(Flavia Perina – lastampa.it) – Brasile, Serbia, Israele, Stati Uniti, e infine Paraguay: la sequenza di sconfitte delle leadership sovraniste negli ultimi sei mesi è impressionante e segnala – al di là degli errori capitali dei singoli personaggi – la costanza di un sentimento molto specifico: la rabbia popolare contro le élites, che si è ormai estesa dai ceti deboli al ceto medio trasformando ogni elezione in una indecifrabile polveriera. E’ un moto che incorona sovrani e poi li esautora, insedia nuovi establishment e poi li cancella, abbraccia figure di riferimento salvo chiederne la testa quando le loro promesse sbiadiscono. Una Bastiglia a intermittenza di cui il sovranismo ha beneficiato nella sua scalata al potere, ovunque, salvo scoprire che ogni rivoluzione ha il suo Termidoro, con le ghigliottine che cambiano di segno.

È questa la fase che si è aperta per i movimenti sovranisti d’Occidente dopo la plateale sconfitta di Donald Trump e del movimento Maga. Con una differenza sostanziale: in Francia, in Germania, in Spagna, l’onda della protesta può ancora favorirli, non governano, non hanno mai governato, potrebbero comunque beneficiare dei risentimenti della figura politica universale che da un decennio impegna le democrazie: il forgotten man, l’uomo inchiodato dalla crisi, deluso nelle sue aspettative, deciso ad avere la testa di un potere che – ne è convinto – minaccia il suo presente e il suo futuro. In Italia questo non è possibile.

In Italia la destra governa. Il mondo degli esclusi è stato una parte importante del suo racconto e del suo bacino elettorale, ma oggi non è più una platea arrabbiata da affascinare: è l’insieme di persone e categorie a cui deve rispondere.

Si ride e si discute molto della distanza da Trump espressa in queste ore dalla maggioranza italiana, del “Trump chi?” pronunciato un po’ da tutti, ma andrebbe giudicato un buon segnale. Rivela che la destra è consapevole, persino nelle espressioni ultra-sovraniste di Matteo Salvini e Roberto Vannacci, che quel modello è spacciato, inutilizzabile, con tutti i suoi corollari: la retorica dell’uomo forte che fa il bene del popolo oltre lacci e lacciuoli, l’istinto antieuropeo, l’imbroglio dell’immigrazione come freno al benessere dei cittadini doc, il disprezzo delle cerchie accademiche e intellettuali, l’elogio del free speech che trasforma in insulto ogni confronto. Erano le specialità di Trump, non solo non gli sono bastate ma l’hanno reso insopportabile a una parte del suo stesso elettorato.

Trasformare il “Trump chi?” in una offerta politica che tenga conto della lezione americana è il problema del momento. La destra meloniana, sulla carta, ne avrebbe la possibilità: nella sua storia ha macinato le più diverse suggestioni, è stata sociale e liberale, amica di Washington ma anche appassionata alla causa dei popoli, tradizionalista, cattolica ma anche libertaria, affascinata dai Teocon e poi dai Maga e persino da miliardari come Elon Musk, pur conservando nella sua libreria saggi come “Il male americano”. Pescare dal suo bagaglio una nuova suggestione non le sarebbe impossibile. L’europeismo, soprattutto, è stato una sua antica cifra e potrebbe diventare il vero bene rifugio di questa fase, insieme alla difesa del modello di welfare – e quindi di sicurezza personale e collettiva – che l’Unione dovrebbe incarnare e ha a lungo incarnato.

Un nuovo racconto sembra indispensabile anche perché Brasile, Serbia, Israele, Stati Uniti, hanno incrinato pure un’altra convinzione delle destre, quella di poter confidare sempre sulla fragilità degli avversari e sulla loro proposta di personaggi divisivi, scarsamente organizzati, facili da attaccare in nome della stabilità.

Sulla carta il movimento degli studenti serbo sembrava un’armata squinternata, senza leader ne’ progetto. La sinistra brasiliana di Lula era un Vietnam di ambizioni divergenti. L’opposizione israeliana risultava inchiodata da veti insormontabili. E la tenda larga Usa, figuriamoci: islamici, nativi americani, predicatori evangelici, donne ispaniche, gay dichiarati… Vista “prima” del voto appariva un’accozzaglia di proposte. Ma i risultati hanno premiato tutti quanti, e bisognerà tenere conto anche di questo.