Da sindaco-sceriffo a sindaco sanitario: la sfida di De Luca per avere il bis

(Antonio Polito – corriere.it) – Su via Caracciolo, a ora di pranzo, si girano scene da un matrimonio. Il servizio fotografico della festa di nozze è una cosa presa molto sul serio a Napoli. C’è la coppia felice al centro e tutto intorno un girotondo di parenti e invitati in abito da sera. Quando i due si baciano, gli altri devono fare la ola. Ci sono due droni e quattro operatori in azione. La ripresa va rifatta più volte perché non viene bene. Colpa di un ospite che inciampa. L’amico lo apostrofa: «Ma che, tieni la prostatite nelle gambe?». Poco dopo, al ristorante, un cameriere mi mostra il video del nipotino di otto anni che fa alla perfezione l’imitazione di Crozza che fa l’imitazione di De Luca, mentre con irresistibile faccia truce dice: «Vi mando i lanciafiamme a casa».

Il governatore della Campania è ormai uscito dalla condizione mortale dell’uomo politico, ed è entrato in quella virtuale della celebrità. Le sue battute su Facebook, roba da un milione di visualizzazioni, rilanciate perfino da Naomi Campbell con la scritta «Ascolta, America, ascolta», sono virali a Napoli come un tempo i tormentoni di Quelli della notte, il programma cult di Arbore. Il suo avversario del centrodestra, Stefano Caldoro, che una volta l’ha battuto nel 2010, una volta è stato battuto nel 2015, e questa è la terza volta della loro sfida da highlander, ha lo sguardo di chi ha appena visto un Tir arrivargli addosso. Ricorda con nostalgia i giorni, appena sei mesi fa, in cui De Luca «era nei sondaggi 14 punti indietro a ogni ipotetico candidato del centrodestra». Ora, per usare un eufemismo, le cose non stanno più così. Allora il Pd offrì a De Luca di tutto, si disse anche la presidenza di Fincantieri, pur di sostituirlo con il ministro Costa, che portava in dote l’accordo con i Cinquestelle. Ora il governatore lascia capire, negli incontri privati, che dopo il suo trionfo a Napoli intende occuparsi di un’altra sostituzione, ma stavolta a Roma: quella alla segreteria del Pd.

Ma come ha fatto in sei mesi la Campania a diventare la Stalingrado della sinistra, l’unica regione in cui può dirsi sicura di non perdere, più fedele perfino della rossa Toscana? Intanto è da vedere se si possa definirla sinistra. Un amico che viene dal Pci e si è fatto il Pds, i Ds, l’Ulivo, l’Unione e il Pd, dice che tra tutti i candidati che sostengono De Luca quelli con una storia come la sua saranno non più di cinque. E sì che in tutto sono la bellezza di 750, cioè 50 per 15 liste. In un celebre fuori onda, De Luca fu registrato una volta mentre invitava le sue truppe sul territorio a non lesinare neanche le «fritture di pesce», pur di conquistare elettori. Diciamo che non attribuisce troppa importanza al voto di opinione. Nella coalizione ha preso anche De Mita, Mastella, Pomicino. C’è una buona fetta di centrodestra, compresi ex grandi elettori dei Cesaro, famiglia di Forza Italia con molti voti e molti processi penali. C’è Italia Viva di Renzi, taxi per numerosi profughi. C’è la lista personale di De Luca che gareggia con quella del Pd. È il modello Arca di Noè; e stravincerà.

Ma se questa è vecchia politica, ancora più vecchia sarebbe un’analisi che volesse spiegare solo con il clientelismo il successo che sta arridendo a De Luca. La differenza l’ha fatta il Covid. Di fronte al quale — dice Enzo Amendola, uno che Napoli la frequenta anche adesso che è ministro — «il governatore ci ha messo la faccia, ed è riuscito a giocare un ruolo da salvatore della patria». Se da giovane, nel Pci di Salerno, lo chiamavano Pol Pot per una certa concezione sbrigativa della lotta politica, in questa occasione De Luca ha fatto il Xi Jinping. Ha «sentito» la paura e la richiesta di protezione che veniva dalla gente e l’ha cavalcata con pugno di ferro, agitato anche verso il Nord e verso Roma, della serie «se mi fate arrabbiare chiudo le frontiere della Campania». Non è un caso che piaccia di più nei ceti più popolari, in particolare tra le casalinghe. La trasformazione da ex macchietta sui social a star dei social si deve insomma non alla recitazione, ma al contenuto. Per «comunicare» bisogna avere qualcosa da dire, e De Luca ce l’aveva. Secondo Amendola questo qualcosa è la «ricostruzione del potere pubblico nel Mezzogiorno». In termini di ordine e disciplina, certo; ma anche con diecimila assunzioni di giovani nella pubblica amministrazione. Un’idea di statualità, nel caos e nel disordine di queste terre. Non scalfita, a quanto pare, dallo stillicidio di inchieste in cui è stato coinvolto, l’ultima sul trattamento dei suoi autisti in Regione.

Non è insomma solo folklore, ma qualcosa che parla al Sud. Potremmo definirlo un leghismo meridionale? Un sovranismo campano? Un populismo di sinistra? Difficile dirlo. Ciò che è sicuro è che sta svuotando leghismo, sovranismo e populismo di destra. In uno dei suoi bagni di selfie, che si concede «à la Salvini», una signora gli si è avvicinata e gli ha confessato: «Presidente, io sono candidata con Fratelli d’Italia, ma come governatore voto a voi». De Luca può certamente ringraziare la fortuna: il nemico che si è scelto, il Covid, ha graziato la sua regione nei giorni della strage al Nord. E non certo perché in Campania si siano fatti più tamponi, anzi. Però questa benevolenza del cielo, forse risarcitoria, nei confronti del Sud, e che gli scienziati ancora non ci sanno spiegare, non ha prodotto gli stessi effetti elettorali su altri governatori pur fortunati allo stesso modo, come Emiliano per esempio, che invece arranca in Puglia. E questo si deve non solo alla scuola di pragmatismo politico da cui proviene De Luca, ma anche al fatto che l’emergenza gli ha dato i poteri di intervento diretto che da governatore non aveva, e così gli ha consentito di tornare a fare il sindaco-sceriffo, ciò che meglio gli riesce: da sindaco di Salerno a sindaco della Sanità.

Molti dubitano però che sia anche l’uomo giusto per progettare il futuro. Antonio D’Amato, imprenditore di primo piano in Campania ed ex presidente di Confindustria, lamenta i milioni di fondi europei non spesi in questi cinque anni e l’assenza di grandi progetti. Non è il solo. De Luca conosce l’arroganza del potere: non si circonda dei migliori, ma dei fedeli. Con la borghesia napoletana ha scarsi rapporti. Si dice che in cinque anni non abbia mai dormito una sola notte a Napoli. Per ora cavalca l’onda dell’uomo della Provvidenza. Ma da queste parti non sarebbe il primo a conoscere la polvere subito dopo l’altare.

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