Il trattato del 1990, con la preclusione alla spinta a Est nell’ex blocco sovietico, è all’origine della conflittualità che si è sviluppata nei decenni successivi, fino alla guerra in Ucraina

L’inganno Nato che irretì Mosca

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Nel mio nuovo libro, affronto le principali questioni relative all’espansione della Nato verso la Russia, coniugando la storia e la sociologia.

I primi due capitoli sono dedicati a Gorbaciov ; il terzo e il quarto sono a Eltsin; il quinto e il sesto a Putin. Ogni capitolo espone i fatti, affronta i nodi storiografici e presenta una tesi. La tesi che espongo nei primi due capitoli è che il punto di origine dei contrasti tra Mosca e la Nato, culminati in Ucraina il 24 febbraio 2022, risieda nella contraddizione tra il verbale allegato al Trattato sullo stato finale della Germania e l’articolo 5, paragrafo 3.

Ponendo gli articoli del Trattato “in dialogo” tra loro, mostro che il testo firmato a Mosca il 12 settembre 1990 spingeva la Nato in due direzioni opposte: una spinta a est, verso la Russia, rappresentata dal verbale allegato, e una controspinta a ovest, lontano dalla Russia, rappresentata dall’articolo 5. Questa contraddizione nel Trattato era tenuta sotto controllo dalla struttura bipolare della Guerra Fredda, ma poi è stata “liberata” dalla dissoluzione dell’Urss e dal passaggio a un mondo unipolare.

Scomparso il blocco sovietico, la Nato mise da parte le preoccupazioni per gli interessi di sicurezza del Cremlino, che aveva ostentato durante le trattative per la riunificazione della Germania, ponendo le condizioni necessarie, ancorché insufficienti, per lo scoppio di una guerra sul territorio europeo tra i successori dei difensori dell’articolo 5 e i successori dei sostenitori del verbale allegato. Non attribuisco una contraddizione letterale al Trattato sullo stato finale della Germania, bensì una contraddizione geopolitica che emerge dalla lettura congiunta delle sue disposizioni. Individuo un preciso punto di origine documentale e una specifica contraddizione interna al quadro giuridico concordato dai sovietici e dagli occidentali nel Trattato sullo stato finale della Germania.

Il compromesso raggiunto nella sera dell’11 settembre 1990 tra Genscher e Shevardnadze per superare la crisi diplomatica che impediva agli occidentali di firmare il Trattato non fu semplicemente ambiguo; fu costruito su due “concessioni” strategiche in conflitto tra loro. La prima concessione, favorevole alla delegazione sovietica, fu inclusa nell’articolo 5, con l’intenzione di precludere alla Nato l’opzione di espandersi a est. La seconda concessione, favorevole alla delegazione americana, fu inclusa nel verbale allegato, con l’intenzione di neutralizzare ogni preclusione legale all’espansione della Nato, nel caso in cui la Casa Bianca avesse deciso di allargare l’Alleanza Atlantica in Europa dell’Est.

[…]

Non sostengo che il Trattato sullo stato finale della Germania del 1990 sia la causa della guerra in Ucraina del 2022. Sostengo una tesi circoscritta: che lì si trovi l’origine di una dinamica conflittuale successivamente sviluppatasi. Non affermo che il Trattato è stato interpretato male dai contendenti, ma che il Trattato stesso conteneva due volontà politiche nemiche e inconciliabili. Il primo e il secondo capitolo affrontano anche la questione della promessa a Gorbaciov sulla non espansione della Nato a est: un tema strettamente connesso alla questione del verbale allegato.

La mia tesi è che Gorbaciov ricevette la chiara promessa che la Nato non si sarebbe espansa nei Paesi dell’Europa dell’Est. Per dimostrarlo, ricorro a due vie.

La prima è la via storica: compulsando i documenti desecretati dai governi coinvolti nelle trattative, mostro che la promessa riguardò non soltanto la Germania Est, ma tutta l’Europa dell’Est. Come mostro nel primo capitolo, Genscher, vicecancelliere e ministro degli Esteri della Germania Ovest, parlando con James Baker, il 2 febbraio 1990, e poi con Douglas Hurd, ministro degli Esteri britannico, il 6 febbraio 1990, precisò che le sue rassicurazioni diplomatiche sulla non espansione della Nato riguardavano tutti i Paesi dell’Europa dell’Est e non soltanto il territorio della Germania Est.

La seconda è la via sociologica: usando il concetto di “logica diplomatica”, mostro che era logico che la promessa a Gorbaciov riguardasse tutta l’Europa dell’Est. Definisco la logica diplomatica come l’insieme delle regole informali, delle aspettative, dei criteri di comportamento e dei presupposti strategici attraverso cui gli Stati interpretano gli interessi, le minacce, gli obblighi e i margini di azione nelle trattative internazionali in una determinata fase storica. Concepisco il linguaggio diplomatico come un comportamento osservabile che permette di inferire qualcosa sulla logica sottostante.

Nella mia impostazione, la logica diplomatica definisce:

1. i comportamenti verbali considerati “normali”;

2. gli interessi ritenuti prioritari;

3. le linee rosse dei governi;

4. le minacce percepite come gravi o esistenziali;

5. gli strumenti diplomatici ritenuti legittimi;

6. i compromessi considerati accettabili;

7. le dichiarazioni interpretate come segnali di amicizia o ostilità;

8. le alleanze considerate plausibili;

9. i rapporti di forza ritenuti insuperabili;

10. il calcolo costi/benefici associati alle dichiarazioni diplomatiche.

[…]

Ricorrendo a Durkheim, affermo che la logica diplomatica è un “fatto sociale”, vale a dire l’insieme dei modi di pensare, di agire e di sentire, esterni e coercitivi, diffusi nella comunità diplomatica internazionale. Collocando le rassicurazioni a Gorbaciov nella logica diplomatica del febbraio 1990, rendo evidente che non era un fatto logicamente “normale” assicurare al Cremlino che la Nato si sentiva libera di espandersi ovunque in Europa dell’Est, fatta eccezione per la sola Germania Est. Le relazioni internazionali tra l’Occidente e l’Unione Sovietica nel febbraio-maggio 1990 rendevano una rassicurazione così limitata “non-logica”. Chiarisco la mia tesi sulla promessa a Gorbaciov ricorrendo a un’ipotesi di scuola in chiave controfattuale basata sulla teoria delle azioni non-logiche di Vilfredo Pareto. Nel primo e nel secondo capitolo, usando soprattutto i verbali degli incontri diplomatici desecretati, mostro che, nei mesi delle trattative per la riunificazione della Germania, la possibilità che i Paesi dell’Europa dell’Est aderissero alla Nato fu oggetto di tensioni. Gorbaciov ha sostenuto che la questione non fu toccata da nessuno. In realtà, egli fu il primo a occuparsene, manifestando la sua preoccupazione alla controparte occidentale, ad esempio, nel suo incontro con Mitterrand del 25 maggio 1990 al Cremlino. Il primo e il secondo capitolo trattano dieci questioni principali sotto Gorbaciov; il terzo e il quarto affrontano otto questioni fondamentali sotto Eltsin; il quinto e il sesto si occupano di 14 questioni decisive sotto Putin. Nelle conclusioni, tocco quattro temi: 1) il Memorandum di Budapest del 1994 e le cause che hanno reso quel trattato obsoleto; 2) le promesse degli Stati nelle relazioni internazionali; 3) il senso di responsabilità dell’Unione europea nella decisione di espandere la Nato verso la Russia, con riferimento alla teoria del leader politico di Max Weber; 4) la capacità della Nato e dell’Ucraina di perseguire i propri fini con l’allargamento a est.