(di Michele Serra – repubblica.it) – Fa una certa impressione sentire la signora Zakharova, portavoce del governo russo, citare Gianni Rodari. Lei è tra le voci più violente e sprezzanti di quel regime bellicoso, lui il più gentile, sorridente e pacifico di tutti i poeti, quello che si rivolgeva ai bambini perché non ancora guastati dal potere e dal pregiudizio.

È un poco, all’ennesima potenza, come quando Salvini applaude De André, che è l’opposto antropologico, prima ancora che politico, del capo leghista — non per caso il più putiniano tra i politici italiani. Quando non si hanno poeti a portata di mano, si è costretti a ricorrere ai poeti altrui.

Rodari è una celebrità in Russia (anche in Russia) per meriti poetici che confliggono, uno per uno, con il potere, con la sopraffazione, con il conformismo e con la guerra. «Ci sono cose da non fare mai/ né di giorno né di notte/ né per mare né per terra: /per esempio la guerra».

Provi Zakharova a scandire davanti ai microfoni dei quali dispone (e dei quali nessuna opposizione russa può disporre) questa semplice quartina di Rodari: passerebbe per pazza. Verrebbe destituita dopo dieci secondi. Se le va bene, per i suoi meriti pregressi, riuscirebbe a evitare il polonio con il quale vengono avvelenati i nemici del Capo, e le galere nelle quali vengono rinchiusi.

Comunista, internazionalista, umanista e laico, Rodari credeva nell’educazione e nella fantasia come leve per cambiare gli esseri umani, a partire dall’infanzia. Che cosa di educato e di fantasioso abbia mai prodotto, in pubblico, il regime del quale Zakharova è megafono, non è ancora chiaro. I carri armati? Perché, invece di citare Rodari, Zakharova non prova a leggerlo?