
(Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Quando, venticinque anni fa, le Torri Gemelle furono abbattute, in giro per il mondo cominciò a salire un muro fatto soprattutto di leggi, spesso anticostituzionali e certamente liberticide, cresciuto per un quarto di secolo senza mai fermarsi. Non è solo un’immagine, che si potrebbe definire anche retorica: è una sequenza di date ben allineate. Che inizia poco più di un mese dopo.
Il 26 ottobre 2001, quarantacinque giorni dopo gli attentati, il titolo quarto del Patriot Act approvato in fretta e furia sull’onda dell’emozione si intitola “Protecting The Border” e prevede già misure sui migranti irregolari, non solo sui terroristi. L’anno dopo nasce il Department of Homeland Security, dalla cui riorganizzazione vengono al mondo ICE e CBP, le sigle che oggi danno la caccia ai clandestini per conto di Trump. Il muro col Messico che lui userà come bandiera elettorale non lo ha inventato: il Secure Fence Act lo autorizza già nel 2006, per 1.125 dei 3.169 chilometri di confine. Lui lo ha solo ereditato e allungato.
In Italia la sequenza è più delicata, perché non parte da zero l’11 settembre. La linea dura sull’immigrazione la scrivono Bossi e Fini già il 19 luglio 2000, come proposta di iniziativa popolare, oltre un anno prima delle Torri, da un banco d’opposizione al governo di centrosinistra: una proposta di minoranza, uno dei tanti cavalli di battaglia con cui la destra tiene viva la sua base. Poi arriva l’11 settembre, e il 2 novembre 2001 quello stesso impianto torna in Senato come disegno di legge del governo Berlusconi da poco insediato. Nel frattempo l’Italia si è già dotata di una sua legge antiterrorismo, la 438 del 15 dicembre 2001. La Bossi-Fini viene promulgata il 30 luglio 2002 ed entra in vigore il 10 settembre: il giorno prima del primo anniversario delle Torri. Da proposta residuale a legge dello Stato, in tredici mesi, con l’urgenza presa in prestito da un altro continente.
È lo stesso periodo in cui cambiano le parole. Fino agli anni novanta chi arrivava scappando si chiamava esule, o profugo: parole che portavano dentro il diritto di essere accolti, il ricordo degli italiani stessi in fuga nel Novecento. Poi diventano migranti, termine più neutro. Poi migranti irregolari. Poi, semplicemente, clandestini, un aggettivo penale travestito da sostantivo, che sposta la persona dal campo del bisogno a quello del reato. E infine si inventa la distinzione più utile di tutte: il migrante economico, quello che non avrebbe diritto di essere qui, da tenere separato per contratto dal profugo, l’unico che un trattato internazionale obbliga ancora ad accogliere. Non è mai stata una differenza semplice da tracciare nella vita reale di chi attraversa un deserto o un mare; è però comodissima da tracciare su un modulo, ed è lì che serve.
La seconda scossa arriva quindici anni dopo, e stavolta parte dall’Europa. Charlie Hebdo a gennaio, il Bataclan il 13 novembre 2015, centotrenta morti; due mesi dopo Colonia, la notte di Capodanno. È in quella finestra che l’AfD tedesca smette di essere un partito anti-euro e diventa quello che è oggi, che la Le Pen di allora getta le basi del Rassemblement National, che il Regno Unito matura il referendum sulla Brexit, anch’esso in parte un muro. Il meccanismo del 2001, un trauma reale usato per legittimare una chiusura già scritta, si ripete quasi identico, con un solo cast di attori diverso.
E qui viene la parte più scomoda, quella che riguarda chi si oppone a tutto questo a parole. L’infrastruttura non l’ha smontata nessuno, nemmeno quando è tornato al governo il mondo presunto progressista, a cominciare dall’abolizione della Bossi-Fini annunciata e mai attuata. Nel febbraio 2017 è il governo di centrosinistra di Gentiloni, su spinta del ministro dell’Interno Marco Minniti, a firmare con la Libia di Sarraj l’accordo che finanzia la guardia costiera libica, quella che negli anni successivi riporterà indietro decine di migliaia di persone verso centri paragonati a lager. Lo stesso anno, sempre un governo di centrosinistra, converte i vecchi centri di identificazione ed espulsione in centri di permanenza per i rimpatri. Minniti la giustificò parlando di tenuta democratica del paese. Vent’anni prima quella stessa preoccupazione aveva un nome diverso e veniva da un altro emisfero politico: il risultato, sulla pelle di chi arriva, cambia sorprendentemente poco.
Sono passati venticinque anni da quando le Torri furono abbattute. Il muro che ci è cresciuto intorno, nel frattempo, non lo ha voluto una sola parte politica: lo ha voluto la destra, e la sinistra lo ha lasciato in piedi. Forse è l’unica vera eredità bipartisan di questo quarto di secolo.