Ha difeso parola e spirito immergendosi nelle contraddizioni del presente

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Per tutta la vita, attraverso migliaia di incontri, di scritti, di iniziative, che hanno segnato la vita intellettuale e civile di questo Paese negli ultimi cinquant’anni, Enzo Bianchi ha cercato di rendere testimonianza alla parola, al verbum oggi più oltraggiato, a quella dimensione profonda del nostro esserci, cui nessuna intelligenza artificiale potrà mai attingere, che una volta si chiamava “spirito”, e che oggi è diventata sinonimo di mero fantasma. Egli ci ha chiamato a ricordare la potenza del nostro spirito, la sua capacità e possibilità di trascendere traffici, commerci, interessi della vita quotidiana, di dirigerli semmai e non esserne diretti, di sentirsi sì immersi inevitabilmente in loro, ma senza lasciare che ci sommergano.
Egli ha cercato di insegnarci a essere liberi. A guardare ovunque: non solo a terra, ma in alto e nel nostro stesso passato. Il passato di Enzo era la vivissima presenza del Vangelo, che indirizzava per lui tutto il futuro. Un solo tempo, dove passato, presente e futuro si contraggono in un solo attimo. Vivere questo tempo è essere liberi. Nulla è meno disincarnato dello spirito. Lo spirito è il cuore che anima la nostra stessa forza vitale. Dunque, in tutto e per tutto vivente con ogni forma di vita. Lo spirito loda la terra e lotta perché non venga devastata. Ama il suo prossimo, si fa prossimo all’altro, e lotta con chi quotidianamente lo massacra. Il suo pane è quello quotidiano, che è anche pane sovra-essenziale, che è anche, appunto, pane spirituale (hyperousion, è detto nel Padre nostro, la più grande preghiera che lo spirito abbia mai dettato). Chi divide spirito e corpo è il dia-bolos appunto, diavolo è colui che spezza ciò che vive soltanto nell’unione.
Monaco d’Oriente e d’Occidente
Enzo era un monaco. Monaco d’Oriente e d’Occidente. Sofferenza atroce per lui che la comprensione di questa necessaria amicizia stesse crollando su tutti i fronti. Segno apocalittico della fine d’Europa. Monaco significa solitario. E può esservi anche il monaco che voglia fare della sua solitudine uno stato assoluto, o, meglio, uno stato di relazione esclusiva col proprio Dio. Il monachesimo di Enzo Bianchi era un altro, in coerenza con la sua spiritualità. Era quello di chi vorrebbe, semmai, insegnare a sapere stare soli. A saper tacere, a non coprire di chiacchiere la parola che manca, fingendo di averne sempre una a disposizione (“virtù” appunto dell’intelligenza artificiale), a sapersi raccogliere in sé, ritornare in sé stessi e confessarsi spietatamente omissioni, negligenze, colpe. Il monaco Enzo Bianchi viveva nella città, i luoghi dove si ritirava a meditare sono quelli da cui continuamente ripartiva per parlare, per incontrare, per polemizzare anche con i “nemici dello spirito”. La città riempiva Bose e La Madia – e loro abitavano nella città degli uomini, come viventi segni di contraddizione.
La solitudine del monaco è ospitale. Come quella dei monasteri del monte Athos. Ora Enzo potrà raggiungere a volo quella sua patria, coltivarne gli orti con Silvano e gli altri mistici che vi hanno vissuto, continuare a preparare con loro le sue marmellate e i suoi sughi – e sperare che a noi sia data la forza di raggiungerli.
Non ho mai capito perché è stato allontanato da Bose.
"Mi piace""Mi piace"
in ogni caso un grande ricercatore biblico e un grande divulgatore.
"Mi piace""Mi piace"
Tutto quello che si sa è che a seguito di un’ispezione del Vaticano fu allontanato a causa di “tensioni interne” riguardanti la gestione dell’autorità e la convivenza comunitaria.
Ciò suggerisce l’idea che fosse mal sopportato all’interno della comunità.
"Mi piace""Mi piace"