Allarme Fmi sui conti, FdI forza ancora sulla legge elettorale. Presentato il nuovo testo. Atteso in aula alla Camera il 26 giugno. Meloni “celebra” il Pnrr. Il Fondo boccia il taglio delle accise

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – La crescita è troppo debole, il debito pubblico troppo alto. Così l’Italia rimane a galleggiare, a un soffio dall’andare a fondo ma incapace di muoversi in direzione della crescita. E con misure da accantonare perché orizzontali, prima tra tutte il taglio delle accise.
Autore dell’analisi: il Fondo monetario internazionale, nell’esame annuale sulla situazione economica, in cui certifica che il Pil italiano rimarrà inchiodato allo 0,5 per cento quest’anno e anche nel 2027 e mette in guardia sul fatto che il Paese rimane fragile: «Le prospettive a breve termine sono sempre più difficili a causa dell’incertezza globale e dell’aumento dei prezzi dell’energia». La risposta del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stata quasi sprezzante: «Lo sappiamo che il debito è alto, non mi sembra una novità, è il motivo per cui siamo così attenti nella gestione della finanza pubblica».
E ha aggiunto che «naturalmente riscenderà» quando si finirà «di pagare le rate» del superbonus. La doccia fredda del Fmi è arrivata nel giorno in cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni – fresca di assemblea di Confindustria in cui ha addossato all’Ue le colpe della stagnazione – ha rivendicato i successi del governo nella gestione del Pnrr: «Qualcuno la considerava una sfida persino impossibile», ha detto durante un confronto a Milano sul “modello Pnrr”, invece «oggi possiamo rivendicare con un pizzico di orgoglio che siamo stati all’altezza del compito», ma «questo è il momento decisivo». Infatti, la questione riguarda il completamento del Piano, dopo la revisione chiesta e ottenuta dal governo: «Siamo nelle condizioni di dover fare tre volte gli sforzi medi in un terzo dei tempi a disposizione», ha ammesso Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei.
La legge elettorale
Le questioni aperte per il governo in questa fase così delicata per i conti pubblici sono molte. Sono però altri i numeri a cui sta pensando la maggioranza in parlamento.
Dopo la maretta dei giorni scorsi, quando è apparso chiaro che il centrodestra avrebbe presentato un testo bis per la legge elettorale, ieri è arrivata la tempesta in commissione Affari costituzionali alla Camera. Giornata lunga e scandita da scontri a mezzo agenzie, cominciata con la fissazione dell’approdo in aula per la discussione generale il 26 giugno tra le proteste delle opposizioni, proseguita con l’interruzione dei lavori e un nuovo vertice di maggioranza tra i relatori con Giovanni Donzelli, che per Fratelli d’Italia supervisiona il dossier. Infine, alle 19 di ieri, il testo bis è stato depositato e il relatore di FdI Angelo Rossi ha illustrato le modifiche al testo che è già stato ribattezzato Bignami-bis: premio di maggioranza a chi supera il 42 per cento ma in entrambe le Camere con un inedito sistema di coordinamento; premio abbassato a un tetto massimo di 220 seggi complessivi alla Camera e 113 al Senato; soppressione dei ballottaggi; modifica del voto per gli italiani all’estero con un nuovo regolamento.
«Si tratta di un testo completamente diverso», ha detto il dem Federico Fornaro, chiedendo «tempo per studiarlo» e «di rivedere completamente il calendario dei lavori», riferendosi all’arrivo in aula a fine giugno. «Non è inemendabile», ha messo le mani avanti Donzelli, ma per il Pd il metodo della maggioranza «umilia il parlamento».

La forzatura
L’effetto è stato quello di unire nello sdegno le opposizioni, che hanno firmato una nota congiunta che non lascia margine di equivoci su come si stia procedendo. «La maggioranza si arrampica sugli specchi per giustificare una scelta gravissima: approvare da sola una nuova legge elettorale, piegando le regole democratiche a un interesse di parte.
Vogliono scrivere da soli le regole del gioco, convinti solo così di poter vincere le prossime elezioni» scrivono i capigruppo di Pd, Avs, M5S, Italia Viva e Più Europa, parlando di «inaccettabile accelerazione» e rigettando la tesi di Donzelli espressa in commissione, secondo cui il nuovo testo «vuole accogliere anche le esigenze delle opposizioni» anche se «non vi siete seduti al tavolo». Tesi bollata come «ridicola»: «Le opposizioni non sono mai state coinvolte in alcun confronto reale». Ora la linea del campo progressista è netta: ostruzionsimo per quanto possibile, pretendendo che l’esame del parlamento non venga strozzato e richiesta di «un nuovo ciclo di audizioni sulle nuove parti».
Eppure qualcuno ad essersi accorto che questa forzatura rischia di essere un boomerang, almeno comunicativo, c’è. Il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, ha risposto freddamente a chi gli chiedeva della legge elettorale: «La priorità del governo è l’economia. Serve la riduzione della pressione fiscale e aiutare famiglie e imprese». Il vicepremier ha voluto tenersi ben distante, lasciando a Fratelli d’Italia l’onere di gestire i passaggi. Con un unico mantra per gli azzurri: no alle preferenze. Proprio questo rimane il nodo fin qui inevaso: il testo prevede le liste bloccate, ma FdI ha annunciato emendamenti e anche Maurizio Lupi di Noi Moderati le ha definite «centrali». E la partita appare tutt’altro che chiusa.