Al-Qaeda e l’Isis sono in ritirata ma il jihadismo ha nuove forme

Nella foto islamisti pachistani protestano dopo il raid ad Abbottabad del 2 maggio 2011 dove venne ucciso Bin Laden

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Un attentato può dirsi riuscito solo se lascia un segno nella mente dei superstiti. Il terrorista vuol vincere, non convincere. Era già così quando con “la propaganda dei fatti” Ravachol lanciava granate nei caffè di Parigi Belle Epoque spezzando partite a carte e languori di valzer. Il terrorista vuole sbalordire. Venticinque anni fa, un quarto di secolo, era l’11 settembre, nelle prime ore di una mattinata newyorkese, scoprimmo che eravamo fragili, che il bel mondo di Clinton “il furbo” era cartone. Abbiamo la memoria corta. Il sangue asciuga in fretta. Venticinque anni dopo Bin Laden, il «terrorista firmato Gucci» come lo chiamava la Cia quando ancora civettava con lui, è cenere dispersa (forse) in qualche oceano. In fondo riflettiamo, non è stato questo sfregio tanatologico un sottile ma esplicito tributo al suo potere: la paura che diventasse mausoleo pellegrinaggio mito? Problema risolto, delitto vendicato dunque?

Nuove stragi hanno monopolizzato la nostra attenzione occidentale, nuove guerre, si applica la parola terrorismo, parola radioattiva, agli Stati non più per i manipoli di bombe umane. Eppure. In Afghanistan gli antichi complici di Bin laden hanno cacciato l’America e ripreso il potere, umiliano le donne e abbattono gli aquiloni. E aprono le prime ambasciate anche in Europa. In Africa la mappa del Califfato nuovo di zecca va dal Sahel alle foreste del Congo e al Mozambico. In Siria un implacabile discepolo dello sceicco Osama è diventato presidente-emiro e riceve abbracci e dollari da Trump. In Palestina Hamas ha resistito a Israele e ha incendiato il Vicino Oriente. Proprio un bel mondo nuovo!

Siamo sicuri che Bin Laden, il volto del Male, che metteva insieme medioevo e modernità, grotte e computer (le sue fatwe incendiarie dall’Hindukush erano scritte su un Macintosh!) non abbia vinto, che non faccia inesorabilmente parte di noi? Come sarebbe felice lo sceicco del terrore nel suo ultimo rifugio pachistano ascoltando le notizie che arrivano dal cuore dell’Europa dove gli infedeli si uccidono, da cinque anni, con nefandezze e rovine che nemmeno sognava. Non vi vedrebbe il segno del favore del suo Allah privato e implacabile? E Hormuz non gli garberebbe? I dannati eretici sciiti bombardati, piagati, in miseria, e questo è bene, ma che resistono al grande Satana con le portaerei arrugginite e la maledizione del gallone di benzina. Contemplerebbe il mondo del nemico in frantumi a cui ha vibrato uno dei colpi decisivi. Con Khomeini e Putin: micidiale triade in cui nulla sembra legarli ma ben oliata dalle nostre asinerie ed ebetudini.

L’11 settembre fu l’attentato perfetto perché abolì in modo clamoroso, in diretta tv mondiale, qualcosa che costituiva l’essenza stessa della strategia militare. Non c’era più campo di battaglia, non c’era più linea del fronte. Ma migliaia di americani potevano essere assassinati gratuitamente, senza motivo, solo perché quel mattino erano là, in quel luogo, al lavoro, al bar, neri, bianchi, gialli, addetti alle pulizie e banchieri per scoprirsi di colpo in balia di una volontà di uccidere senza appello, capace di colpire nel mucchio. Che cosa avrebbe inventato Osama se avesse conosciuto le potenzialità omicide, criminali dei droni? In fondo non stiamo copiando il suo metodo?

Una cosa mi colpì quel giorno: per l’attentato fu usato l’aeroplano, ovvero il simbolo della nostra globalizzazione planetaria, capace di sconfiggere il tempo e lo spazio, convertito al prezzo di poche centinaia di dollari in nemesi.

La globalizzazione del terrorismo: ecco quello che Bin Laden, guastatore globale, ha copiato da noi mandando in pensione il vecchio terrorismo artigianale: trasformare con il timore e il tremore tutta l’umanità in una collettività di morti viventi, apatici o angosciati dalla evidenza della loro vulnerabilità. Un’enorme capacità distruttiva era, modernamente, alla portata del primo venuto. La devastazione fornita in una scatola di montaggio. Non è quello che è accaduto? Tutti quel giorno ci svegliammo, brancolando cercammo le leggi, le spiegazioni: di chi è alleato costui, chi lo finanzia? Ha l’atomica? Un uomo solo aveva dichiarato guerra al nostro mondo. Gli americani sbalorditi constatarono che un enorme numero di cittadini del mondo manifestava una compiacente comprensione nei confronti degli autori del massacro, alcuni perfino entusiasmo. Bin Laden eroe del Sud del mondo!

Un pugno di integralisti suicidi aveva interrotto la nostra bella partita di strapotenti talora prepotenti. Erano portatori di un nichilismo mistico, una religione che funziona come ideologia del castigo. Il saudita delle montagne non mise in campo forze convenzionali: mobilitò l’odio. L’odio che armato di un semplice taglierino valeva quanto e più di armi sofisticate. Non puntava a conquistare territori, questa sarà la sfida di jihadisti suoi eredi, quelli del Califfato. Voleva conquistare menti, promuovere la globalizzazione delle febbri e delle rabbie anti-occidentali.

Così i nostri schemi saltarono, le misure di polizia, la “sicurezza” devono abbracciare lo spazio planetario, sospendere le regole della democrazia e del diritto interno e internazionale. Devono, quelle eccezioni, durare generazioni, erigersi a permanenti. La spedizione punitiva in Afghanistan nelle mire dei parabolari della Casa Bianca divenne invasione, e poi sbaglio clamoroso in Iraq. La trappola di Bin Laden. La morale finisce quando si decide che tutti i mezzi sono buoni, che il fine giustifica i mezzi: era lì che il jihad totalitario voleva portarci. Tre anni dopo l’11 settembre gli americani scoprirono il volto sorridente di Lindye England, brillante soldatessa che tiene al guinzaglio, in posa con il pollice alzato, un arabo obbligato a muoversi a quattro gambe tra le grate di Abu Ghraib.