
(di Alberto Iannuzzi – ilfattoquotidiano.it) – Il caso di Youssef Siher offre l’ennesima occasione per porsi ancora una volta la domanda: quanto è libera la magistratura di decidere quando i suoi provvedimenti scontentano il governo? Il gip di Milano, Tiziana Landoni, ha respinto la richiesta del pubblico ministero, non ha convalidato l’arresto e ha escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari. Una decisione motivata, suscettibile di impugnazione e, come ogni provvedimento giudiziario, legittimamente criticabile.
Ma la premier Giorgia Meloni ha definito la decisione “vergognosa”; il leader della Lega, Matteo Salvini, le ha fatto eco, bollandola come “vergognosa, incomprensibile, assurda”. Sia chiaro: nessun giudice è intoccabile, nessun provvedimento è infallibile e nessun esponente politico è tenuto a tacere di fronte a una decisione che ritiene sbagliata. La critica, anche aspra, è legittima. Ma una cosa è contestare le ragioni di un provvedimento, un’altra è liquidarlo come “vergognoso”, tanto più quando si occupano le stanze più alte del potere esecutivo: esiste una responsabilità istituzionale che dovrebbe suggerire prudenza, soprattutto a chi dispone di una tribuna pubblica incomparabilmente più potente di quella di un singolo giudice. Il punto è tutto qui: quando il magistrato decide in modo gradito al governo, è un servitore della giustizia; quando decide diversamente, improvvisamente la sua decisione diventa “vergognosa”. È questa la concezione dell’indipendenza giudiziaria che anima l’esecutivo? E quale messaggio arriva ai cittadini, se chi governa sembra considerare inaccettabile non tanto un eventuale errore giuridico, quanto un esito processuale sgradito?
La critica è un diritto, la delegittimazione un problema democratico. E il confine non si stabilisce imponendo il silenzio alla politica, ma esigendo che chi governa non possa trasformare il proprio consenso elettorale in una patente di superiorità sugli altri poteri dello Stato. Se il provvedimento è sbagliato, lo si impugni. Se contiene errori, si dimostrino. Ma non si confonda il potere di governare con il diritto di stabilire, attraverso dichiarazioni pubbliche, quali decisioni giudiziarie siano degne di rispetto. Perché il rischio più grave non è che un giudice venga criticato, ma che ci si abitui all’idea che, quando una sua decisione scontenta chi governa, alla valutazione dei giudici superiori si aggiunga il processo politico celebrato da Palazzo Chigi. Il giudice non deve compiacere il governo, così come non deve compiacere l’opposizione, la piazza o i giornali. Deve applicare la legge. Se sbaglia, esistono le impugnazioni, i controlli e i gradi successivi del giudizio. Non servono le reprimende politiche, pronunciate davanti alle telecamere, prima ancora che si esauriscano i rimedi processuali. E il problema diventa ancora più serio se si guarda al precedente del caso Almasri, quando esponenti del governo attaccarono il pm per l’iscrizione di una notizia di reato, un atto dovuto in presenza dei relativi presupposti di legge.
Due vicende diverse, ma una domanda comune: la magistratura è libera di svolgere il proprio lavoro anche quando le sue decisioni toccano interessi politicamente sensibili? Il governo ha tutto il diritto di difendere le proprie scelte e contestare quelle dei giudici. Ma non può pretendere che l’indipendenza della magistratura valga soltanto quando le decisioni risultano gradite. E allora la domanda è inevitabile: se un giudice deve mettere in conto che la sua decisione sia pubblicamente additata come “vergognosa”, quando assume una decisione sgradita al governo, quale spazio resta per un’autonomia effettiva? La Costituzione non chiede ai giudici di essere popolari, ma di essere indipendenti. E chiede al potere politico di rispettare le sue decisioni.
sono semplicementi…..r i d i c o l i…..
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Partiamo dai fatti: Meloni e Salvini hanno definito la decisione vergognosa; su questo non ci sono dubbi.
Uno che qualifica una decisone giudiziaria di un magistrato, senza conoscerla è come minimo un idiota; solo un idiota, infatti, parla senza conoscere l’argomento in questione.
Si basano su un risultato su cui è facile fare sciacallaggio politico.
La stessa logica dovrebbe valere anche per i giornali.
Un giornalista che commenta una decisione senza averne esaminato le motivazioni non sta informando il lettore; lo sta invitando a schierarsi.
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La tua origine è determinante più di quanto tu sia disposto a sacrificarti per ottenerne vantaggi. In altri termini,se hai una conformazione mentale che è parte integrale del tuo essere,come puoi sopprimerla all’ istante ? Sì, potresti farlo riflettendo, ma , istintivamente però chi te lo dà tutto questo tempo?
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