
(Salvatore Minolfi – lafionda.org) – Incredibile a rifletterci solo un po’, ma c’è un diffuso sentimento di sorpresa (sulla stampa e in giro per il web), per il consenso ancora una volta raccolto dal genocida Netanyahu e per il suo vantaggio elettorale sul suo competitore, il criminale di guerra Eisenkot (autore della famigerata “dottrina Dahiya”). La sorpresa tradisce abbastanza fedelmente la difficoltà che l’europeo medio ancora incontra a fare i conti con la sconcertante realtà dello Stato di Israele, con il suo presente ed ancor più con il suo passato.
Il dispositivo mentale più comune, con cui l’europeo medio (soprattutto quello “colto”) prova a proteggere (a volte a blindare) la sua falsa coscienza, consiste nel raccontare a se stesso che si tratta di una “deriva”: brutta e raccapricciante, senza dubbio, ma pur sempre una “deriva”, una momentanea deviazione dal luminoso percorso del sionismo iniziato più di un secolo fa (e dunque sempre a tempo per ritornare sulla retta via).
Decenni di storiografia e di scienza sociali ci hanno aiutato a comprendere una storia un po’ diversa.
Col tempo, però, molto lentamente, non serviranno più le lauree e i PhD in “Colonial and Post-Colonial Studies” per capire una realtà elementare: basterà il puro e semplice buon senso a riconoscere che non poteva non finire così; che non poteva andare diversamente da come poi è effettivamente andato. L’ovulo del sionismo, fecondato dal colonialismo e dal razzismo europei, avrebbe generato la creatura destinata a infliggere un secolo di disumane sventure e di tormenti senza fine alle popolazioni native, la cui stessa esistenza era stata negata, sin dal principio, dal macabro adagio che accompagnò l’avventura e la promessa del sionismo: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.
Pur all’interno dei limiti appena segnalati, fa una certa impressione osservare come i dubbi comincino ad insinuarsi anche nelle menti dei custodi più gelosi dello Stato di Israele: in particolare di coloro che devono constatare quanto lontana si sia spinta nei fatti la terrificante “deriva” dello Stato genocida e quanto scarse siano le tracce che quel percorso ha lasciato sulla trama della coscienza pubblica.
Il 12 ottobre scorso, il Direttore esecutivo dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv – il Maj. Gen. (res.) Tamir Hayman – ha pubblicato sulla homepage dell’Istituto una lunga riflessione sull’argomento: “The New National Security Concept: Conceptualization and Questions for Discussion”.
Nel lungo articolo, Hayman sostiene, in modo analiticamente argomentato, che nei fatti (ovvero, senza un formale o ufficiale riconoscimento) sta emergendo in Israele una “nuova” dottrina della sicurezza, che, a suo giudizio, starebbe sostituendo quella storica (anch’essa informale) che ha guidato il paese dai tempi di Ben Gurion. L’insieme delle trasformazioni che si prospettano sarebbero in grado – a giudizio del direttore dell’INSS – di cambiare la natura e l’identità dello Stato di Israele.
Di regola la concezione della sicurezza dovrebbe derivare dall’identità dello Stato e orientare le politiche adottate dai governi. Hayman, però, sospetta che stia accadendo qualcosa di più profondo: la trasformazione delle politiche di sicurezza potrebbe essere contemporaneamente causa e manifestazione di un mutamento dell’identità statale.
Il problema, dunque, non è soltanto se la nuova dottrina sia militarmente efficace. È se Israele stia trasformandosi in uno Stato qualitativamente diverso.
Hayman organizza la sua analisi in “dieci principi”, che proviamo qui di seguito a sintetizzare.
1. Primato dell’identità ebraica sulla democrazia
Il primo principio è la subordinazione dell’ordinamento democratico all’identità ebraica dello Stato. La formula tradizionale di Israele come Stato «ebraico e democratico» presupponeva, almeno sul piano dei principi, una composizione fra due elementi: l’autodeterminazione nazionale ebraica e l’uguaglianza giuridico-politica dei cittadini.
La nuova concezione, secondo Hayman, introduce invece una gerarchia. La preservazione della natura ebraica dello Stato assume un valore superiore a quello delle procedure democratiche e dei diritti individuali, anche quando ciò comporti la loro limitazione. Il problema non è più soltanto preservare una maggioranza ebraica. È assicurare la predominanza dell’identità ebraica sulle altre identità nazionali e religiose. Hayman sottolinea che questa trasformazione può incidere direttamente sulla condizione dei cittadini arabi di Israele.
2. La pace come strumento, non come obiettivo
Nella concezione tradizionale, la pace costituisce un risultato strategico desiderabile: consente di ridurre le minacce, stabilizzare i rapporti regionali e dedicare maggiori risorse allo sviluppo nazionale. La nuova impostazione capovolge questa relazione. Gli accordi con gli attori arabi sarebbero sempre provvisori e potenzialmente ingannevoli.
La pace non sarebbe una condizione capace di produrre sicurezza durevole, ma un espediente tattico, da utilizzare quando conveniente. L’esperienza del 7 ottobre viene interpretata come dimostrazione dei pericoli della fiducia nella stabilizzazione dei rapporti con gli avversari. Da qui emerge una contrapposizione politica e ideologica: la pace diventa il linguaggio ingenuo della sinistra, mentre la sicurezza diventa il linguaggio realistico della destra.
Hayman si domanda se questa concezione non rischi di diventare una profezia che si autoavvera: ritenere impossibile qualsiasi pace può effettivamente contribuire a renderla impossibile.
3. Negazione della solidità nazionale degli Stati arabi
È uno dei passaggi più significativi del documento. Hayman sostiene che nella dottrina emergente si manifesta l’idea secondo cui molti Stati arabi sarebbero costruzioni politiche artificiali, prive di un’autentica coesione nazionale.
Non sarebbero quindi Stati nazionali comparabili a Israele, ma aggregazioni instabili di tribù, comunità etniche e appartenenze religiose. Ne consegue una trasformazione della percezione strategica dell’instabilità regionale.
Se uno Stato arabo forte può costituire una minaccia, la sua frammentazione può diventare una condizione favorevole alla sicurezza israeliana. L’instabilità degli Stati confinanti non è più necessariamente un rischio da contenere: può essere considerata un’opportunità da sfruttare, o persino da incoraggiare.
Questa tesi è particolarmente importante perché implica il possibile abbandono dell’interesse israeliano alla stabilizzazione degli Stati vicini. Il conflitto non riguarda più soltanto organizzazioni armate ostili o governi nemici, ma potenzialmente la stessa configurazione politica del Medio Oriente.
4. La guerra come condizione permanente
Questo è probabilmente il nucleo strategico più radicale. Nella dottrina tradizionale israeliana, la guerra era concepita come una necessità da affrontare rapidamente e con determinazione, per ottenere lunghi periodi di relativa tranquillità.
La nuova concezione inverte la sequenza. La guerra non è più l’interruzione eccezionale della normalità. Diventa una condizione ordinaria della sicurezza nazionale.
Hayman richiama la formula revisionista “Sheket hu refesh”, traducibile come «la quiete è sporcizia», derivante dalla tradizione di Vladimir Jabotinsky. L’idea è che la tranquillità possa generare compiacimento, passività e vulnerabilità. La pressione militare permanente sarebbe invece indispensabile a impedire la ricostituzione delle minacce.
Di conseguenza, la guerra preventiva non costituisce più un’opzione eccezionale: tende a trasformarsi in uno strumento ordinario di governo dell’ambiente strategico. L’intensità dei combattimenti può variare, ma la condizione conflittuale resta strutturale.
5. Autosufficienza strategica e riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti
La nuova concezione attribuisce priorità all’indipendenza strategica di Israele.
Hayman vi individua tre convinzioni: gli Stati Uniti sarebbero una potenza declinante; la loro società starebbe attraversando trasformazioni ideologiche sempre meno compatibili con l’identità ebraica di Israele; l’eccessiva dipendenza da Washington limiterebbe la libertà d’azione israeliana.
Ne discende la prospettiva di emanciparsi progressivamente dal rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, fino a contemplare persino la rottura di quel vincolo.
Hayman non considera questa prospettiva una soluzione realistica. Il punto critico è che Israele, pur possedendo considerevoli capacità militari e tecnologiche, rimane una piccola economia profondamente inserita nelle reti occidentali della finanza, della ricerca, della tecnologia e degli scambi commerciali. L’autonomia strategica, se concepita come autosufficienza, potrebbe pertanto produrre un impoverimento delle basi materiali della sicurezza.
6. Priorità assoluta dell’offensiva sulla difesa
Il fallimento del 7 ottobre viene assunto come dimostrazione dell’impossibilità di affidarsi alla deterrenza e alla capacità d’allarme anticipato. La conclusione della nuova dottrina è che Israele dovrebbe colpire le minacce prima che queste diventino operative. L’iniziativa strategica, la sorpresa e la superiorità offensiva diventano principi dominanti.
Hayman richiama però un problema: se si abbandona il paradigma della gestione dei rischi in favore dell’offensiva continua, come si possono impedire l’escalation e l’estensione dei conflitti? In altre parole, un’offensiva riuscita può distruggere una capacità avversaria, ma non garantisce necessariamente la stabilità del rapporto politico-strategico.
7. Difesa avanzata e zone di sicurezza
La nuova concezione prevede che Israele protegga la propria popolazione attraverso il controllo militare di aree collocate oltre le proprie frontiere. Queste zone devono impedire l’avvicinamento delle minacce, creare profondità difensiva e consentire di trasferire rapidamente i combattimenti nel territorio avversario.
La difesa avanzata è quindi strettamente collegata all’offensiva. Non si tratta semplicemente di difendere il territorio nazionale mediante dispositivi collocati all’esterno dei suoi confini: la difesa avanzata è descritta come una sorta di offensiva differita. Hayman ne individua una conseguenza rilevante: il passaggio da frontiere riconoscibili e relativamente stabili a spazi di sicurezza mobili, la cui estensione dipende dall’evoluzione della minaccia.
8. Il conflitto palestinese come conflitto arabo permanente
La nuova dottrina tende a negare l’autonomia politica della questione palestinese.
Secondo la concezione ricostruita da Hayman, il nazionalismo palestinese sarebbe sostanzialmente un prodotto ideologico occidentale, mentre la resistenza palestinese rappresenterebbe una manifestazione particolare del più generale antagonismo arabo verso Israele. Ne consegue una conclusione radicale: il conflitto non può essere risolto attraverso il riconoscimento di un’entità statale palestinese. Viene respinta la prospettiva di una separazione politica, territoriale e di sicurezza tra Israele e palestinesi. La sicurezza dovrebbe essere conseguita mediante la progressiva estensione del controllo israeliano sul territorio, anche attraverso gli insediamenti.
Ai palestinesi che rimangono nel territorio sottoposto alla sovranità israeliana sarebbero riconosciute forme di residenza e autogoverno locale, senza necessariamente riconoscere loro una piena autodeterminazione nazionale.
9. Insediamenti civili come strumenti di sicurezza
Questo principio ha un significato storico particolare. Hayman interpreta il recupero della funzione militare degli insediamenti come un ritorno alla concezione della sicurezza dello “Yishuv”, la comunità ebraica organizzata nella Palestina precedente al 1948. In quel contesto, insediamento civile, controllo territoriale e difesa armata erano strettamente collegati.
La nuova dottrina riproporrebbe questo schema nei territori della Cisgiordania e nelle zone controllate militarmente a Gaza, in Libano e in Siria. La popolazione civile non è più soltanto il soggetto che le forze armate devono proteggere: diviene una componente della struttura difensiva.
Hayman vede qui un capovolgimento del rapporto tra Stato, esercito e cittadini. Nello Stato moderno, l’esercito dovrebbe assumersi i rischi necessari a difendere la popolazione civile. La nuova dottrina invece espone deliberatamente i civili a situazioni di conflitto per consolidare il controllo territoriale.
10. Indipendenza dell’industria militare e tecnologica
Infine, la nuova concezione attribuisce importanza decisiva all’autonomia della base industriale della difesa.
Le guerre prolungate hanno evidenziato la vulnerabilità delle catene internazionali di approvvigionamento.
Israele dovrebbe quindi privilegiare la produzione nazionale di armamenti, l’intelligenza artificiale, le tecnologie informatiche e la ricerca militare.
Secondo la versione più radicale della dottrina, questa scelta potrebbe comportare anche una riduzione della partecipazione ai programmi internazionali di cooperazione scientifica.
Hayman individua un’altra contraddizione: Israele può rafforzare la propria autonomia tecnologica, ma difficilmente può realizzarla attraverso il disaccoppiamento dalle reti internazionali da cui dipende una parte sostanziale della sua capacità innovativa.
In conclusione, secondo Hayman, l’identità politica di Israele si sta modificando attraverso un processo di ridefinizione della sicurezza, senza che questo mutamento sia stato apertamente deliberato. Il suo articolo, quindi, non si limita ad annunciare una nuova strategia militare, ma è un tentativo di rendere visibile una trasformazione dello Stato israeliano che, secondo l’autore, sta avvenendo attraverso l’accumulazione di decisioni politiche e militari.