
(di Michele Serra – repubblica.it) – Nello scintillio dei bitcoin, delle stock option, dei bond, dei Ceo, dei cento altri anglismi della nuova economia, la parola salario suona antica e quasi anacronistica. Viene dal latino salarium, in origine indicava la somma che si dava ai soldati per comperare il sale (allora prezioso), poi per esteso la paga in genere. Appare, ultimamente, in quasi ogni dibattito politico e nei titoli di giornale, e fa l’effetto di una permanenza otto-novecentesca che stride con il linguaggio dinamico e smart della nuova economia e delle nuove tecnologie.
Eppure nel mondo i salariati sono quasi tre miliardi, e in Italia diciannove milioni: la massa sterminata di lavoratori dipendenti la cui salute sociale dipende soprattutto da una busta paga. Di vario calibro e di difforme fortuna, i salariati sono saldamente nostri contemporanei.
La sensazione è che per parecchi anni se ne sia parlato abbastanza poco, di salari e salariati, e forse è per questo che tornare a parlarne con frequenza dà quasi l’idea di una ingombrante intrusione di un passato che non passa: e invece è una irruzione del presente. Di un presente messo da parte, omesso, che reclama la sua centralità non sulla base di un’ideologia, ma della realtà materiale.
Le tasse, i salari, i prezzi dei prodotti, il costo della vita, il potere d’acquisto, il rapporto capitale/lavoro, i modi e i luoghi della contrattazione: alla fine la politica sta tornando a parlarne come se quella fosse la sua lingua madre dimenticata. Non è una categoria otto-novecentesca, il salario. È ancora la misura principale (oggi gravemente sottodimensionata) del lavoro umano. Augurando a se stesso che i robot non sviluppino coscienza sindacale (chissà…), il capitale deve continuare a fare i conti, in tutti i sensi, con gli esseri umani.
Lasciamo perdere le imprecisioni di Serra sul piano tecnico e i tecnicismi che ne conseguono.
Facciamo un discorso più pratico e immediato; ma non per questo avulso dalla realtà, tutt’altro.
Il dato di partenza è che per molti anni i salari reali italiani sono rimasti sostanzialmente fermi o hanno perso terreno, mentre il tema è rimasto secondario nel dibattito politico; quando non è diventato addirittura irritante per il modo strumentale con cui è stato affrontato.
La questione oggi è soprattutto come si gestisce la correzione di uno squilibrio accumulato in 20-30 anni.
Ci sono tre problemi da risolvere, non uno.
Quello passato: perché si è prodotto quel deterioramento?
Quello presente: il problema è tornato al centro perché il deterioramento ha iniziato a mordere in modo più incisivo strati sempre più ampi della popolazione.
Quello futuro: qualunque recupero, soprattutto quando una situazione si è incancrenita per decenni, non lo fai in un paio di settimane o di mesi. Servono anni.
E c’è un altro elemento che non si può eludere.
Recuperare salari reali significa redistribuire reddito.
E redistribuire reddito significa necessariamente che qualcun altro, da qualche parte, deve rinunciare a una parte di ciò che oggi riceve: profitti, rendite, gettito fiscale o altre componenti del reddito.
Certo, non fare nulla non risolve il problema.
Ma risolverlo nel modo sbagliato non è una soluzione.
Dei tre problemi Serra ne affronta soltanto uno: quello presente.
E, a mio avviso, lo fa anche spostando l’obiettivo.
Perché non è semplicemente ricomparso il lavoratore salariato; Il lavoratore salariato non era mai scomparso.
È comparsa, piuttosto, la sua incapacità di continuare ad assorbire le storture che per anni non sono state sanate.
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