Twitter, un simposio di hater e analfabeti privi di ironia

(di Daniela Ranieri – Il Fatto Quotidiano) – Adesso diranno che stiamo difendendo il principale, ma pazienza: c’è un limite all’analfabetismo (o alla malafede). Travaglio ha titolato il suo editoriale “Giorgio Covid”, per dire di Gori la pertinace tendenza alle esternazioni e alle misure confusionarie a tema pandemia, e su Twitter – quel simposio di menti sopraffine che ogni giorno da casa spiegano gratis a un direttore come si dirige un giornale – ha tenuto banco per ore un’accesa campagna di sdegno.

Solidarietà all’offeso, biasimo dell’immondo autore (peraltro variamente invitato a chiudere bottega, contagiarsi, morire o, peggio, recarsi a Bergamo per conferire con Gori): pareva che Travaglio l’avesse seviziato e dato in pasto ai cani (stavamo per dire “sciolto nell’acido”, ma mica siamo matti, abbiamo interiorizzato la censura).

Ci pare di aver capito, sotto la gragnuola di “vergogna!”, che Travaglio voleva augurare la Covid a Gori. Secondo altri, il gioco di parole offende i morti di Bergamo, che invece il sindaco ha onorato col suo “Bergamo non si ferma!”, stranamente in consonanza coi vivi di Confindustria, mentre in città e nelle fabbriche le persone cadevano come mosche.

A capeggiare l’esecuzione, con la loro poderosa macchina del linciaggio sul nulla, i pezzi grossi del piccolo partito di Renzi, quello che coi morti di Bergamo (e Brescia) ha una tale consuetudine che loro hanno scelto lui perché ingiungesse a Conte di riaprire tutto durante il picco (ancora in strabiliante sintonia con Confindustria!) perché il paradiso è bellissimo.

Non c’è stato chi non ne ha approfittato per regolare conti propri con Travaglio, rendendolo trend topic dell’infamia: italovivi (si fa per dire) dal dente comprensibilmente avvelenato; politichetti sensibili (quando tocca a loro; quando invece c’è da mettere alla gogna qualcuno sono spietati sguinzagliatori di hater a comando); inferiori goriani in piena sindrome fantozziana; “liberali” colleghi giornalisti, suscettibili al sarcasmo, che tentano invano di fare, ma prontissimi a difendere persino CasaPound perché Voltaire così avrebbe voluto…

Naturalmente nessuno è stato in grado di spiegare cosa ci fosse di offensivo nell’editoriale su Gori, che di Gori era non solo il ritratto ma per così dire il curriculum vitae, a meno di non ritenere offensivo notificare a qualcuno di esser sé stesso.

Il peccato, può darsi, è stato pronunciare la parola “Covid” invano, fosse pure per dire che le dimensioni della tragedia si potevano ridurre stando un po’ meno attenti alle elezioni, all’ego, agli affari e alla carriera, e un po’ più alla salute.

Racconta Enrico Deaglio che quando nell’estate del ’73 scoppiò il colera a Napoli Enzo Biagi andò a incontrare la dinastia Gava per il Corriere. Antonio, figlio del ministro Dc Silvio, disse: “I vibrioni passano, i Gava restano”. “È dunque vero che se ne vanno sempre i migliori”, chiosò Biagi.

Secondo Giuseppe Pontiggia Biagi ottenne l’effetto comico sulla base dell’antitesi “mobilità del vibrione-immobilità dei Gava” e “inoffensività del colera-pericolosità dei Gava”, “un effetto a coda che crea uno sconcerto ottico, un disorientamento esilarante, e presuppone un senso altamente retorico dei ritmi”.

Ah, ci fosse stata la polizia di Twitter! Avrebbe spiegato a Biagi che in realtà voleva vilipendere i morti di Napoli e vedere Gava morire di dissenteria. Per di più, il ceppo del vibrione si chiamava Ogawa, subito ribattezzato ‘O Gava, e Fortebraccio su L’Unità sfotteva il governo: “Se passa un giorno senza che nessuno muoia di colera, se ne vantano tra loro come se avessero vinto la battaglia del cancro. Vada, vada a Napoli, presidente Rumor: vada a disinfettare le cozze”.

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