Regionali, 3 scenari per il dopo-elezioni

(Luca Telese – tpi.it) – Alla fine, pensateci, questo è di nuovo un voto sul governo gialloverde. Non il governo di quest’anno: quello di un anno e un secolo fa. I bei tempi (si fa per dire) dei litigi sugli sbarchi, sulla Tav, sulle nomine: mesozoico. Perché noi siamo in attesa del risultato delle elezioni regionali, ovviamente, ma quello che ci arriverà lunedì sarà un referendum sulla politica. Non quella di quest’anno, però, ma quella che è finita con la crisi dell’estate scorsa.

Il voto sul referendum costituzionale (comunque vada e comunque la si pensi su cosa votare) diventa una sorta di sondaggio-nostalgia sul “Come eravamo” del M5s. È una specie di revival della vecchia battaglia contro il Parlamento imposta agli alleati di governo vecchi e nuovi (la Lega prima, il Pd poi) in cambio del potere.

Mentre il voto sulle elezioni regionali viene caricato di un significato politico nazionale con una operazione che riproduce pari pari la strategia di Silvio Berlusconi del 2000. Allora il Cavaliere sognava il ritorno al governo dopo il disastroso naufragio del 1994: usò la leggendaria nave Azzurra per rendere un racconto nazionale i voti delle elezioni regionali, e con questo trucco gli riuscì addirittura di sfrattare da Palazzo Chigi Massimo D’Alema.

Il voto del 2000 era in realtà la prova di appello dopo il 1994 passato a combattere contro il pool di Mani Pulite, il voto del 2020 per Matteo Salvini è la prova di appello dopo il 2019, passato in penitenza per gli eccessi del Papeete. I due voti – data la stagione – sono diventati i tardivi “esami di riparazione” del governo gialloverde. E qui arriva la prima domanda: a noi cosa importa? Poi la seconda: cosa si muove a sinistra?

Nel campo del governo convivono diversi stati d’animo. C’è Matteo Renzi, il ripetente dispettoso: ha già perso il suo treno, non ha più la forza di imporsi come guida, forse dopo questa carriera non brillante andrà finalmente a lavorare. E allora, in quattro regioni su sei, Matteo gioca l’unica partita che gli è rimasta da giocare: far perdere gli altri.

Poi c’è Luigi Di Maio: da ministro degli Esteri è andato a fare campagna nei trulli, per giunta contro Michele Emiliano. Da qui la battuta caustica di Goffredo Bettini: “Se lo vedessimo impegnato allo stesso modo in Liguria, a sostenere Ferruccio Sansa, dove c’è la stessa alleanza di governo, saremmo più contenti”. Innegabile. Ma Di Maio in questo frangente sembra lo studente privatista che si presenta davanti alla commissione per prendersi il suo “pezzo di carta”, il diploma che ha mancato, quello che gli serve per riconquistare la leadership perduta del Movimento.

Giorgia Meloni ha tre cavalli che corrono per lei: uno è il candidato di Fratelli d’Italia in Puglia (il giovane-vecchio – per sua ammissione – Raffaele Fitto), l’altro è il candidato di Fratelli d’Italia nelle Marche. Il terzo, il più potente, è se stessa. Il suo partito vola, si sta mangiando senza clamore un pezzo di Lega: Giorgia, che era al 4% solo un anno fa, sembra una studentessa due anni in uno, che si presenta davanti agli elettori perché vuole fare in soli dodici mesi quello che a Salvini è riuscito in cinque.

Silvio Berlusconi, dopo aver sconfitto il Covid sembra uno di quegli studenti fuori corso che, quando dopo una lunga malattia si presenta davanti agli elettori, fa simpatia anche ai professori che un tempo non lo potevano vedere. Carlo Calenda studia nel suo liceo privato di Azione (se lo finanzia tutti lui, non gli si puoi dire nulla) e lì ha tutti i voti alti. Alessandro Di Battista sembra uno di quei compagni che tornano dopo aver fatto un anno all’estero, al college “Marylin Monroe” (beato lui). Mentre Gianluigi Paragone è l’immancabile ribelle che si è fatto espellere per indisciplina dal liceo grillino e tira qualche sassata sui vetri della ex scuola.

In questa scolaresca così eterodossa Giuseppe Conte si comporta come il preside che affigge i quadri, ma non si sente mai sotto esame. Mentre Nicola Zingaretti è giunto al vero dilemma: quando aveva potuto scegliere lui come correre, alle europee, ha preso ottimi voti (4 punti più di Renzi). Ma questo voto sembra per lui un episodio di “Ritorno al futuro”, dove lui si sente come il povero Michael J. Fox che si ritrova trascinato, senza volerlo, nel passato: il cellulare non prende perché non c’è connessione, i suoi amici non rispondono al telefono perché non sono ancora nati, quel tipo bifolco che sputa nel bar e porta il cognome del suo partito in realtà è suo nonno.

Non ha scelto Zingaretti Michele Emiliano, non ha scelto lui Vincenzo De Luca, non ha scelto lui in Val D’Aosta. Non ha scelto lui in Toscana, dove il candidato brocco che sta facendo tremare la coalizione nella sua fortezza un tempo rossa (l’evanescente Eugenio Giani) è l’ultimo dolcetto-scherzetto che gli è stato lasciato in dote da Renzi. L’ex premier si è scelto lui il cavallo spompo, prima di andarsene dal Pd (un vero colpo di genio) e ha persino contrattato con il malcapitato la non-presentazione di una propria lista civica, perché non danneggiasse la corsa del feto sottopeso di Italia Viva. Bella pensata: oggi quei tre-cinque punti, secondo alcune stime, potrebbero essere la differenza tra la vittoria e la sconfitta.

Morale della favola: Zingaretti ha potuto scegliere solo due candidati che corrono in due regioni, per ovvi motivi quelle che non avevano “uscenti”, quelle che secondo tutti i dati erano virtualmente già perse (Liguria e Marche). Ma tuttavia verrà giudicato su candidature che hanno “preparato” altri. E indovinate chi c’era quando sono stati investiti Emiliano e De Luca? Sempre Renzi (adesso entrambi lo detestano, ma questa è un’altra storia).

Ed ecco gli scenari più probabili:
1) Cinque a uno. La destra vince ovunque tranne in Campania. Sarebbe una Caporetto. Ma, proprio per questi motivi appena ricordati, Renzi farebbe bene a partire per il Congo e non farsi più vedere. Tuttavia nel Pd si ballerebbe comunque, e molto, perché qualcuno la testa del leader la chiede. Stefano Bonaccini potrebbe sfidare Zingaretti e si verificherebbe un bel duello vero tra destra e sinistra nel partito magari (ancora meglio – per chi scrive – se la destra che vuole il renzismo senza Renzi lo perde).

2) Quattro a due. La destra vince ovunque tranne che in Campania e Toscana: Giani si salva malgrado il suo ingombrante padrino di Rignano (e se stesso), il conto della sconfitta è appena attenuato, ma per ovvi motivi il tema diventa l’alleanza con il M5s, dunque l’unica linea possibile è romperla, come vorrebbe la destra (suicidio certo, con Salvini che marcia su Palazzo Chigi) o rinsaldarla: e in questa chiave, paradossalmente Zingaretti si rafforzerebbe. Ma si balla comunque, e tanto.

3) Tre a tre. Alla Toscana e alla Campania si aggiunge la Puglia, con un colpo di reni miracoloso di Emiliano (le altre le prende la destra). È vero che il centrosinistra perderebbe due regioni, ma questo dato era già scritto nel dato delle europee, e allora non ci sarebbe dibattito né nel M5s né nel Pd. Non si balla per nulla, il governo va dritto fino al semestre bianco, il presidente della Repubblica lo elegge questo Parlamento. Salvini viene ridimensionato, e le prossime elezioni politiche diventano a destra una nuova sfida a due fra una secchiona emergente e uno scolaro brillante, che però ha fallito tutte le prove. A sinistra i giallorossi superano l’esame Covid e quello delle amministrative, il preside Conte diventa provveditore agli studi, e il candidato premier (come immaginato due anni fa da Goffredo Bettini).

Dovendo scommettere un euro lo punterei sulla secchiona a destra e su Conte a sinistra. Ma il punto decisivo è questo. A prescindere dal pallottoliere, la destra resta fortissima nel paese, capace di aderire come carta moschicida su cangianti e feroci spiriti animali del suo tempo. Egemone anche quando i suoi leader si scannano, competitiva anche quando perde argomenti (l’immigrazione non tira più), comunque capace di interpretare alcuni sentimenti profondi e liquidi di un paese insoddisfatto.

Quando assisto allo spettacolo del centrosinistra che governa senza riuscire a comunicare nemmeno quello che fa, e che spesso quando lo fa – vedi la scuola – lo comunica male, mi viene in mente che la maledizione del Titanic, dove si balla mentre si rischia di affondare, accomuni il meglio delle “elites” (passatemi il termine) e dei “barbari” (passatemi il termine) che sono l’ossatura e la ragione di questo governo. C’é un ottimo frontman (Conte), ma manca un grande narratore, e quindi un grande racconto.

Il salvinismo, invece, sotto alla sovrastruttura dei mojtos, dei selfie, della lotta alle mascherine, ha sempre lo stesso potente racconto di sempre, un libro proibito la cui lettura tenta ancora un pezzo di paese. È l’idea dei pieni poteri, dell’uomo forte, del leader che ci spoglia anche dell’ultima crisalide del bossismo per provare a librarsi in volo e proporsi come una risposta semplificatoria e catartica alla crisi italiana.

Inseguire questo Salvini e questo centrodestra, oggi, è come andare a vedere la quarta serie della “Casa di Carta” su Netflix: ci sono nuove puntate, è vero, ma la storia è la stessa e gli attori anche. E se questo film non vi è piaciuto nel 2018, quando ne parlavano tutti, figuratevi se può interessarvi ora, che davanti allo schermo di Telecapitano è rimasto lo zoccolo duro dei fedelissimi.

Io, quando penso a questa storia, rimpiango i bei tempi in cui quelli che andavano agli esami di riparazione senza aver studiato potevano essere ancora bocciati.

5 replies

  1. Telese ha dimenticato la cosa più importante: nel nostro paese il voto per il parlamento ha dinamiche e risultati molto diversi rispetto alle altre competizioni elettorali. M56 ha vinto le ultime due ( o quasi) paramentarisenza aver mai aver mai conquistato il governo di una sola regione.

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  2. Un mucchio di balle assortite.
    I cittadini che voteranno per eleggere i nuovi consigli regionali lo faranno in base a dinamiche e preferenze
    che nulla hanno a che spartire con la sopravvivenza o meno del Governo.
    Assistiamo al solito inverecondo sciacallaggio di una invereconda “casta” giornalistica che pretende di piegare
    ogni fatto e la notizia e l’interpretazione di ogni fatto agli interessi di bottega dei loro padroni.
    Veramente non se ne può più!

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  3. Gli scenari descritti da Telese sono piuttosto banali. Io non credo che sia questione di tre a tre, quattro a due, venti a zero: gli equilibri di questo governo prescindono da questi numeri.
    Volendo guardare alla maggioranza, il fatto è questo:

    – il PD (quando era ancora a guida Renzi) è stato bastonato alle elezioni del 2018, e severamente. Si è trovato, da partito di governo, a partito d’opposizione, rifiutando anche l’alleanza coi grillini che pure era stata offerta per prima rispetto a quella con la Lega (e anche questa è stata una trovata di quel Renzi di cui sopra); aveva di fronte la prospettiva di un quinquennio all’opposizione, di un Presidente della Repubblica scelto da altri, di una Lega che cresceva oltre ogni aspettativa; poi il suicidio politico di Salvini gli ha offerto la possibilità di tornare al governo: un regalo inatteso e che sarebbe da pazzi buttare via. Secondo i sondaggi, il PD è ancora indietro rispetto al cdx, quindi lasciare il governo e rischiare le urne sarebbe un altro suicidio politico: non lo farà mai. Piuttosto cercherà di resistere drenando voti ai suoi alleati (non potendoli drenare a destra), primo fra tutti il Movimento.

    – il M5S è arrivato alle elezioni del 2018 con un successo inaspettato, che l’ha portato ad essere il primo partito d’Italia in Parlamento. Governando ha perso consensi, e ora – stando ai sondaggi – si trova con un consenso pari circa alla metà di quello del 2018. Per di più, il suo Capo Supremo, non volendo proseguire nella politica della “terza via”, ha deciso di legare le sorti del Movimento a quelle del PD, in un’alleanza innaturale e potenzialmente mortale. Mandare all’aria il governo ora significherebbe per il Movimento o rimanere escluso da un governissimo nato da un accordo tra i partiti old-style (che in fin dei conti vanno tra loro molto più d’accordo che col Movimento) oppure affrontare le urne e testare il consenso nel Paese. Non lo farà mai. Cercherà di resistere finché potrà.

    – Renzi ha fatto una scommessa su se stesso, immaginando di essere in grado di risorgere dopo i suoi insuccessi. Non ce l’ha fatta: dopo aver disastrato il PD ha fondato un partitucolo che era partito con un consenso rilevato del 5-6%, ma lo statista di Rignano si è impegnato a fondo, ed è riuscito a portarlo al 2%, facendosi sorpassare anche da Calenda nei sondaggi. E’ uno dei politici più impopolari d’Italia, e non riesce a farsi una ragione del fatto che, quando lo guarda, il resto degli italiani non veda “l’enfant prodige della politica italiana” ma solo un individuo ambizioso e inaffidabile. Il suo piano era fregare consensi al PD, raggiungere la doppia cifra e poi mandare a gambe all’aria il governo per piazzarsi nuovamente tra gli attori della scena politica italiana. Ora se il governo andasse gambe all’aria trascinerebbe con sé anche Renzi e i renziani tutti, che probabilmente in caso di nuove elezioni nemmeno entrerebbero più in Parlamento. Non cederà mai: terrà in vita questo governo finché potrà, o finché qualcuno non gli offrirà un’ancora di salvezza migliore (fosse anche a destra, chissenefrega: viva la coerenza).

    – Conte. Era un signor nessuno prima di essere assoldato come “notaio” da Di Maio e Salvini. E’ riuscito a sopravvivere a i suoi benefattori, non tanto per le sue capacità, quanto per la miopia di entrambi. Di Maio lo ha voluto come Presidente del Consiglio anche nel nuovo governo giallorosso, e ora si mangia le mani perché si è reso conto di avergli regalato una popolarità inaspettata. Il PD, per giustificarsi con gli elettori di aver acconsentito a nominare Presidente del Consiglio uno che fino a poco prima considerava un “burattino” (Conte fu chiamato così dall’eurodeputato Verhofstadt al Parlamento europeo, e la sinistra non si scandalizzò di certo), ha dovuto avviare la narrativa del Conte Grande Statista, retorica cui anche il diretto interessato ha iniziato a credere. Ovviamente se il governo dovesse cadere tornerebbe a sparire, farebbe la fine di un Monti qualunque. Non lascerà mai spontaneamente la poltrona, se non per quella di Presidente della Repubblica cui ha iniziato a guardare con interesse.

    Quindi qualunque sia il risultato delle regionali, la partita del governo rimarrà bloccata da queste dinamiche, che sono molto più influenti rispetto alle sorti di Giani o della Ceccardi.

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  4. Alla fine, pensateci, questo è di nuovo un voto sul governo gialloverde.

    Caro Luca Telese, ci ho pensato a lungo, molto a lungo. Conclusione? Questa affermazione mi sembra un’immane cazzata.

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