Bill Gates: “Vaccino per tutti e si eviterà il disastro”

(Il testo dell’intervento di Bill Gates all’Assemblea generale dell’Onu, pubblicato dal Corriere della Sera) – (Traduzione di Rita Baldassarre) – Il mondo è alla vigilia di una grande conquista scientifica: con ogni probabilità un vaccino sicuro ed efficace contro il Covid-19 sarà disponibile all’ inizio del prossimo anno. Anzi, ce ne sarà forse più d’ uno. Grazie a questo enorme passo avanti, il mondo avrà finalmente la possibilità di eradicare la minaccia della pandemia e tornare alla vita normale.

Poiché sarà possibile vaccinarsi contro la malattia, i governi potranno revocare tutte le misure di distanziamento sociale, la gente smetterà di usare la mascherina e l’ economia globale ritroverà il suo slancio. L’ eradicazione della malattia, però, non avverrà automaticamente. Per raggiungere questo scopo, occorre assicurarsi che vi sia l’ effettiva capacità di produrre miliardi di dosi di vaccino, trovare i finanziamenti per realizzarla e individuare le strategie più idonee per la sua distribuzione.

In questo momento, la maggior parte della produzione vaccinale è già destinata ai Paesi più ricchi, che hanno siglato accordi con le società farmaceutiche, assicurandosi il diritto all’ acquisto di miliardi di dosi non appena saranno prodotte. Ma che ne sarà dei Paesi a reddito medio-basso?

Si tratta di una schiera di Paesi che vanno dal Sud Sudan al Nicaragua e al Myanmar, i quali, pur ospitando quasi la metà della popolazione terrestre, non hanno un potere d’ acquisto tale da stipulare accordi vantaggiosi con le società farmaceutiche. Allo stato dei fatti, questi Paesi saranno in grado di immunizzare, nella migliore delle ipotesi, solo il 14 percento della loro popolazione.

I nuovi modelli di previsione elaborati dalla Northeastern University ci aiutano a capire che cosa accade se la distribuzione del vaccino è così disuguale.

I ricercatori hanno analizzato due possibili scenari. Nel primo, i vaccini vengono distribuiti a tutti i Paesi in base al numero degli abitanti. Nel secondo, troviamo una situazione che si avvicina di molto a ciò che sta accadendo in questi giorni, ovvero che i cinquanta Paesi più ricchi del pianeta avranno a disposizione i primi due miliardi di dosi di vaccino. In questo scenario, il virus continuerà a diffondersi incontrollato per quattro mesi in tre quarti del globo. E vedremo raddoppiare il numero delle vittime.

Sarebbe una catastrofe morale. Il vaccino trasforma il Covid-19 in una malattia prevenibile, e nessuno deve morire per una malattia prevenibile semplicemente perché il Paese in cui vive non è in grado di assicurarsi le forniture vaccinali necessarie. Ma, a prescindere dai principi morali, lo scenario di un «vaccino riservato esclusivamente ai Paesi ricchi» non è meno problematico.

In questo scenario, diventeremmo tutti come l’ Australia e la Nuova Zelanda: due Paesi che hanno goduto di lunghi periodi con pochissimi casi di contagio all’ interno dei propri confini, ma che vedono le loro economie ancora penalizzate, perché i loro partner commerciali sono in lockdown. E di tanto in tanto, un nuovo portatore del virus attraverserà il Pacifico del Sud, per creare nuovi focolai di infezione.

Questi focolai hanno la tendenza ad aumentare ed espandersi: di qui la necessità di nuovi lockdown per scuole e uffici. E malgrado il loro surplus di vaccini, anche le nazioni ricche rischiano di infettarsi nuovamente, perché non tutti saranno disposti a vaccinarsi. L’ unico modo per eliminare la minaccia di questa malattia in qualche luogo è quello di eliminarla in tutti i luoghi. Il modo migliore per colmare questo divario vaccinale non è certamente quello di puntare il dito accusatorio contro i Paesi ricchi, i quali, comprensibilmente, stanno facendo di tutto per proteggere la loro popolazione.

Occorre, invece, incrementare al massimo la capacità di produrre il vaccino in molti punti del globo: solo così saremo in grado di proteggere tutti, in ogni angolo del pianeta. Notevoli progressi sono stati già compiuti su questo fronte, specie per quel che riguarda i farmaci per la cura del Covid-19. Le società farmaceutiche hanno accettato di incrementarne la produzione mettendo in comune l’ utilizzo degli impianti. Il Remdesivir, per esempio, è stato creato dalla Gilead, ma quantitativi supplementari saranno prodotti dalle fabbriche della Pfizer.

Nessuna società farmaceutica aveva mai concesso a un concorrente l’ utilizzo dei propri impianti, mentre oggi assistiamo a questo sforzo congiunto eccezionale anche per quel che riguarda i vaccini. In queste ore, 16 società farmaceutiche hanno firmato un importante accordo presso la nostra fondazione, accettando di collaborare per la produzione del vaccino e di incrementarla a ritmi senza precedenti, assicurando così che i vaccini approvati potranno essere distribuiti su vasta scala il più presto possibile.

Oltre a sostenere la capacità produttiva, occorre finanziare i miliardi di dosi vaccinali da destinare ai Paesi più poveri. È qui che entra in gioco l’ Act Accelerator, l’ iniziativa promossa da organizzazioni come Gavi e Global Fund. Benché ancora sconosciute a molti, queste agenzie hanno alle spalle due decenni di esperienza nel finanziamento di vaccini, farmaci e dispositivi diagnostici. Le società farmaceutiche si sono adoperate per agevolare i pagamenti, rinunciando a ogni forma di profitto sui vaccini contro il Covid-19, e impegnandosi a renderli accessibili a tutti. Ma occorrono anche investimenti pubblici.

Il Regno Unito è un buon esempio per tutte le nazioni ricche: ha donato all’ Accelerator i fondi necessari per procurare centinaia di milioni di dosi di vaccino per i Paesi poveri.

Il premier italiano Conte è stato tra i primi a riconoscere l’ esigenza di una risposta multilaterale al Covid-19, e ha giustamente inserito la risposta equa e globale alla pandemia tra le priorità dell’ agenda italiana del G20 nel 2021. Ma occorre fare di più, e intervenire con più generosità.

Infine, una volta assicurata la capacità produttiva e reperiti i finanziamenti, occorre rafforzare i servizi sanitari, per garantire personale e infrastrutture in grado di distribuire i vaccini alla popolazione mondiale.

Abbiamo molto da imparare dagli sforzi tuttora in corso per eradicare la poliomielite.

Tra le immagini più famose della campagna antipolio in India, ce n’ è una che raffigura una fila di operatori sanitari, che avanzano reggendo sulla testa i contenitori termici per i vaccini, immersi fino alla cintura nell’ acqua, in zone alluvionate, per raggiungere i villaggi più sperduti. Una simile rete di operatori sanitari di base sarà necessaria per individuare i casi di Covid-19 nei luoghi più poveri del mondo, affinché si raggiungano anche le zone più impervie, dove non esistono strade. Con l’ ausilio di dispositivi diagnostici, questi operatori saranno in grado di lanciare l’ allarme, qualora un’ altra malattia faccia il salto di specie, da un pipistrello – o altro volatile – fino a infettare l’ uomo.

In altre parole, la battaglia per sconfiggere il Covid-19 ci consentirà di mettere in piedi un sistema che potrebbe ridurre il rischio di nuove pandemie negli anni a venire. Studiandone la storia, ho imparato che le pandemie tendono a creare una dinamica assai sorprendente tra interesse personale e altruismo. Le pandemie rappresentano quei rari casi in cui la reazione istintiva di un Paese a salvare se stesso va di pari passo con l’ impulso ad aiutare gli altri. E scopriamo che interesse personale e altruismo – garantire cioè l’ accesso ai vaccini anche alle nazioni povere – sono la stessa identica cosa.

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