Dopo il referendum sulla giustizia l’opposizione avrebbe dovuto rendere credibile la coalizione con un programma. Se ci fosse, la questione premiership sarebbe meno incandescente

(di Michele Serra – repubblica.it) – Lo scorso aprile, quando era ancora fresca la secca sconfitta del governo nel referendum sulla giustizia, scrissi su questo giornale un articolo nel quale si chiedeva ai leader dei partiti di opposizione di non perdere tempo ed energie nella questione della leadership, e di rendere credibile, visibile l’ipotesi di una coalizione presentando agli elettori un programma di governo. Siglato il quale anche la questione della leadership sarebbe meno incandescente, perché chiunque ambisse a essere leader lo sarebbe a garanzia di un accordo politico, non degli interessi di uno solo degli artefici di quell’accordo.
Mi permetto l’autocitazione perché sono passati cinque mesi, ma quasi nulla (a parte qualche fotografia sorridente) sembra essere accaduto lungo la via di un’intesa politica solida, nero su bianco. E dunque potrei riscrivere oggi le stesse identiche parole: «Datevi una mossa, voi che guidate i partiti all’opposizione. Tutto ci aspettiamo da voi, nel bene e anche nel male, tranne un faticoso, inespressivo tergiversare tattico, sospettabile di nascondere interessi personali e interessi di partito. Non ne vogliamo sapere niente, delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che vi aspetta: unire le forze e mettere nero su bianco un programma di governo».
Da allora ad oggi si è parlato molto, anzi moltissimo, della questione della leadership e dei modi per stabilirla (primarie sì, primarie no). Pochissimo, o per nulla, degli obiettivi politici condivisi dagli aspiranti alleati, ovvero di ciò che chiamiamo “programma” non per formalismo, ma perché non si capisce quale altro movente, se non una visione concorde delle cose da fare, potrebbe animare una coalizione politica. Che cosa rimane in campo, in assenza di una intenzione politica condivisa, che non sia solo l’affermazione personale dei singoli leader, o aspiranti leader?
Ammesso e concesso che l’informazione politica, per come è congegnata, adora il gossip sui rapporti personali tra i protagonisti, e assai meno il resoconto dell’attività politica quotidiana (nelle istituzioni e sul territorio), rimane il fatto che, sul fronte del programma, o più vagamente del percorso comune che prima o poi, bene o male, volenti o nolenti gli aspiranti alleati saranno obbligati a fare, non si ha notizia certa. Dunque si è autorizzati a pensare che alcun programma comune sia alle viste. Le ragioni di questa omissione, volontaria o involontaria che sia, possono essere queste:
1 – Un programma comune è impossibile, perché troppo grandi sono le differenze politiche tra i partiti coinvolti. Obiezione: ma allora perché mai milioni di elettori, per non dire i milioni di non votanti, dovrebbero dare il loro voto a una coalizione nata morta?
2 – Conte e Schlein, i due azionisti di maggioranza dell’impresa “Campo Largo”, sono convinti in cuor loro che un programma comune sarà possibile, ma solo dopo che le primarie avranno insediato un leader: solamente allora sarà chiaro con quale pugno e quale calligrafia si potrà scrivere il programma. Obiezione: questo è il classico wishful thinking (in italiano, pio desiderio) perché è fortemente in dubbio che gli elettori di Conte, se sconfitti alle primarie, votino Schlein, e viceversa. Le primarie, come detto da molti (quasi tutti) coloro che sono intervenuti nel dibattito, per loro natura dividono, mettendo i candidati in conflitto tra loro. La sola condizione per renderle digeribili sarebbe – non ne vedo altre – che prima, non dopo, i gareggianti firmassero un programma comune, impegnandosi a realizzarlo.
3 – È il concetto di programma in sé a non appassionare i leader del centrosinistra. La considerano solo una lista virtuosa di bei propositi messi sulla carta. Bastano e avanzano, come collante, i famosi valori comuni, la Costituzione, il welfare, la pace che è molto meglio della guerra, i diritti che sono molto meglio della loro ininterrotta abrasione da parte del governo in carica. Obiezione: di andare a votare per i Sacri Principi, francamente, non si sente in giro molta voglia. Non per cinismo, ma per realismo. Nessun governo potrà mai trasformare questo Paese in un Giardino dei Giusti, né padri e madri costituenti risorgeranno dai sepolcri perché la sinistra, per il rotto della cuffia, vince un’elezione. Sarebbe già molto riuscire a far pagare le tasse a tutti o almeno a quasi tutti, difendere la scuola pubblica e la sanità pubblica, fare della sicurezza un tema di convivenza, di rispetto delle leggi, di protezione dei più indifesi e di solidarietà civica; non un tema da sceriffi nevrastenici, come è adesso. E dunque è obbligatorio, non facoltativo, che chi ci chiede il voto ci dica come, in concreto, punta a migliorare le cose nella direzione sopra detta.
4 – Siamo troppo impazienti, noi elettori. Un programma sarà fatto, un leader sarà scelto, è nell’ordine naturale delle cose. La destra ha fallito e dunque, per contrappasso, tocca alla sinistra governare. Accadrà perché deve accadere. Obiezione: sarebbe questa, tra le tante, la peggiore delle ragioni per non accelerare i tempi e lavorare a un programma comune. La sinistra, semmai l’abbia mai avuta, non ha alcuna pezza d’appoggio per vantare una superiorità “di partenza” di fronte alla destra. Non alcun diritto “naturale” al governo: deve conquistare i voti dei cittadini uno per uno, perché è più convincente e più laboriosa, certo non perché è più brava a prescindere. Proprio perché la coalizione oggi al governo non ha un programma comune, è divisa su molte cose e tenuta assieme quasi solamente dall’esercizio del potere, bisogna far valere sul campo una volontà di studio, di lavoro e di applicazione che possa attirare alla sinistra politica (che non brilla per questa qualità) una certa umiltà. Mettersi lì a testa bassa, lasciando da parte le ambizioni personali, e lavorare per un programma di dignità repubblicana, e di sollievo sociale, sarebbe infine una prova di umiltà molto apprezzabile.
Su un punto siamo d’accordo : punti in comune ve ne sono molto pochi di cui l’essenziale è fare perdere Meloni e la sua compagine. Fra poco comincerà la litania del – non trattiamo i temi divisivi- , ma se questi sono il riarmo , l’ aumento del finanziamento Nato, la continuazione della guerra in Ucraina ed il suo finanziamento con miliardi, cosa resterà per la giustizia sociale, la sanità,la scuola ,i trasporti ? L’ aumento della tassazione per i lavoratori . Con queste premesse può solo il legittimo desiderio di mandare questo governo far vincere i suoi oppositori ? Io credo di no.
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