Aridatece il traffico!

(Tommaso Rodano – il Fatto quotidiano) – Sarà che certe sensibilità fioriscono quando intorno c’ è silenzio. O sarà che lo scenario è più limpido quando l’ osservi da un grande terrazzo – un attico? – o almeno una bella vetrata che si affaccia sulla città deserta.

Sarà quel che sarà, ma la pandemia ispira. Le migliori penne del giornalismo italiano raccontano con una meraviglia fanciullesca l’ incanto delle metropoli vuote, finalmente silenziose, paradossalmente più umane. È un genere letterario.

Il maestro Corrado Augias si è esercitato sulla Repubblica di ieri. Il titolo, già lirico: “L’ ultimo silenzio della mia Roma”.

Racconta Augias: “Nel corso della mia vita ho udito tre volte il ticchettio dei passi nelle strade di Roma finalmente silenziose”. Finalmente! Non sono poi tanto silenziose certe palazzine in talune piazze un poco meno centrali di quelle dove immaginiamo Augias, ma vabbè: è un’ altra storia.

La sua Roma è una sinestesia, un trionfo dei sensi liberati, una Capitale rinata nella solitudine: “Si sono aggiunti i profumi della vegetazione in fiore e lo scroscio dell’ acqua nelle fontane, anche quello dimenticato”. Per un secondo Augias pare consapevole delle spiacevoli ricadute sociali di questa profondissima quiete ritrovata. Ma è solo un attimo: “Abbiamo avuto i lutti, avremo conseguenze economiche che speriamo solo severe e non drammatiche, ma abbiamo avuto anche il regalo del silenzio in una città inutilmente chiassosa”. Vuoi mettere?

La sensibilità dei grandi giornali italiani e delle loro firme s’ è risvegliata: fioccano racconti pieni d’ amore (e strabilianti gallerie fotografiche) su Venezia liberata dai turisti e le acque dei canali trasparenti, sui delfini che si riaffacciano alla Gaiola di Napoli, sulla bellezza di Firenze deserta “che lascia senza fiato”.

Che meraviglia, quanta espressività in questo tacere di negozi chiusi, attività fallite, relazioni interrotte. Elena Stancanelli pennella un ritratto onirico sulla Stampa del 23 marzo: “Città come quadri metafisici, ammiriamo in silenzio il vuoto magnifico”. Un viaggio esistenziale: “Nelle città deserte e immobili – scrive – il talento e l’ intelligenza di chi ha progettato costruito immaginato, incontra lo sgomento di uno sguardo postumo, commosso”.

Insomma il genio dell’ urbanista si compie, finalmente, solo nelle strade sgombre.

Il più ispirato filosofo della non-civiltà del Covid è forse Gabriele Romagnoli di Repubblica.

L’ 8 aprile ci ha raccontato “Le finestre sul cortile del mondo”. E qui torniamo al punto di partenza, all’ importanza di balconi e vetrate: “L’ inquadratura dalle finestre delle nostre case, a qualsiasi livello si trovino, è tutto ciò che del mondo ci è concesso vedere”. È chiaro che da un seminterrato la visuale peggiora.

Ma non crediamo sia il caso di Romagnoli: “Mai come ora ringraziamo il momento, se c’ è stato, in cui abbiamo scelto un appartamento per la vista”.

A Roma, per dire, all’ angolo tra via del Pigneto e via Riccio da Parma c’ è una vista strabiliante su cassonetto pieno 365 giorni all’ anno, frequentato da simpatiche pantegane irsute.

Non disperiamo, però: “Ogni tragedia porta in sé il seme di una rinascita. E lo vedremo alla finestra”.

Categorie:Cronaca, Interno, Roma

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3 replies

  1. Controinformazione è anche questa di Tommaso Rodano.
    “E’ chiaro che da un seminterrato la visuale peggiora”: poche parole che, nella loro banalità, aprono
    uno spiraglio sul mondo di chi queste città così pulite, così calme, così a misura d’uomo e di pensieri
    elevati le vede non da un attico inghirlandato ma da un appartamentino di 60mq., magari al piano terra,
    magari con gli effluvi di cassonetti pieni che gli entrano prepotenti dalle finestre.

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  2. Aprono le gabbie.
    Tutti fuori trullallà.
    Ogni giorno che ho passato rinchiuso, ho fatto una tacca nel muro del salotto, ora lo posso incorniciare.
    Da sky news è tutto a te la linea Serena.
    Queste sono le storie che ci appassionano, grazie Cristina.

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