
(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Siamo tutti contenti quando un criminale, un ladro, un truffatore, uno spacciatore viene sbattuto in carcere. Quello che succede dopo non ci riguarda più. E invece dovrebbe interessarci parecchio perché, una volta scontata la pena, i condannati tornano liberi. E 7 su 10, poi, tornano a delinquere. Questo succede perché chi amministra la giustizia, a sua volta, viola impunemente la legge, scaricandone il costo sui cittadini ignari. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e al suo reinserimento sociale, e che il trattamento in carcere deve essere umano. Ma il processo di rieducazione è possibile solo attraverso il lavoro durante il periodo di detenzione; invece in quasi tutte le carceri italiane l’unica attività che gran parte dei condannati possono fare è quella di guardare il muro. Sull’umanità di trattamento, basta guardare i dati: i 190 istituti penitenziari italiani sono tra i peggiori d’Europa. Ogni 100 posti disponibili ci infiliamo 138 detenuti, che spesso diventano 150 con punte di 251 raggiunte di recente a Lucca. I numeri del fallimento li denuncia il Garante nazionale dei diritti dei detenuti: nel 2025 si sono verificati 76 suicidi, 1.981 tentati suicidi, 6mila scioperi della fame, 12.700 episodi di autolesionismo (qui). La polizia penitenziaria è sottorganico del 10%, il personale amministrativo del 20%, gli educatori del 6% (qui). Per ogni giorno trascorso in condizioni degradanti lo Stato italiano riconosce al condannato un indennizzo di 8 euro prelevati dalla fiscalità generale. Secondo il rapporto Antigone le istanze presentate ogni anno agli uffici di sorveglianza si aggirano sulle 7000, con una percentuale di accoglimento del 55%. Gli indennizzi però non sanano il danno: quando hai passato qualche anno in carcere in queste condizioni esci migliore di prima? La risposta è no.
Perché i detenuti non lavorano?
Solo imparando un mestiere, il detenuto riesce a immaginare per sé un futuro lontano dalla criminalità. E infatti l’art. 15 dell’Ordinamento penitenziario dice che, «salvo casi di impossibilità», al detenuto «è assicurata un’occupazione lavorativa», in quanto rappresenta «uno degli elementi del trattamento rieducativo». Nella realtà, quando va bene, lavora un recluso su tre, e per poche ore la settimana. Appena il 7,2% di chi sta scontando la pena frequenta corsi di formazione professionale. Di fatto, trascorrono le giornate rinchiusi nelle loro celle sovraffollate a giocare a carte o a fumare, e chi vorrebbe fare qualcosa, anche solo ridipingere una parete scrostata, non può farlo.
Il lavoro per legge deve essere retribuito e le risorse non ci sono. Il risultato di tutto questo è che il 70% di chi esce di prigione, prima o poi ci ritorna. In sostanza risparmi oggi per avere un delinquente in più domani. Infatti un tasso di recidiva così elevato è un danno in termini di sicurezza e un peso economico che grava sui cittadini, visto che per gestire le carceri lo Stato spende 3,4 miliardi l’anno (qui) e ogni detenuto ci costa 150 euro al giorno. Più gli indennizzi. Il governo lo sa, e a giugno il ministro Carlo Nordio ha annunciato lo schema di decreto del Presidente della Repubblica che punta ad aumentare le opportunità occupazionali dei reclusi anche attraverso il credito d’imposta. Sarebbe una svolta, e il condizionale è d’obbligo, visto che finora l’unica risposta al problema è stata questa: nuovi reati, pene più severe e la costruzione (ancora di là da venire) di carceri più grandi.
Il modello-Gorgona
L’ultima isola-carcere d’Europa si trova a Gorgona, a un’ora di traghetto da Livorno. Qui non si registrano suicidi, e uno studio dell’Università Sant’Anna di Pisa stima un tasso di recidiva del 30%, meno della metà della media nazionale.
In questa sorta di Alcatraz italiana – 2,2 chilometri quadrati, delimitati da 5 chilometri di scogliere e piccole spiagge – ci vivono stabilmente soltanto i detenuti e il personale penitenziario. Tra gli «ospiti», assassini, rapinatori, ladri… gli unici esclusi sono i condannati per terrorismo e mafia. Ci finisce solo chi ne fa richiesta, consapevole che la detenzione all’interno di un’isola, se il mare è grosso, può comportare settimane senza ricevere visite. In compenso puoi video-chiamare i parenti e, quando arrivano, c’è l’area pic-nic, gli scivoli per i bimbi, e presto – fondi permettendo – le «stanze dell’affetto» per garantire il diritto alla sessualità in carcere.
Le celle sono come quelle di qualunque altra prigione: bugigattoli dai muri scrostati. Con una differenza. «Prima stavo nel carcere di Perugia – ci racconta Carlos, 45 anni, peruviano – trascorrevo le giornate sdraiato nel letto a castello, contando i buchi del materasso sopra al mio: erano 1.431. Non sapevo fare nulla. Oggi faccio l’elettricista e in cella ci vado solo a dormire». A Gorgona infatti si è obbligati a restare dietro le sbarre solo dalle 9 di sera alle 7 del mattino. L’intera giornata è occupata dai corsi di formazione professionale, di teatro, musica, palestra, campo da calcio, la chiesetta, ma soprattutto si lavora.
Tutti a contratto
Il 100% dei reclusi è assunto con regolare contratto. «La maggior parte è alle dipendenze dello Stato e contribuisce all’automantenimento del carcere», spiega Maria Grazia Giampiccolo, la direttrice del penitenziario. C’è chi coltiva gli orti, chi accudisce i maiali, le galline, gli asini; oppure fa il fornaio o il manovale, pulisce l’isola e fa la manutenzione alle vecchie case dei pescatori, ora abitate dagli agenti. Quasi il 10% è invece ingaggiato dalle aziende private che hanno stretto accordi con l’amministrazione penitenziaria, come la Frescobaldi che sull’isola ha 2 ettari di vigneti, e la Piacenti, che ha in appalto i lavori per la messa in sicurezza dell’antica rocca.
La paga-base di un detenuto assunto per mansioni agricole è di 844 euro lordi; i vignaioli sono i più fortunati perché arrivano a 1.200. Lo stipendio però passa dall’amministrazione penitenziaria, che trasferisce un quinto in un conto vincolato (che il detenuto potrà incassare una volta libero) e trattiene circa 110 euro al mese di contributo al mantenimento. Per legge infatti il detenuto deve concorrere alla spesa per «alimenti e corredo»: 3 euro e mezzo al giorno. Sembrano spiccioli, ma in realtà in Italia quasi nessun carcerato paga, e alla fine il debito viene spesso annullato dai magistrati di sorveglianza. A Gorgona invece tutti lavorano, e quindi tutti pagano.
Un modello a rischio
Gli studi dimostrano che tra i detenuti con un’occupazione lavorativa c’è una percentuale più bassa di depressi, di obesi e di consumo di farmaci. Si riduce anche l’aggressività, e questo a Gorgona è cruciale perché basterebbe poco per trasformare un martello o una falce in un’arma. Proprio per garantire il delicato equilibrio sul quale si regge questo carcere, c’è sempre stata una rigida selezione delle richieste di trasferimento. Nel documento che fissa le linee guida dell’istituto lo si spiega: «La scelta dei detenuti da assegnare a questa sede riveste un’importanza fondamentale al fine di assicurare l’ordine e la sicurezza». Ma negli ultimi anni le maglie dell’amministrazione penitenziaria si sono allargate, lasciando entrare reclusi di «elevata pericolosità», o con pregressi problemi di dipendenza.
Il problema oggi è «chi» entra, ma anche «quanti» ne entrano. La capienza massima è di 89 detenuti, ma si è arrivati si superare la soglia dei 120. Per garantire a tutti un contratto, se prima si lavorava 6 ore al giorno per 6 giorni la settimana, ora si lavora 4 ore per 4-5 giorni a settimana. A complicare le cose, il ventaglio di opportunità occupazionali si sta riducendo per la decisione di chiudere l’allevamento di orate e nel 2021 anche la macelleria e il caseificio.
Qualcosa funziona? Smantellala!
Il carcere sta diventando sempre meno autosufficiente. I pochi pannelli solari presenti non funzionano: l’elettricità si produce bruciando mille litri di gasolio al giorno. Per assurdo, nell’isola non c’è la motovedetta: in caso di emergenza si attende l’intervento da Livorno e se qualcuno si avvicina troppo alla costa si può solo prendere in mano un megafono e ordinare di allontanarsi. La pianta organica prevede 54 agenti di sorveglianza, ma in servizio ci sono appena 26 uomini in divisa.
A giugno il sindaco di Livorno Luca Salvetti ha scritto al ministero della Giustizia: così si «rischia di compromettere l’equilibrio organizzativo e l’efficacia del percorso di reinserimento sociale». Lo dice anche il garante dei detenuti Marco Solimano: «Il problema è tutto politico: invece di investire per esportare il modello-Gorgona nelle altre carceri, si sta importando alla Gorgona tutto quello che non funziona».