Il bonus Natale del 2024 da 100 euro, per pochi nuclei familiari, è il simbolo del flop. Impalpabile il taglio del cuneo fiscale con poche decine di euro al ceto medio. Detassate solo le partite Iva

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un mancettificio a ciclo continuo, in azione a Palazzo Chigi, che ha prodotto tante parole e nessun effetto reale sulla ricchezza. È finito nel dimenticatoio il “bonus Natale”, che il governo Meloni aveva lanciato in pompa magna a fine 2024 con la nobile motivazione di sostenere i redditi più bassi. Ma i 100 euro, destinati solo alle fasce di reddito fino a 28mila euro con figli a carico, sono stati elargiti a una platea limitata. Dando un sostegno impalpabile alle persone in difficoltà.
Eppure, era stata ideata come misura elettorale per le Europee, poi i soldi erano pochi ed è stata trasformata nel “bonus tredicesime”.
Tra le tante mance non è stata la prima, ma la più clamorosa in termini di flop.

Risparmi minimi
La sospensione di un anno del bollo per auto e moto è quindi solo l’ultima mancia in ordine di tempo ed è anche quella a maggiore impatto mediatico dell’esecutivo in carica.
L’intervento, come annunciato dalla presidente del Consiglio, riguarda il 70 per cento dei veicoli e garantisce, in media, un risparmio annuo di pochi spiccioli al mese. Altroconsumo ha stimato «un vantaggio da 113 a euro a 142 euro» all’anno. Anche se fosse un po’ più alto, il risultato non cambierebbe di molto. Si parla di circa 12/13 euro al mese a persona per un impegno di spesa statale di 2,3 miliardi di euro. Fondi prelevati dalle casse delle regioni che attendono, fiduciose, il rimborso dello Stato. Altissima spesa, bassissima resa.

L’effetto, però, è quello del risparmio su una tassa una tantum, quindi di un sollievo momentaneo, ideale per spingere verso l’alto i consensi. Infatti Giorgia Meloni ha lanciato il battage comunicativo del governo che toglie le tasse, innescando la polemica social con Matteo Renzi. «Mi davi del venditore di pentole», ha scritto il leader di Italia viva in riferimento alle critiche della premier sulla sua promessa di cancellare il bollo. «Hai scoperto la differenza tra annunciare e realizzare», la replica di Meloni. Con il senatore di Iv che ha contrattaccato: «Hai annunciato molto, hai realizzato poco».
Scontro a parte, la pressione fiscale resta a livelli altissimi, a fine 2026 dovrebbe attestarsi al 42,9 per cento. Gli interventi generici non contribuiscono a mettere somme sostanziose nelle tasche dei lavoratori. Secondo un sondaggio pubblicato dalla Stampa nei mesi scorsi, 4 italiani su 10 hanno dichiarato di sentirsi più povero. E 5,7 milioni di euro, per l’Istat, è in condizione di povertà assoluta.

Gira e rigira, le mance danno titoli, ma non servono. Un caso di scuola è stato il taglio del cuneo fiscale. Il secondo scaglione dell’aliquota Irpef è passato dal 35 al 33 per cento. Un’iniziativa inserita nell’ultima manovra, con grandi squilli di fanfare, per un costo di 3 miliardi di euro. Il beneficio è stato impercettibile per le buste paga del ceto medio.
La quantificazione è in poche decine di euro per i redditi intorno ai 30mila euro, qualcosa in più per i redditi tra 45mila e 50mila euro. Il vantaggio è stato divorato in pochi mesi dall’aumento dell’inflazione, che ad agosto ha sfondato il tetto del 3 per cento, arrivando al 3,3 per cento.
La spirale rischia di diventare inarrestabile: i costi dell’energia e del carburante si scaricano sui beni di prima necessità. Tra l’altro, proprio a inizio legislatura, Meloni aveva rinnovato il bonus benzina di 200 euro, istituito dal governo Draghi. Un cerchio che si chiude.
Pensioni da caffè
Altra misura cucita addosso alla propaganda è quella del bonus bebè, che ha riaggiornato una vecchia azione del governo Renzi.
Nell’ultima manovra è stata prevista l’erogazione di 1.000 euro una tantum (per i nuclei familiari con Isee inferiore a 40mila euro) per i nuovi nati nel 2026. Se l’intervento sarà confermato, si vedrà in futuro. Le politiche per la natalità passano dagli spot, non da un investimento strutturale. Presa in prestito, questa volta da Berlusconi, l’idea della social card, un buono spesa per le fasce più deboli: la carta Dedicata a te che concede 500 euro per un numero limitato di beni. La spesa per le casse pubbliche, in questo caso, ammonta a poco meno di 600 milioni di euro.

Di mancia in mancia, il capitolo previdenziale resta un altro paradigma della destra al potere. Le pensioni minime a mille euro sono state la grande chimera dell’era di Silvio Berlusconi. Una promessa buona per tutte le stagioni, che non è stata mai realizzata. Il governo Meloni non ha fatto granché, a dispetto delle parole di Matteo Salvini. Lo scorso gennaio la rivalutazione dell’Inps ha portato l’assegno da 603 euro a 611 euro, un aumento di 8 euro al mese. Un caffè al bar per una settimana. A conti fatti, l’unica categoria che ha usufruito di una reale detassazione è quella delle partite Iva con la flat tax per chi fattura fino a 85mila euro.
La tassazione agevolata è in questo caso un vantaggio realistico. Mentre un intervento spot, come quello sul bollo auto, ha una gittata limita. In questo caso servirà per coprire il buco nero degli aumenti del carburante. Dopo la sospensione del bollo per il 2027, non ci saranno altri interventi per frenare i rincari alla pompa. Ma Meloni potrà raccontare di aver tagliato le tasse. Fino alla prossima mancia.