Tra improperi usati per i nemici con cui poi tratta («bastardi!»), repentine retromarce, auto-smentite clamorose e ripensamenti, la trattativa con l’Iran è avvolta dal caos. Prendete il presunto accordo: annunciato in modo reboante, poi rimandato di qualche ora, infine di qualche giorno con l’aggiunta di nuove clausole. Ricordiamoci: anche da affarista Trump è fondamentalmente un bancarottiere

(Gigi Riva – editorialedomani.it) – Un equivoco, alimentato soprattutto dalla propaganda delle destre, vuole che un imprenditore di successo sia perciò anche un perfetto politico. In virtù dell’assioma, pure falso, secondo il quale se qualcuno ha fatto il bene della propria azienda e dunque a se stesso, potrà ottenere gli stessi risultati per il suo paese e per la collettività. Non bastassero gli esempi del passato, Donald Trump è la smentita plastica e definitiva dell’equivoco e dell’assioma.
Anzitutto è da dimostrare che il presidente degli Stati Uniti sia un grande imprenditore. Un film del 2024, The Apprentice – Alle origini di Trump, illumina i lati oscuri di un’ascesa resistibilissima, tra collaboratori equivoci, ricatti, corruzioni e affari poco chiari. Il suo team di legali aveva inviato lettere di diffida per bloccare la diffusione della pellicola e minacciato querele, ma senza successo.

Inoltre il Grande Bugiardo, il “Miles Gloriosus” (Il soldato Fanfarone) si affanna continuamente a ribadire di non essere mai fallito. E se non è mai successo per i suoi beni personali (la furbizia non gli manca) invece le sue aziende hanno dichiarato bancarotta per ben sei volte tra il 1991 e il 2014, ma le conseguenze sono state pagate dagli americani. In altre occasioni, per alcuni salvataggi in extremis, c’è il sospetto che siano intervenuti con copiosa iniezione di fondi degli oligarchi russi: il che spiegherebbe alcune posizioni pro Cremlino prese durante il suo mandato.
L’attitudine a privatizzare i guadagni e a collettivizzare le perdite si è addirittura accentuata da quando siede nello Studio Ovale. Le sue bizzarre decisioni, tra dazi sparati a raffica e guerre dichiarate senza senso, hanno arricchito lui e i suoi amici miliardari (vedi spudorato brindisi in favore di telecamere alla Casa Bianca per fantasmagorici guadagni di Borsa) tra sospetti più che fondati di insider trading. Mentre al contrario hanno gettato nella disperazione i cittadini suoi e del mondo intero causa ingenti aumenti dei prodotti energetici e in generale di gran parte di quelli di prima necessità.

Nonostante l’evidenza, Donald Trump continua a godere di un certo credito come “mediatore” di crisi. Quando una volta diradatosi il fumo delle sue iperboliche dichiarazioni, si svela un panorama desolante: sotto le parole, niente. Il tycoon imbonitore ama gli assoluti, come se tanto gigantismo potesse bilanciare l’assoluta assenza di pensiero, di strategia.
E al proposito: un’altra vulgata vuole che ci sia del metodo nella sua follia, a causa di quel credito giustificazionista di cui sembra godere in quanto a capo della più grande potenza del mondo (ma lo è ancora?). Il suo alzare la posta altro non sarebbe se non la strada giusta per concludere comunque l’affare alle condizioni, più basse, che aveva previsto dalla partenza: una tattica da suk.
Ritenendosi sciolto da qualunque controllo per quel bilanciamento di poteri che sarebbe il sale della democrazia, e sciolto pure dalla verifica di qualunque fact checking da parte dei media, Trump pensa possa bastare la sua auto-certificazione per tacitare qualunque critica. «Ho concluso un accordo fantastico», «nessuno in tremila anni di storia ha ottenuto quanto me in Medio Oriente» (sembra pazzesco ma l’ha detto).

Tra improperi usati per i nemici con cui poi tratta («bastardi!»), repentine retromarce, smentite clamorose di se stesso, ripensamenti, cosa resta di tanto attivismo? Nulla se non il caos totale del mondo che ogni mattina aspetta trepidante il momento del suo risveglio, quando comincia a twittare, usando cioè quell’arma di distrazione di massa perenne che obbliga a inseguire l’ultima novità per dimenticare lo sconcerto creato da quelle precedenti.
L’“accordo” con l’Iran è un caso di scuola. Annunciato in modo reboante, poi rimandato di qualche ora, infine di qualche giorno con l’aggiunta di nuove clausole. Il presidente che aveva fretta non ha più fretta, come una banderuola in balia dei venti. E frasi buttate lì senza una logica. Quella di ieri: l’estensione degli Accordi di Abramo all’Iran, quando finora riguardavano i sunniti e non anche gli sciiti, da sempre in conflitto tra loro. Come se si potesse con un tratto di penna cancellare una lunga fetta di storia. Già, la storia. Servirebbe conoscerla per chi fa politica. I popoli sono complessi, molto più degli affaristi che qualcosa tra di loro, alla fine, riescono sempre a impapocchiare.