Stragi, quarta stagione tra bombe e Forza Italia

ITALY – MARCH 12: Posters showing the face of candidate Prime Minister Silvio Berlusconi for the Italian electoral campaign on March 12, 1994 in Rome, Italy. (Photo by Franco Origlia/Getty Images)

(di Marco Lillo – Il Fatto Quotidiano)Ergastolo. Questa è la richiesta di pena per Giuseppe Graviano (il boss siciliano già condannato per le stragi del 1992 in Sicilia e del 1993 a Milano e Firenze oltre che per gli attentati di Roma) e per il calabrese Rocco Santo Filippone, ritenuto un uomo della cosca Piromalli che domina il Tirreno calabrese. Si avvia alle ultime battute il processo che ha avuto l’onore delle cronache solo quando proprio Graviano ha lanciato accuse pesanti e non riscontrate contro Silvio Berlusconi, tipo: “Io l’ho incontrato a Milano mentre ero latitante nel 1993”. Il pm Giuseppe Lombardo ha formulato, dopo una requisitoria fiume durata molti giorni, le sue richieste di condanna per i due imputati in relazione al duplice omicidio dei due carabinieri, Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Furono uccisi a colpi di M12 a Scilla in Calabria il 18 gennaio del 1994 mentre si trovavano a bordo della loro Alfa 75 in servizio. I due boss sono alla sbarra anche per gli attentati ai danni sempre di altre pattuglie dei Carabinieri, avvenuti nel dicembre 1993 e febbraio 1994. Lombardo inserisce quei fatti calabresi nella strategia politica portata avanti con le stragi da Cosa Nostra (in accordo con la ’ndrangheta) per influenzare il corso della storia d’Italia. Per dare il senso dell’importanza del processo ieri in aula il procuratore capo di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri ha preso la parola per formulare le richieste dell’accusa e al suo fianco c’era anche il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Lo scenario descritto dal pm di Reggio è nazionale e disegna l’estensione di quello consacrato nella sentenza di primo grado del Processo Trattativa. La tesi dell’accusa nella sostanza è questa: ’ndrangheta, mafia, servizi deviati e massoneria deviata temevano la presa del potere degli ex comunisti dopo la caduta del Muro.

La strategia il “sistema” contro il pds di occhetto

Dalla fine del 1993 all’inizio del 1994, quando il Pds di Occhetto sentiva già profumo di Palazzo Chigi, questo “sistema” mise in essere una strategia a suon di attentati per stravolgere il clima politico del paese. Lombardo ieri ha parlato di “un disegno in cui le componenti mafiose si muovono accanto a componenti originariamente di altra natura”. Gli attentati ai Carabinieri in Calabria erano parte della strategia stragista nazionale che sarebbe culminata nell’attentato fallito allo Stadio Olimpico di Roma il 23 gennaio del 1994. “La strategia stragista – per Lombardo – aveva una precisa caratteristica: attaccava consecutivamente una serie di obiettivi simbolici omogenei. C’è stata la stagione degli attacchi ai politici (Salvo Lima, ucciso nel marzo 1992, ndr), c’è stata la stagione degli attacchi ai magistrati (Falcone e Borsellino, maggio–luglio 1992, ndr), c’è stata la stagione degli attacchi al patrimonio artistico (bombe a Firenze Milano e Roma tra maggio e luglio 1993, ndr). C’è stata la stagione delle forze dell’ordine, in particolare i carabinieri, come abbiamo visto (i tre attentati in Calabria oggetto del processo ‘Ndrangheta stragista più la strage tentata all’Olimpico, ndr). Sulla scia degli eventi che portano a quel fatidico 23 gennaio 1994 (Roma-Udinese all’Olimpico, ndr) inseriamo – ha proseguito Lombardo – gli avvenimenti calabresi”. Per il pm il marchio della strategia consacrava la sua finalità terroristica con le rivendicazioni della sigla “Falange Armata”.

In carcere “Chi deve pagare con me che sta sopra di me”

Di solito erano rivendicazioni successive ma una sola fu precedente. Il 21 gennaio 1994, ha ricordato Lombardo, un telefonista anonimo dice che il 23 gennaio 1994 ci sarà un attentato allo stadio. A Marassi però, durante Samp-Juventus. L’attentato – fallito, come sappiamo – era programmato dopo Roma-Udinese. La telefonata però – nota Lombardo – arriva alla Questura di Roma, “è una firma preventiva all’attentato dell’Olimpico” e giunge proprio nei giorni in cui a Roma c’è stato l’incontro (datato dal pm 21 gennaio 1994) al bar Doney di Via Veneto tra Giuseppe Graviano e Gaspare Spatuzza. In quell’incontro – secondo Spatuzza – Graviano gli spiega la sua strategia politica che punta su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Annuncia che “hanno il paese nelle mani” e chiede al suo gregario di fare in fretta l’attentato allo stadio anche perché i calabresi si erano già mossi con gli attentati ai danni dei Carabinieri.

“Non è che la fretta di Graviano per portare a termine il fallito attentato all’Olimpico era legata al fatto che la settimana dopo sarebbe stata annunciata la discesa in campo di Berlusconi?”, si era chiesto retoricamente il pm il 3 luglio scorso nella requisitoria. Poi la strage del 23 fallisce, il 26 gennaio Berlusconi annuncia la sua discesa in campo e il 27 gennaio Giuseppe Graviano e suo fratello Filippo sono arrestati a Milano. “Sappiamo benissimo – ha detto Lombardo – che Graviano è arrabbiato per il suo arresto. Non se lo aspettava nella misura in cui lui aveva preso degli accordi. La rabbia ci consente di comprendere che gli accordi non comprendevano la sua cattura”. Poi ‘ndrangheta e Cosa Nostra dicono basta alle bombe. “Inizia la fase in cui bisogna attendere il mantenimento delle promesse”, spiega Lombardo. Terminano anche le rivendicazioni della Falange Armata. Secondo il pm “il soggetto che per Cosa nostra era incaricato di mantenere i rapporti con la ‘ndrangheta aveva un solo nome e cognome: Giuseppe Graviano”. Ironicamente il pm ha detto: “Non ho ringraziato formalmente Graviano per quello che ci ha detto nel corso dell’esame? Mi pare di sì, perché ci ha spiegato che quel momento storico è un momento in cui la sua storia, la storia di Cosa Nostra, la storia della ‘ndrangheta procede di pari passo con la storia del movimento politico che verrà annunciato il 26 gennaio di quell’anno: Forza Italia”. Si tratta di una requisitoria, certo. Inoltre le questioni politiche non sono oggetto del processo che si occupa solo degli attentati e dei due imputati Graviano e Filippone. Però il pm ieri ha posto domande interessanti: “Tutto è finito nel febbraio 1994. Perché? Perché come dice Spatuzza, ‘Graviano mi disse: abbiamo il Paese nelle mani’”. In un altro passaggio della requisitoria il pm ha ricordato le intercettazioni del 2016-2017 di Graviano in carcere: “‘Berlusconi è un traditore’. O – ha chiesto retoricamente Lombardo – lo definisco io un traditore? Il 14 marzo 2017, a un certo punto (mentre è intercettato, ndr) Graviano dice ‘io sto pagando va bene, ma l’autore e lui’. Così dice Graviano – ha proseguito il pm – in un’intercettazione che non ha mai smentito”. Certo, va detto che Graviano si dice “tradito per una questione di soldi”. Però per il pm il punto è un altro: “Riconosco a Graviano che ha ragione quando dice: ‘Chi deve pagare insieme a me che sta al di sopra di me?’. Ha ragione. Poi vediamo se la magistratura italiana avrà la forza di andare fino in fondo”. La sentenza è attesa, dopo le arringhe dei difensori e delle parti civili, dal 21 luglio in poi.

5 replies

  1. Ma questo articolo è un racconto di fantapolitica o descrive fatti e motivazioni reali, almeno nel quadro generale?
    Me lo domando perché il carrozzone mediatico, quasi nella sua interezza, parla e scrive di pandemia, di mascherine,
    di selfie e di nutella e sembra ignorare quei fatti e le gravissime implicazioni di quei fatti.
    E’ storia di ieri che uno che è stato alla guida più volte del Paese e che ha guidato anche la UE per cinque anni, abbia
    trovato “normale, possibile e conveniente” che lo “utilizzatore finale” di quella strategia di sangue e di illustri morti ammazzati
    possa tranquillamente ricoprire un ruolo politico di primo piano nel determinare le sorti del Paese.
    Mi domando in che Paese viviamo se non solo i suoi seguaci lo vogliono senatore a vita, ma anche persone che, a chiacchiere,
    avevano finto di contrastarlo.
    Se ci fosse in Italia una stampa minimamente degna di questo nome, e purtroppo così non è, tutti i riflettori sarebbero accesi
    su questo processo e nessuno, nemmeno Romano Prodi, oserebbe esporsi nell’accettare come “normale” che chi ha mischiato
    la sua storia con quella delle mafie più feroci possa avere ancora la possibilità di continuare ad inquinare la vita del nostro Paese.

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