero di persone, inquadrate in uno schema, in un ruolo o compito, possono causare dolore e sofferenza al prossimo solo perché gli è stato ordinato. E non ci sono fini economici, ideologici o altre giustificazioni per infliggere il dolore. Solo l’accettazione di un ruolo in un determinato momento della giornata.

Certo, in questi casi conta  la deresponsabilizzazione, il conformismo, l’accettazione incondizionato di un compito che annienta le proprie idee, i limiti morali e educativi; un omicidio può diventare un compito naturale come entrare in un bar e ordinare un caffè ma, comunque, la capacità di non distinguere più il bene dal male; non distinguere più la realtà dagli impulsi emotivi. Il male può diventare familiare, amico, possibile fuga dalla realtà che bussa alla porta con il volto di una persona amica che ti sorride.

Categorie:Cronaca, Editoriali, Interno

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5 replies

  1. anche oggi, come ai tempi di Eichmann, il pensiero unico é il “naziliberismo predatorio”!!!
    c’é da chiedersi come ci si possa meravigliare dell’odierna banalità del male…!
    é evidente che gli insegnamenti e ammonimenti di Hannah Arendt non sono serviti a nulla…!!!

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  2. Sig. Rossi, il suo articolo è interessante ma non coglie il problema, non va sufficientemente a fondo. Lei mette insieme una serie di casi in cui i responsabili di atti di crudeltà e violenza avrebbero agito senza un movente. Fino a completare la sua casistica, confortato da Hanna Arendt, con l’esempio del criminale nazista Eichmann che avrebbe agito “come un impiegato che svolge con dovizia il suo lavoro”. La sua analisi si ferma alle apparenze e non va oltre. Le domande che bisognerebbe farsi sono: questi spietati assassini hanno agito davvero senza alcun movente? Siamo sicuri che l’odio, l’indifferenza, il cinismo, la brutalità con cui hanno agito non abbiano delle spiegazioni che vanno al di là dei soliti facili cliché? Perché Eichmann ha obbedito in modo così cieco agli ordini che gli sono stati loro impartiti? Da dove ha avuto origine tale cecità? Il suo articolo, mi spiace, non risponde a nessuna di queste domande.

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  3. Savino Di Nardo

    1 ottobre 2020 alle 12:05

    Sig. Rossi, il suo articolo è interessante ma non coglie il problema, non va sufficientemente a fondo. Lei mette insieme una serie di casi in cui i responsabili di atti di crudeltà e violenza avrebbero agito senza un movente. Fino a completare la sua casistica, confortato da Hanna Arendt, con l’esempio del criminale nazista Eichmann che avrebbe agito “come un impiegato che svolge con dovizia il suo lavoro”. La sua analisi si ferma alle apparenze e non va oltre. Le domande che bisognerebbe farsi sono: questi spietati assassini hanno agito davvero senza alcun movente? Siamo sicuri che l’odio, l’indifferenza, il cinismo, la brutalità con cui hanno agito non abbiano delle spiegazioni che vanno al di là dei soliti facili cliché? Perché Eichmann ha obbedito in modo così cieco agli ordini che gli sono stati impartiti? Da dove ha avuto origine tale cecità? Il suo articolo, mi spiace, non risponde a nessuna di queste domande.

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