Un’altra poltrona per Mario Monti

INCARICO DELL’OMS A MISTER AUSTERITÀ MONTI DETTERÀ L’AGENDA AGLI ITALIANI

(Claudio Antonelli – la Verità) – Una sovra struttura come l’Europa unita in vitro all’Organizzazione mondiale per sanità (sezione Ue) non poteva che produrre la commissione paneuropea per la salute e lo sviluppo sostenibile. Già il nome suggerisce la dovuta diffidenza, vista l’impronta di natura sovietica. Che oggi si nasconde sempre dietro due termini chiave: resilienza e sostenibilità le chiavi di volta del comunismo 4.0. L’obiettivo del comitato è infatti quello di rivedere le priorità di spesa dopo l’esperienza del Covid.

«Dopo l’analisi di come i diversi Paesi hanno risposto alla pandemia, la commissione», spiegano dall’ufficio europeo dell’Oms, «formulerà raccomandazioni sugli investimenti e le riforme per migliorare la resilienza dei sistemi sanitari e di assistenza sociale nei 53 Stati membri della regione europea dell’Oms», conclude Hans Henri Kluge, direttore generale Oms Europa. l lavori inizieranno il 26 agosto e il risultato di tale mega studio non sarà pronto prima di settembre del prossimo anno.

Quando, stando alle promesse dei leader Ue, gli assegni del Recovery fund dovrebbero essere già spesi. Per carità l’Oms ha i suoi tempi e di solito sono sempre sfasati rispetto alla realtà. Potremmo ancora pensare che lo studio possa aiutare i Paesi membri dal 2022 al 2027, anno in cui terminerà l’ombrello del Recovery fund. Il condizionale è d’obbligo perché a smontare anche le ultime speranze è il nome del presidente designato all’unanimità.

Si tratta del bocconiano Mario Monti. Stimatissimo dalla gente stimata, dai suo studenti, dai salotti che si auto alimentano, da Bruxelles, da Giorgio Napolitano (almeno fino al disastro dell’avergli disobbedito al fine di fondare un partito) e stimato soprattutto da chi ama i lunghi discorsi. nella realtà però Monti è una garanzia di fallimento. E non solo politico. Basti pensare ai cavalli di battaglia adottati dopo essere stato nominato senatore a vita e quindi incaricato premier a novembre del 2011.

Il docente della Bocconi ha capito che il nostro Paese aveva bisogno di uno choc per rilanciarsi.Così ha inventato la tassa sul lusso e ha pensato bene, primo tra i colleghi Ue, di introdurre la Tobin tax. Cominciamo da quest’ ultima. In pratica, si tratta di un prelievo dello 0,1% sulle transazioni di azioni, derivati o negoziazioni ad alta frequenza. Le operazioni gestite da algoritmi che fanno capo a grandi banche d’affari e trader specializzati. La Svezia la adottò nel 1984 per un mero senso di masochismo politico. Tre anni dopo fece marcia indietro: gettito irrilevante ma danni consistenti sui flussi in Borsa. Monti invece, convinto di fare meglio, adottò qualche modifica e via.

Stimò un gettito di 1,2 miliardi all’anno. Dal 2013 al 2016 gli incassi non superarono in tutto il miliardo e mezzo. In compenso, le operazioni soggette all’imposta sono calate solo il primo anno del 30%. Chi ha potuto ha cambiato sede alla società e traslocato in altro Paese Ue. Infine, nel 2017 la Consob boccia l’intero schema. Non solo consente introiti fiscali minimi, ma impone costi di calcolo e di riscossione troppo elevati. Eppure, giornali e politica hanno preferito rimuovere il flop e continuare a considerare Monti una entità geniale. Alla nautica, l’aeronautica e le auto di lusso ha fatto ancor di peggio. Il professore ha introdotto l’imposta che tutti i giornali battezzarono sul lusso.

Alla base la classica idea cattocomunista di penalizzare all’inverosimile chi è ricco e può spendere. Risultato, il primo anno Monti incassò circa 200 milioni di euro tassando le imbarcazioni sopra una certa dimensione. L’anno dopo il fatturato del comparto è crollato di 2 miliardi circa, tornando ai livelli del 2001. Omettiamo i danni inflitti al mondo dell’aviazione leggera che non si è più ripreso. I grandi jet, invece, non furono mai nemmeno toccati.

Ovviamente battevano già bandiera svizzera o di altri fiscalità agevolate. Insomma, Monti uscendo dal suo laboratorio e sedendo a Palazzo Chigi aveva dimenticato un dettaglio. I capitali come gli aerei volano. E vanno dove stanno meglio. Con queste premesse, è difficile immaginare che il suo nuovo incarico di presidente alla commissione speciale dell’Oms possa fruttare qualcosa di buono. Tanto più che il tema sanitario è ancor più delicato. O meglio è quello più delicato quando si affronta il curriculum dell’uomo con il loden. A novembre del 2012, l’allora premier intervenne in video conferenza alla presentazione del centro per le biotecnologie della Fondazione Rimed di Palermo.

«La sostenibilità del servizio sanitario nazionale, nel prossimo futuro, potrebbe non essere garantita», disse, facendo prendere un colpo a tutti. Il ministro Piero Giarda all’epoca addetto alla spending review cercò dopo di mettere una toppa. Spiegando che il welfare andava rivisto e migliorato. In realtà, la legge finanziaria del governo Monti, approvata a dicembre del 2012, mise in piedi tagli che tra il 2013 e il 2015 valsero la bellezza di 8 miliardi, ricadendo sugli esecutivi successivi. Ora, a casa nostra rinnovare e smantellare sono due cose diverse.

Di certo, la sanità italiana grazie a Monti non è migliorata o si è rinnovata. Resta invece in piedi il concetto dello smantellamento. E che adesso Monti vada a presiedere una commissione che spieghi all’Italia come spendere i soldi per fare in modo che il Paese e il suo sistema sanitario siano in grado di affrontare una pandemia rischia di essere una presa in giro. A consolarci il solo fatto che nessuno, nemmeno i vertici di Bruxelles, si aspettano risultati concreti dai Monti boys. Così passerà un anno, attenderemo di capire quanto l’Ue ci permetterà di indebitarci con il Recovery fund e poi leggeremo il lunghissimo report della commissione e del suo presidente che continuerà a essere stimatissimo.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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