(di Michele Serra – repubblica.it) – Che per l’addestramento di AI siano stati usati milioni di testi d’autore (articoli, libri, saggi, corsi universitari, conferenze, sceneggiature eccetera) senza chiedere il permesso e senza pagare un centesimo, è ormai accertato. Il lavoro degli altri non è un problema che levi il sonno agli artefici così come ai padroni di AI. Il parassitismo è congenito in una macchina che parla solo perché ha assorbito il già detto.

Però, in prospettiva, non mi sembra questo il guaio più rilevante. In quanto autore (ma farei lo stesso discorso in quanto lettore, o spettatore) e soprattutto in quanto persona, penso che il vero guaio sarebbe la falsificazione: ovvero, ammesso che AI impari a scrivere come l’originale, o anche “meglio” dell’originale, la grave, inammissibile manomissione sarebbe che AI parlasse fingendosi “qualcuno”, e prendendone il posto.

Per farmi capire, nel mio piccolo: se AI fosse in grado di scrivere un’Amaca migliore delle mie, me ne farei facilmente una ragione. Ma se AI si spacciasse per me, facendo credere di essere me, mi sentirei violato gravemente, e gravemente violata sarebbe la realtà. La vera sfida – legale, etica, politica – è la trasparenza. Bisogna che ogni singola sillaba di AI appaia, di qui in poi, attribuibile a AI. Bisogna che ogni persona nel mondo, qualsiasi sia il suo livello culturale, sia sempre in grado di capire, quando parla AI, che è AI che ha parlato. Non è questione di diritto d’autore. È questione di tutela della realtà, contro la sua sostituzione. Mentre i fascisti blaterano di sostituzione etnica, la minaccia che riguarda tutti (perfino i fascisti) è la sostituzione della realtà.