
(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Per quasi tutte le religioni e le tradizioni spirituali, avere fede significa confidare che ciò che accade sia rivolto a un bene superiore e imperscrutabile. I cristiani credono che nel dolore l’essere umano viva il sacrificio di Cristo sulla croce; per la Kabbalah, il Creatore sa cos’è giusto per noi, e le nostre vicende sono il frutto di scelte che abbiamo fatto prima di nascere; l’Islam considera il dolore uno strumento di purificazione spirituale; il buddismo, specie nelle versioni radicali dello Zen, si fonda sul principio che tutto è illusione e vacuità. Si può avere anche una fede laica: pensare che la vita, la morte e la malattia siano espressioni casuali e democratiche dell’essere al mondo.
La vicenda di Alessandro Di Battista, ex parlamentare del M5S, nostro amico e autore per il Fatto e PaperFirst, ha colpito tutte le persone perbene perché interroga la coscienza intorno al concetto più alto di giustizia: perché, in virtù di quale legge divina o biologica, un giovane uomo sano, onesto e generoso viene colpito da un grave malore, mentre anziani despoti che compiono stragi e genocidi vivono benissimo e senza neanche un raffreddore? Da qui deriva la rabbia che proviamo, insieme a una grande apprensione, dal 28 agosto scorso, giorno in cui Di Battista è stato ricoverato a Cuba, dove si trovava per documentare le dure condizioni di vita della popolazione a causa dell’embargo statunitense, sanzione che ha peggiorato anche la condizione degli ospedali (talvolta la sorte sa essere ferocemente precisa). Peraltro tutto è successo prima che Alessandro sciogliesse la riserva sull’ipotesi di rientrare in politica con la sua associazione Schierarsi, impedendogli di afferrare il kairós dei greci, il momento giusto, l’attimo opportuno. Tutto questo ha commosso chiunque abbia un’anima integra, quindi non le canaglie da tastiera, alcune delle quali – giornalisti filo-Nato, politici malvissuti, vippume vario – prima hanno accusato Alessandro di voler rientrare col volo di Stato (“Hai capito l’anti-casta?”), poi, siccome l’ha rifiutato, hanno insinuato che avesse inscenato il malore d’accordo con le cellule putinian-venezuelan-cubane per tornare in Italia da eroe e candidarsi alle elezioni (sono gli stessi che insultano i “grillini” dando loro dei complottisti e seguaci della teoria delle scie chimiche). È il noto atteggiamento razzista e classista dei media padronali nei confronti dei 5 Stelle (ricordate gli insulti alla Taverna perché non veniva dai Parioli?), che Alessandro ha subito anche dopo essere uscito dal M5S, rinunciando a ogni privilegio e senza chiedere niente in cambio, in seguito al sostegno di Grillo al governo Draghi. Non importa cosa dicesse e quanto avesse studiato le questioni geopolitiche: lui era “il Che Guevara di Roma nord”, lo “scappato di casa” colpevole di fare politica senza autorizzazioni dall’alto, come peraltro la Costituzione consente di fare a “tutti i cittadini”, non solo ai “migliori”. I quali migliori, poi, erano e sono i fossili di Pd e FI, i liberali draghiani (competenti per osmosi), i furbi, gli squali, i Renzi e i Calenda che sfornano libri pieni di patetiche autocelebrazioni e pensierini di desolante povertà politica. Di Battista, documentandosi con umiltà, ha dedicato gli anni recenti a denunciare con coraggio lo sterminio a Gaza e le violenze in Cisgiordania contro i palestinesi per mano di Israele; se aggiungiamo che è anche contro il riarmo e la folle non-soluzione di continuare a inviare armi all’Ucraina distrutta, si capisce perché con lui è lecito, ai piani alti di questa società corrotta, non avere pietà.
Ciò nondimeno, noi proviamo nei suoi confronti non pietà, ma una sconfinata ammirazione. Alla domanda di Giovanni Floris se intendesse “combattere” il tumore che l’ha colpito, Alessandro ha risposto nel più nobile e “politico” dei modi: non c’è niente da combattere, lui “sta lì” e si curerà, affidandosi a chi sa cosa fare. Ha rifiutato, quando avrebbe potuto cavalcare la sua vicenda facendo l’eroe, la logica del competitivismo, quella cultura della performance spietatamente darwiniana che pervade la società occidentale fin negli spazi più intimi del vivere: la malattia come debolezza, la prevalenza dell’ego, la trasformazione in intrattenimento social dello sgomento di ritrovarsi soli in un letto di terapia intensiva; ha scansato con delicato umorismo la retorica che ci vuole “guerrieri” negli infortuni, da cui uscire vincitori per volontà e determinazione, a dispetto di quelli che “non ce la fanno”; tra questi, milioni di incolpevoli bambini. Proprio ai bambini, soprattutto quelli palestinesi trucidati da Netanyahu, Alessandro ha dedicato libri, spettacoli teatrali e ogni suo pensiero, persino da Cuba, mentre apprendeva la sua diagnosi. Confidiamo che torni presto a lottare per una società più giusta e a sorridere come lui solo sa fare.