L’addio di Piera Aiello, la deputata e testimone di giustizia siciliana, al M5s: “Non mi rappresenta più”

(HuffPost) – “Il nostro sistema di protezione, sulla carta, è uno dei migliori esistenti al mondo, ribadisco sulla carta, perchè molto spesso viene disatteso modificando e subordinando la vita dei protetti e dei familiari agli interessi economici dello Stato. I testimoni e i collaboratori sono delle semplici pedine lasciate allo sbando senza alcun supporto psicologico”, denuncia Aiello.
“Riguardo – spiega ancora la deputata – gli imprenditori, si possono dividere in due categorie: la prima comprende i soggetti inseriti in un programma di protezione i quali, allontanati dalle proprie aziende che necessariamente falliscono in quanto abbandonate a loro stesse, dopo anni si trovano alle prese con assurde richieste da parte del fisco. La seconda categoria include gli imprenditori che: denunciano, non sono inseriti in un programma di protezione, non vengono ricevuti dalle prefetture locali, sono abbandonati senza alcuna tutela e nel migliore dei casi usufruiscono della legge 44/99 che concede loro un riconoscimento di danni estorsivi, che puntualmente arriva dopo anni, quando l’azienda è ormai chiusa o addirittura fallita. Tutte le problematiche che ho elencato sono state puntualmente da me portate a conoscenza degli organi competenti, che ad oggi hanno audito alcuni di questi soggetti, senza risolvere nulla”.
“Non nascondo l’amarezza per tutto il lavoro che ho fatto, non solo in questi due anni da deputato ma anche negli anni quale semplice testimone di giustizia, lavoro vanificato da persone che non solo non si sono mai occupate di antimafia con la formazione adeguata, ma che non hanno ascoltato il mio urlo di dolore che non è altro che la voce di migliaia di persone che non hanno modo di farsi ascoltare e che io mi pregio di rappresentare. Sono stata additata come, e scusate il termine, “rompicoglioni”, solo perchè difendo a spada tratta i diritti di chi come me è stato “spremuto come un limone” da organi dello Stato e abbandonato. Sono fiera di essere così come vengo definita, specialmente da colui che per primo mi ha chiamata così, perchè ho avuto la certezza che in questa specifica commissione, dove si decide della vita e della morte delle persone, vengono nominati personaggi che non avrebbero mai avuto il coraggio denunciare neanche un semplice furto di galline e nonostante ciò hanno l’arroganza di non ascoltare chi per anni ha vissuto in un sistema di protezione a dir poco surreale”, si sfoga Aiello.Piera Aiello dice addio ai 5 stelle. “Non mi rappresenta più e continuo la mia attività di parlamentare”. La testimone di giustizia, che proprio in occasione della candidatura decise di mostrare il suo volto, racconta: “Sono stata eletta il 4 marzo 2018 nel collegio uninominale in provincia di Trapani-Marsala con quasi 80 mila voti, di cui 25mila nominali. Ho deciso così di rimettere in discussione la mia vita, tenuta segreta dal lontano 30 luglio 1991, in quanto testimone di giustizia. Quando mi è stata chiesta la disponibilità alla mia candidatura, ho intravisto la possibilità di portare la mia esperienza di testimone in un’aula parlamentare dove poter esporre le problematiche dei testimoni, dei collaboratori di giustizia e degli imprenditori vittima di racket e di usura”.

E ancora: “Dopo la mia elezione sono entrata a far parte della Commissione Giustizia e della Commissione Parlamentare Antimafia, dove ho messo in chiaro di non volermi candidare per nessun posto apicale, ma di voler portare un sano contributo in difesa delle suddette categorie, spesso, per non dire sempre, abbandonate negli anni dai Governi di turno. Affermo ciò perché nella mia trentennale lotta alla mafia tante promesse sono state fatte, e non mantenute, il che ha peggiorato sempre più la condizione di testimoni, collaboratori e imprenditori, quindi dell’intero popolo italiano, cui è stata soffocata la voce per aver avuto voglia affermare la verità e la giustizia”.

Aiello ricorda come si è avvicinata ai 5 stelle: “Negli anni mi ero appassionata a Gianroberto Casaleggio, uno dei padri del Movimento 5 Stelle, per le sue idee innovative, in cui era palese la voglia di un cambiamento concreto nell’ambito politico. Uno dei pensieri che ho fatto mio è il seguente: ‘Per raggiungere un obiettivo bisogna crederci, talvolta in modo irrazionale. In questo modo la possibilita’ di successo aumenta” poichè lo ritengo rappresentativo del mio percorso di lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Egli stesso si definiva un semplice cittadino che, con i pochi mezzi a sua disposizione, provava ad affermare quelle idee che a suo dire non sono nè di destra nè di sinistra poichè si tratta unicamente di idee buone o cattive. Tante sono le cose dette da Gianroberto Casaleggio, che condivido appieno e che hanno contribuito alla mia decisione di entrare in questa grande famiglia”.

Poi entra nel merito della sua decisione. Racconta le ragioni dell’addio:  “Ho ritenuto opportuno fare questa premessa – spiega ancora Aiello – perché chiunque avesse deciso di candidarsi in nome di questi ideali avrebbe dovuto essere un cittadino modello, giusto e osservante delle regole e delle leggi e con una fedina penale limpida. Solo in questo caso il Movimento mi avrebbe rappresentata, anche perché negli anni si era battuto in nome della verità, della giustizia e della legalità affiancando i testimoni di giustizia e addirittura accompagnandoli e ascoltandoli in commissione parlamentare antimafia. Ma se ad oggi mi trovo a scrivere tutto ciò è perché, in due anni, di questi ideali non ho visto attuare neanche l’ombra”.

Nello specifico, continua: “Per cominciare, in commissione giustizia i deputati sono incaricati di proporre emendamenti o modifiche su qualsiasi proposta di legge avallata o scritta dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal suo ufficio legislativo. Ma dopo mesi di sedicenti confronti, di tutto il lavoro parlamentare non rimane nulla. E’ sempre il ministro a decidere tutto e sicuramente non in autonomia, poiché il 90% degli emendamenti portati in commissione e poi in aula vengono bocciati e spesso senza alcuna motivazione valida”. Aiello riconosce che sul fronte della giustizia ci sono stati vari interventi. Ma a suo parere non bastano: “Sicuramente sono state fatte leggi importanti come lo “Spazza corrotti”, il “416-ter”, la “riforma della prescrizione”, l’inserimento del “Troyan” come strumento per le intercettazioni, ma di fatto rese vane nel momento in cui vengono mandati agli arresti domiciliari ergastolani del 41bis tramite una semplice circolare concordata con gli organi del Dap e il ministro Bonafede”. Il riferimento è all’ormai famosa circolare del 21 marzo, con la quale il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria chiedeva ai direttori delle carceri di segnalare i detenuti anziani o con gravi patologie. “La suddetta circolare – spiega ancora Aiello – manda infatti agli arresti domiciliari pericolosi criminali ,che hanno ucciso anche bambini, solo perché ammalati e ultra settantenni. Non nego il diritto sacrosanto alla salute, ma così come è stata applicata la legge riguardo l’ormai defunto boss corleonese Totò Riina, curato fino all’ultimo giorno in carcere, così doveva e deve avvenire per tutti gli altri boss mafiosi, altrimenti dov’è il diritto dell’essere uguali di fronte alla legge che tanto viene evidenziato nelle aule dei tribunali? Come può un cittadino fidarsi dello Stato se viene messa in pericolo in primis la propria sicurezza? I testimoni e i collaboratori che hanno contribuito al loro arresto come possono avere certezze di sicurezza? E chi vuole iniziare questo percorso di legalità come può davvero affidarsi allo Stato, se quest’ultimo non dimostra stabilità rendendo effettiva la pena di persone che hanno ancora le mani sporche di sangue?”.

Un ampio passaggio, poi, sui testimoni e sui collaboratori di giustizia:  “Il nostro sistema di protezione, sulla carta, è uno dei migliori esistenti al mondo, ribadisco sulla carta, perché molto spesso viene disatteso modificando e subordinando la vita dei protetti e dei familiari agli interessi economici dello Stato. I testimoni e i collaboratori sono delle semplici pedine lasciate allo sbando senza alcun supporto psicologico”, denuncia Aiello.
“Riguardo – spiega ancora la deputata – gli imprenditori, si possono dividere in due categorie: la prima comprende i soggetti inseriti in un programma di protezione i quali, allontanati dalle proprie aziende che necessariamente falliscono in quanto abbandonate a loro stesse, dopo anni si trovano alle prese con assurde richieste da parte del fisco. La seconda categoria include gli imprenditori che: denunciano, non sono inseriti in un programma di protezione, non vengono ricevuti dalle prefetture locali, sono abbandonati senza alcuna tutela e nel migliore dei casi usufruiscono della legge 44/99 che concede loro un riconoscimento di danni estorsivi, che puntualmente arriva dopo anni, quando l’azienda è ormai chiusa o addirittura fallita. Tutte le problematiche che ho elencato sono state puntualmente da me portate a conoscenza degli organi competenti, che ad oggi hanno audito alcuni di questi soggetti, senza risolvere nulla”.
“Non nascondo l’amarezza per tutto il lavoro che ho fatto, non solo in questi due anni da deputato ma anche negli anni quale semplice testimone di giustizia, lavoro vanificato da persone che non solo non si sono mai occupate di antimafia con la formazione adeguata, ma che non hanno ascoltato il mio urlo di dolore che non è altro che la voce di migliaia di persone che non hanno modo di farsi ascoltare e che io mi pregio di rappresentare. Sono stata additata come, e scusate il termine, “rompicoglioni”, solo perchè difendo a spada tratta i diritti di chi come me è stato “spremuto come un limone” da organi dello Stato e abbandonato. Sono fiera di essere così come vengo definita, specialmente da colui che per primo mi ha chiamata così, perchè ho avuto la certezza che in questa specifica commissione, dove si decide della vita e della morte delle persone, vengono nominati personaggi che non avrebbero mai avuto il coraggio denunciare neanche un semplice furto di galline e nonostante ciò hanno l’arroganza di non ascoltare chi per anni ha vissuto in un sistema di protezione a dir poco surreale”, si sfoga Aiello.

13 replies

  1. Non sono giustificazioni del c..zo per tenersi i soldi come qualcuno potrebbe dire, ma accuse ben particolareggiate, di come la ventata del cambiamento si stia placando e vada assumendo un vuoto di intenti e una mancanza di coraggio. Come diceva una canzone “finché la barca va, lasciala andare”. Il movimento in questo momento è puro amministratore senza una meta precisa.

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  2. Sig. Ra o sig. Ina aiello io ho seguito i lavori della commissione parlamentare stabilita in fretta dopo la trasmissione di giletti, presieduta da un 5s e le cose non tornano, prima di entrare nel merito, vorrei sapere dove, quando e chi nei 5s dopo 2 anni ha mancato ai valori dello statuto?
    Bene seguendo i lavori della commissione io ho capito:
    Il ministro Bonafede non c’entra nulla con scarcerazioni dei boss al 41 bis
    Decisione approvata da più di 200 magistrati dei vari tribunali di sorveglianza
    Decisioni effettuate perché il dap sopravvenendo ad un decreto voluto dal governo e accettato dal parlamento,( parlava di arresti domiciliari solo per coloro che dovevano scontare meno di 18 mesi), ha emesso una circolare.
    Circolare voluta da magistrati dei tribunali di sorveglianza di Brescia e Milano
    Accettata e firmata no da Basentini ma dal suo entourage, quest’ultimo si è permesso senza consultare nessuno, la postilla : valida per carcerati over 70( in carcere over 70 in italia ci stanno i 41 bis)
    Basentini come capo si è assunto la responsabilità dell’operato del suo ufficio e si è dimesso da signore.
    Cosa si doveva fare in piena pandemia covid-19?
    Ci è rimasta male? Scusi le risulta che ai domiciliari, non siano stati controllati?
    Bene è uscita dai 5s, per andare dove? È sicura che altrove realizzerà i suoi desideri?
    Io sinceramente ho moltissimi dubbi sul suo scritto e sulle vere scelte del suo abbandono. Saluti

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    • Così, a naso sarei più propenso a dare credito a ciò che sostiene @Giulio Fadda: da te (ci diamo del tu?), se non ho frainteso, non mi sarei aspettato un commento così, diciamo, tranchant…

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      • Il fatto è che se se ne vanno, li si nota di più , sono intervistati, fotografati, ecc .hannobil loro quarto d ora di celebrità .Poi che il M5S abbia punti di caduta è fuor di dubbio.Una cosa non esclude L altra .

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      • Bene, allora ti chiederei, siccome sei sempre molto precisa in quello che affermi (senza ironia), se quello che sostieni è perché conosci nei dettagli la vicenda della pulce con la tosse, o se il discorso “alla Nanni moretti” per intenderci è solo frutto di una tua supposizione, magari per non aggravare i punti di caduta dei 5S.

        Con il che, se fosse vera la seconda ipotesi, mi meraviglierebbe un po’ il fatto che sia anche tu complice di tali procedure.

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  3. Ancora con sta bufala di far intendere che Bonafede avrebbe scarcerato i boss?!
    Ma basta!
    La cosa più vergognosa è che i giornalisti che la intervistano assecondano questa menzogna, facendo finta di non sapere che è una balla enorme.

    Il trucco c’è, ma non si vede
    (di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Uno dei danni collaterali della polemica Di Matteo-Bonafede, oltre al festoso banchettare dei peggiori avvoltoi, è che oscura il vero motivo delle scarcerazioni di boss mafiosi e delinquenti comuni col pretesto dell’emergenza Covid. E cioè l’orientamento di un bel gruppo di giudici di sorveglianza che passano per “garantisti”, ma in realtà sono semplici “decarceratori”. In questo Paese a corto di senso dello Stato, è molto diffusa, anche nella magistratura (e non solo nelle correnti di sinistra), l’allergia al carcere. C’è pure chi lo abolirebbe, non ne fa mistero e, alla prima occasione, mette fuori tutti quelli che può. Che le carceri siano sovraffollate, promiscue e spesso terrificanti lo sappiamo. Ma non per i troppi detenuti (che anzi sono sotto la media europea), bensì per la penuria di posti cella (che va colmata costruendo o allestendo nuovi reparti). In ogni caso i giudici devono applicare il Codice penale che prevede la “reclusione” (c’è scritto proprio così) per una serie di reati. Prima si dava per scontato che – a parte reati gravissimi, o lievi ma commessi da poveracci senza tetto né difesa – la reclusione fosse finta, grazie a prescrizioni, amnistie, indulti, condoni, leggi svuotacarceri, pene alternative, liberazioni anticipate, sconti, attenuanti, condizionali, limiti d’età, scappatoie e cavilli vari. Il famoso Codice Spaventapasseri: da lontano fa paura, da vicino fa ridere.

    Poi il ministro Bonafede ha ridotto il gap fra pene scritte nel Codice, irrogate nelle sentenze e scontate in carcere. Prima per i tangentari (Spazzacorrotti), poi per evasori e frodatori fiscali (ultima Finanziaria), infine per i mafiosi (il dl Cura Italia li esclude dalle pene alternative che i giudici possono concedere, in base alla svuotacarceri Alfano del 2010, a chi deve scontare meno di 18 mesi durante l’emergenza virus) e in futuro per tutti (blocca-prescrizione per i reati commessi dal 2020). A quel punto il sistema si è ribellato e, con esso, alcuni giudici decarceratori. Hanno messo fuori Formigoni dopo 5 mesi (su 70 da scontare) tradendo la legge Spazzacorrotti con un’interpretazione “non retroattiva” contraria a 30 anni di giurisprudenza costante in materia di esecuzione penale, dopodiché la Corte costituzionale con agile piroetta s’è contraddetta per avallare quell’assurdità. Poi è partita la canea sull’imminente “strage”, anzi “apocalisse” da Covid nelle carceri, con appelli ad amnistie, indulti e scarcerazioni di massa. E molti giudici di sorveglianza han cominciato a liberare centinaia di condannati, anche mafiosi, anche al 41-bis (cioè gl’individui col minor rischio di contagio al mondo).

    Il tutto con la scusa che il Dap, sotto il fuoco dei “garantisti” (i radicali avevano persino denunciato in Procura Bonafede e Basentini per “procurata epidemia colposa”), si era cautelato con una circolare che chiedeva ai direttori delle carceri di segnalare i malati gravi, più esposti all’infezione, per “le determinazioni di competenza” (cioè isolarli, o sottoporli a tampone, o a visite mediche, o a trasferimenti in strutture sanitarie, non certo per mandarli a casa). E chi accusava Bonafede e Basentini di non scarcerare nessuno ha cominciato a strillare che scarceravano tutti, con le trombette di Salvini & Meloni e il megafono di Giletti che usa gli errori del Dap nel caso Zagaria per gettare 400 scarcerati addosso a Bonafede anziché a chi li ha messi fuori: i giudici di sorveglianza. Ora si spera che il decreto annunciato ieri consenta di rispedire in cella chi ne era uscito. Ma si deve sapere chi l’aveva fatto uscire. E con quali strabilianti motivazioni.

    Il boss dell’Uditore Francesco Bonura è passato dal 41-bis nel carcere di Opera alla sua casa di Palermo grazie a un giudice di Milano che cita il “rischio di contagio, indubitabilmente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere, che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani e affetti da serie patologie”. Una barzelletta, visto che il carcere è isolato per eccellenza, tantopiù per i detenuti al 41-bis, reclusi in celle singole senza contatti con gli altri. Il giudice scrive pure che “deve ragionevolmente escludersi il pericolo di fuga o di reiterazione dei reati” anche per “l’età e il complesso quadro clinico”. Cioè un boss di 78 anni non farà più il boss per raggiunti limiti di età (infatti l’ultimo boss della Cupola catturato nel 2018, Settimo Mineo, di anni ne aveva 81). Dunque, malgrado i domiciliari, potrà uscirne anche per “sedute dentistiche” sue e della moglie, e per “matrimoni, battesimi, eventi luttuosi, 25 e 26 dicembre, Domenica di Pasqua e Lunedì dell’Angelo (sic, ndr)”. E chi legge l’ordinanza che ha scarcerato il fratello del boss Zagaria dal 41-bis a Sassari scopre che sarebbe uscito comunque, anche senza i pasticci del Dap (che in quell’unico caso ci sono stati, come documentato da Giletti), perché la Corte d’Appello di Napoli lo definiva incredibilmente “non pericoloso” e il giudice di sorveglianza riteneva impossibile curarlo sia in carcere sia in ospedale. Quindi l’ha mandato a casa sua a Brescia, cioè nell’epicentro del contagio. Geniale. Ecco: il polverone Di Matteo-Bonafede sta coprendo tutto questo. E tutti gli altri decarceratori seriali pronti a riprovarci.
    https://infosannio.com/2020/05/07/il-trucco-ce-ma-non-si-vede/

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  4. Rispetto e solidarietà per la sua storia e per tutto quello che ha passato.
    Nello specifico, adesso che è uscita da un gruppo parlamentare che è maggioritario, come pensa di poter incidere da sola?

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  5. Risposta a Gatto.
    conosco personalmente un parlamentare eletto con M5s per poi, scontento del gruppo che lo ha fatto eleggere (legittimo, per carità) è poi passato “all’indifferenziato”per motivazioni risibili, e da lì offrirsi al miglior offerente , che peraltro ha trovato .Il vero motivo è quello che ho detto:voleva visibilità , essere intervistato, finire sui giornali, anche a tiratura locale, ecc.A mio parere in tali casi si deve lasciare il Parlamento.Punto, sigla, pubblicità .Se si vuole far parte Ad esempio dell’Ordine dei Preti Scapoli , se ne accettano le regole, fossero anche stupide come portare una giarrettiera rossa.Altrimenti non entri.Se ci entri, lo fai con le regole che il gruppo si è date (tipo restituire parte di stipendio) a meno che non si tratti di reati .Ma
    Anche in tal caso lasci il seggio in modo che possa subentrare un altro dello stesso partito , rispettando la volontà degli elettori .Gia non ci sono le preferenze.Si è votato per un progetto politico , non per i singoli candidati che nessuno conosceva , quindi come diceva la Prof.ssa Carlassare, la volontà popolare non è rispettata .
    Potrei parlare per ore degli errori e delle autentiche carognate perpetrate dai 5 stelle,( per le alluvioni di novembre scorso, 60 milioni alla sola Venezia e una ceppa al sud con Matera -città più antica di Venezia-, il Salento e la Sicilia devastati. Anche la Protezione civile che deve essere nazionale, chiedeva soldi solo per Venezia).Ma ribadisco ,mi sforzo di essere obiettiva e secondo me il primo concetto non esclude il secondo.sono solo in apparenza contraddittorii .

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