(Maurizio Belpietro – la Verità) – «Il Fatto fa le pulci a Del Vecchio», ha scritto ieri in prima pagina il quotidiano di Marco Travaglio «e lui prova a comprarsi Il Fatto». In realtà, il titolo più appropriato sarebbe stato un altro: «Il Fatto fa le pulci a Del Vecchio e lui fa le pulci al Fatto».

Già, perché è questo l’obiettivo dell’erede dell’impero Luxottica: una finalità molto più insidiosa dell’offerta di pubblico acquisto volontaria annunciata dal consiglio di amministrazione di Lmdv Media, la società che opera nel settore dell’informazione per conto dell’imprenditore.

E per capire che lo scopo di Leonardo Maria Del Vecchio non sia la prossima acquisizione della Seif, la società quotata in Borsa che edita Il Fatto Quotidiano, è sufficiente rileggersi il comunicato diffuso ieri con cui, a mercato chiuso, si annunciava l’Opa.

Oltre a mettere sul piatto 0,286 euro per azione, con l’intenzione di conquistare una quota superiore all’82%, l’erede del fondatore di Luxottica ha annunciato anche una due diligence, ovvero un’analisi approfondita dei conti della società oggetto di scalata, precisando di voler capire qual è la necessità finanziaria per garantire la continuità aziendale.

Ci vuole poco a capire dove Lmdv Media voglia andare a parare: siccome negli ultimi anni i bilanci di Seif si sono chiusi in perdita e il patrimonio netto è negativo, Del Vecchio punta a far emergere le difficoltà gestionali. Che ovviamente riguardano l’intero settore, ma che per una società quotata sono più stringenti, perché obbligano il consiglio di amministrazione a una puntuale informazione al mercato.

Insomma, nonostante il comunicato diffuso per spiegare l’operazione abbia toni tranquillizzanti e dica di non voler assolutamente cambiare la direzione in caso di successo dell’Opa, la scalata è dichiaratamente ostile e anche molto infida.

Innanzitutto, va chiarito che le possibilità di successo di un’offerta di pubblico acquisto amichevole sono pari a zero, per via anche del complesso statuto della Seif, secondo cui nessun azionista può detenere in proprio più del 17%. Una clausola che, per essere modificata, richiede una maggioranza bulgara dell’azionariato, pari al 82,9%.

I principali soci hanno già risposto che di vendere non hanno alcuna intenzione, nonostante il prezzo offerto sia sensibilmente superiore a quello registrato nelle ultime settimane.

Le azioni della società che edita Il Fatto sono infatti passate dalla quotazione di 0,298 di un anno fa a 0,22 di venerdì scorso, con una perdita di circa il 25% del valore. E neppure il rimbalzo di ieri, del 18,18%, consente di arrivare alla somma offerta da Lmdv Media.

Ma perché dico che, malgrado il prezzo offerto, l’Opa non ha nessuna possibilità di successo? La risposta è semplice: nonostante sul mercato ci sia un flottante del 40%, ovvero azioni che possono essere comprate con facilità (a un prezzo inferiore a quello offerto), il 16,25% è nelle mani dell’ex direttore Antonio Padellaro e una cifra analoga è posseduta dall’amministratore delegato di Seif, Cinzia Monteverdi.

Se poi si aggiunge che il 9,77% dei titoli è stato riacquistato dalla società, risulta evidente che la scalata di Leonardo Maria Del Vecchio è destinata a fallire, perché il 42% del capitale non è disponibile e la clausola che impedisce a un singolo azionista di avere più del 17% non può essere modificata.

Dunque, perché l’erede dell’impero Luxottica perde tempo? A me la risposta pare evidente nei passaggi in cui parla di due diligence, cioè di analisi appropriata dei conti, e di necessità finanziarie per consentire la continuità aziendale.

Lmdv potrebbe aver rastrellato sul mercato delle azioni (cosa che spiegherebbe il rimbalzo di Borsa), deciso poi a contestare l’attuale gestione. L’Opa è rivolta agli azionisti, ma nel caso dalla due diligence emergessero rischi gestionali, la mossa del potenziale nuovo socio potrebbe essere diretta contro amministratori, sindaci e revisori dei conti, nei confronti dei quali potrebbero essere mosse anche contestazioni di vario tipo, perché Seif è quotata e dunque vigilata dalla Consob, con l’obbligo di puntuali comunicazioni al mercato.

Insomma, la questione non è destinata a chiudersi con il no degli azionisti alla cessione delle quote, ma potrebbe avere pesanti strascichi nelle prossime settimane. Per il quotidiano diretto da Marco Travaglio in tal caso si tratterebbe di un bel grattacapo, che si aggiungerebbe alla causa intentata dalla coppia Cipriani e Minetti negli Stati Uniti.

Più in generale, la vicenda mette in luce la fragilità dei gruppi editoriali in un momento in cui la crisi dell’editoria rischia già da sola di tappare la bocca alle voci indipendenti.

Anni fa assistemmo alla guerra di Segrate, dove Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti si contesero La Repubblica. Oggi, anche se molto più limitata nelle dimensioni finanziarie (stiamo parlando di un’operazione da 7 milioni), potremmo assistere alla guerra del Fatto, combattuta, come quella di allora, a colpi di comunicati e carte bollate. Mettetevi perciò comodi, perché in tal caso sarà uno scontro senza esclusione di colpi.