Sanità, gli “inutili accordi” delle regioni col privato

Lombardia (in testa), Umbria, Abruzzo e Sardegna: i governatori di Lega e destra siglano intese con le cliniche invece di potenziare il pubblico.

(di Giacomo Salvini – Il Fatto Quotidiano) – “Le cause principali che ci hanno impedito di reggere all’onda d’urto del coronavirus vanno ricercate nell’abbandono dell’assistenza territoriale e nella privatizzazione della sanità lombarda”.

Vittorio Agnoletto, storico medico del lavoro milanese, quando parla dell’emergenza Covid-19 mette nel mirino lo smantellamento della sanità pubblica e il “modello” che ha favorito il sorpasso di quella privata. Basterebbe un dato per inquadrare la situazione: il 40% della spesa sanitaria annua della Lombardia, la regione più colpita dal coronavirus, è destinato a strutture private. E se la pandemia ha fatto riscoprire le fragilità del sistema pubblico – pochi posti letto, carenza di medici e strutture spesso inadeguate– molte regioni italiane si sono dovute appoggiare, a volte con qualche favoritismo di troppo, alla sanità privata che negli anni ha conosciuto una crescita esponenziale. Non c’è solo la Lombardia, come si potrebbe pensare: il fenomeno riguarda tutta la penisola.

Secondo il rapporto annuale della Corte dei Conti, nell’ultimo anno un italiano su due si è rivolto a una struttura privata, senza nemmeno tentare di prenotare nel pubblico e senza distinzioni sociali: il 38% erano cittadini con redditi bassi e il 51% con redditi alti. Così, anche per le disfunzioni del sistema pubblico che spesso non riesce a garantire prestazioni adeguate, la sanità privata si è ingrassata sempre di più: nel 2018, la spesa sanitaria privata è salita a 37,3 miliardi di euro facendo registrare un netto +7,2% rispetto al 2014. Nello stesso periodo, invece, la spesa sanitaria pubblica ha registrato un calo dello 0,3%. Secondo il rapporto Censis pubblicato a settembre relativo al 2018, in cima alla classifica per spesa sanitaria privata c’è la Lombardia con il 48% (26% privata e 22% convenzionata), seguita dal Lazio di Nicola Zingaretti con il 44% e le tre regioni del nord più colpite dal Covid-19: Veneto (41%), Emilia-Romagna (41%) e Piemonte (40%). Chi fa affidamento quasi solo sul Sistema Sanitario Nazionale invece è la Sardegna (69%), la provincia autonoma di Bolzano e l’Umbria al 70%.

Il caso lombardo è il più emblematico. A livello assoluto il 40% della spesa sanitaria corrente è destinato a strutture private ma, secondo lo studio della professoressa Maria Elisa Sartor dell’Università Statale di Milano riportato dal Fatto Quotidiano, nella Lombardia governata dal centrodestra il sorpasso del privato sul pubblico è già avvenuto: in proporzione il primo incamera più risorse del sistema pubblico. Se le strutture sono divise equamente, 99 private e 99 pubbliche, dal 2015 gli incassi per le prestazioni vanno per il 52% ai privati contro il 48% al pubblico, con una forbice che è andata aumentando sempre di più.

Eppure l’emergenza da covid-19 che ha colpito la Lombardia con un totale di 65mila casi positivi e 12mila morti, è ricaduta tutta sulle strutture pubbliche che possono contare su pronto soccorso e reparti di terapie intensive al contrario di quelle private dove questo avviene solo nel 20% dei casi. La professoressa Sartor ha rilevato come, al 29 febbraio 2020, in Lombardia tutte le strutture in prima linea per rispondere all’emergenza da Covid-19 fossero pubbliche – dagli ospedali di Codogno e Casalpusterlengo al Sacco di Milano passando per il Policlinico San Matteo di Pavia fino al Papa Giovanni XXIII di Bergamo – e, fino al 2 di marzo, “la notizia è l’assenza sostanziale nell’emergenza in Lombardia di un ruolo rilevante della sanità privata”. Agnoletto ha lanciato l’accusa a Valori.it: “In questi anni si è lasciato totalmente alla sanità pubblica l’onere dell’emergenza e al privato il profitto determinato dalla cura dei malati cronici”. Un fallimento diventato emblematico con l’Ospedale in Fiera, interamente finanziato dai privati, con una dozzina di posti letto occupati sui 600 previsti. “Fortunatamente non ne abbiamo bisogno” ha detto l’assessore Giulio Gallera tacendo sul fatto che quei 21 milioni di euro sarebbero potuti servire agli ospedali pubblici milanesi dove si continua a morire per il virus.

Durante l’emergenza da Coronavirus però in molte altre regioni sono stati fatti accordi con privati. In Abruzzo, per esempio, il governatore di Fratelli d’Italia Marco Marsilio lo scorso 8 aprile ha firmato un’ordinanza (la numero 28) che regola i rapporti con i privati per “la gestione dell’emergenza covid-19” secondo cui le cliniche non solo saranno pagate per le prestazioni ospedaliere, ma vi saranno riversate tutte le prestazioni che prima dell’emergenza riguardavano gli ospedali pubblici. L’obiettivo è quello di “garantire il celere smaltimento delle liste di attesa medio tempore” ma le opposizioni accusano la giunta di aver stretto l’accordo anche per tutto il 2021 senza prima fare un check nelle strutture pubbliche: “Di principio non sono contraria alla sanità privata – dice al Fatto la capogruppo M5S in consiglio regionale, Sara Marcozzi – ma quello della giunta è un regalone fatto alle cliniche private arrivato senza nemmeno aver fatto un controllo sugli ospedali pubblici che in Abruzzo non sono pieni e non scoppiano”. Una decisione simile è stata presa in Sardegna dove la giunta di centrodestra di Christian Solinas ha individuato tre strutture private – Mater Olbia, Policlinico Sassarese e clinica “Città di Quartu” – come “covid hospital” dove saranno trasferiti i malati dagli ospedali sardi. Eppure anche qui, non è chiaro se prima sia stato fatto un controllo sulle strutture pubbliche, con i Progressisti che hanno presentato un’interrogazione al governatore perché non sarebbe stata fatta “una analisi dei costi, del livello di assistenza e delle possibili alternative fornite dal sistema pubblico”.

In Umbria invece la governatrice della Lega e l’assessore veneto Luca Coletto, che fino a pochi mesi fa elogiavano il sistema lombardo, hanno deciso di coinvolgere le cliniche private solo un mese dopo il primo caso positivo e ad emergenza quasi conclusa (dopo un picco di contagi l’Umbria ha un aumento di uno, due contagi al giorno). L’accordo con le strutture private è arrivato solo venerdì e prevede che soltanto le cliniche potranno destinare i propri posti letto ai pazienti che si trovano ricoverati nelle strutture pubbliche, ma che non risultano contagiati dal Coronavirus. Secondo Tommaso Bori del Pd l’accordo è arrivato “in ritardo” e fatto “male”: “La sanità privata deve essere messa al servizio della salute pubblica, ma al momento non è così” conclude Bori.

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