Qual è il risultato della rimozione di Sigfrido Ranucci e della tempesta creata dentro la redazione? E a chi giova?

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Per capire quello che sta succedendo a Report, e dentro la Rai, bisogna provare a togliere di mezzo il rumore di fondo. Quello messo in giro dai fogli di propaganda della destra, dai siti di complemento, dalla politica che cerca rivincite, dai faccendieri dagli interessi oscuri, dalle dichiarazioni sbagliate e improvvide di Sigfrido Ranucci, provando a chiedersi: qual è il risultato della rimozione del conduttore e della tempesta creata dentro la redazione? E a chi giova?
Report è, da tempo, la trasmissione giornalistica più di successo della Rai. Ha fatto inchieste ottime e inchieste discutibili. È vista da qualcuno come un totem di infallibilità, da altri come un programma che troppo spesso procede a tesi. Ha ricevuto centinaia di querele per diffamazione, ma non è mai stata condannata in sede penale. Molte sono finite con delle mediazioni. Poche — lo dicono fonti Rai — a titolo oneroso.
È rimasta, in questi anni, un presidio di libertà dalle ingerenze dei partiti in una tv di Stato sterilizzata, quando non trasformata in strumento di propaganda al servizio del governo Meloni. Ce ne sono altri, fortunatamente. Ci sono conduttori, inviati di tg, autori, non disposti a farsi cantori delle narrazioni di Palazzo Chigi, ma è per loro — con tutta evidenza — sempre più difficile. E lo sarà ancora di più nei mesi a venire, quando la campagna elettorale tenderà a militarizzare ancora di più ogni spazio e ogni risorsa.
È chiaro, da tutte le tracce lasciate in giro dai difensori del governo e dai suoi stessi esponenti, che l’obiettivo della tempesta scatenata su Report sia un indebolimento del giornalismo di inchiesta, soprattutto quando si permette di toccare gli interessi di ministri, vedi alla voce Daniela Santanchè, authority come quella sulla privacy, aziende di Stato o apparati. E che a giovarsene sia una destra che ha messo la trasmissione nel mirino da anni e ha trovato ora l’occasione di colpirla delegittimandone il conduttore.
Mai si è visto un presidente del Senato che mette bocca su chi deve presentare una trasmissione televisiva. O un direttore dei programmi Rai che va ad Atreju definendosi fieramente sostenitore del principale partito di governo, incurante del fatto che questo renda ogni suo gesto sospettabile di ingerenza politica.
A questo punto però bisogna chiedersi: come si difende Report? Come si difende la presenza del giornalismo di inchiesta in una televisione pubblica sempre più attenta a non disturbare il manovratore? Certo non è un modo accettabile, né efficace, l’idea di Ranucci di paragonarsi a Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, adesso perfino Giulio Regeni. Gli attacchi della politica e dei suoi bastonatori sono stati scomposti e violenti.
Gli errori, però, sono stati molti, a partire dal primo: fidarsi di un faccendiere come Valter Lavitola fino a considerarlo il proprio migliore amico. Sostenere che per un’inchiesta si andrebbe a cena con Totò Riina. Fare confusione con la propria vita e il programma che si conduce, come se non potesse esistere al di fuori di sé.
Ci sono errori deontologici nei ragionamenti di Ranucci e ci sono eccessi di vanità nei suoi racconti. Ci sono parole ingiustificabili riferite ad alcune presunte relazioni intime con stagiste di Report che Ranucci stesso rivela nel libro La scelta. Romanzando, dice ora. Senza rendersi conto del dislivello di potere e provando che il Metoo, in Italia, non ha mai attecchito nemmeno a sinistra.
Per difendere Report e l’importanza di una trasmissione di inchiesta nella televisione pubblica, dovremmo forse smettere di costruire totem intoccabili e di pensare che ci siano portatori di verità assolute o programmi sempre infallibili.
Dovemmo guardare agli errori del conduttore — che resta, secondo le carte giudiziarie, pur sempre la vittima di un attentato compiuto da un faccendiere con intenzioni oscure — senza usarli per distruggerne la reputazione, ma senza la condiscendenza dovuta a chi si considera dalla parte dei buoni.
Dovremmo pretendere dalla Rai che assolva alla sua funzione di servizio pubblico con più giornalismo, e meno cautele dettate dalla politica. Ma soprattutto, dovremmo chiedere ogni giorno una riforma che lasci i partiti — e soprattutto i governi — definitivamente fuori dalla tv di Stato, come previsto dal Media Freedom Act europeo. Non è una questione banale, è una questione di democrazia.
E’ questione di democrazia…..proprio cosi’…….!!! Ma per questa “destra” l’ assoluta preferenza è la democratura…..!!!!
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