“I programmi sono fatti dalla squadra. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto” Milena Gabanelli, giornalista e prima conduttrice di Report

(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – È un esplicito altolà quello lanciato alla Rai dall’avvocato Roberto De Vita, difensore del giornalista e conduttore televisivo Sigfrido Ranucci, per ribadire che – secondo la magistratura – il suo assistito è una “vittima inconsapevole” dell’attentato ordito dal faccendiere Lavitola, in carcere come mandante. Ed è anche, da parte del penalista, un’intimazione o una diffida a non prendere alcuna decisione contro Ranucci e contro la trasmissione Report, perché “sarebbe inquinata dalle falsità alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno dell’azienda”. È facile immaginare che una tale iniziativa, oltre a “santificare” il conduttore come un martire della libertà di stampa, porterebbe con ogni probabilità a una vertenza giudiziaria disastrosa per la medesima Rai, con relativo risarcimento danni e magari reintegro nel posto di lavoro, come avvenne già per Santoro ai tempi del cosiddetto “editto bulgaro” di berlusconiana memoria.

Ha fatto bene perciò l’amministratore delegato, Giampaolo Rossi, a chiedere un supplemento d’indagine al comitato etico, il “tribunale” interno chiamato a giudicare l’operato di Ranucci al di là delle sue discutibili frequentazioni personali. Se questo “plotone di esecuzione”, composto interamente da funzionari Rai, dovesse individuare presunti danni d’immagine per l’azienda, i suoi stessi componenti rischierebbero di risponderne anche sul piano civile. Ma, soprattutto, si potrebbe aprire di conseguenza un maxiprocesso a carico di tutti coloro – conduttori, artisti e dirigenti – che hanno reiteratamente compromesso la neutralità e la credibilità del servizio pubblico, in termini di pluralismo dell’informazione. Ha fatto bene anche Milena Gabanelli, prima conduttrice di Report, a declinare subito l’invito a tornare alla guida della trasmissione. Altrettanto bene farebbero i colleghi che hanno ricevuto o riceveranno proposte analoghe, per evitare di essere coinvolti nell’Operazione Sigfrido. Non perché Ranucci e la sua redazione siano “intoccabili”. Bensì per il fatto che un eventuale smantellamento o “normalizzazione” di Report equivarrebbe a delegittimare il giornalismo d’inchiesta all’interno del servizio pubblico.

Tra le numerose “falsità” a cui allude De Vita spiccano quelle sui “compensi faraonici” che sarebbero riconosciuti ai redattori di Report, pubblicati dal quotidiano Il Tempo, che fa capo al parlamentare leghista Antonio Angelucci, per screditare una trasmissione sgradita. In primo luogo, non si tratta esattamente di retribuzioni, perché non tutti i componenti della squadra sono assunti in pianta stabile dalla Rai, ma figurano per la maggior parte come collaboratori a partita Iva. E poi, i rispettivi importi corrispondono ai costi complessivi dei servizi, compresi quelli di trasferta, montaggio e produzione. Non ha fatto bene, invece, il presidente del Senato a intervenire sul caso come fosse parte in causa e non la seconda autorità dello Stato. Al pari di qualsiasi cittadino, La Russa ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione e onorabilità in merito all’inchiesta televisiva sulla sua famiglia. Ma, in virtù della carica che ricopre, avrebbe fatto meglio ad astenersi dall’esprimere giudizi su una trasmissione del servizio pubblico, augurandosi che Report “va cambiato” e che “non arrivi uno peggio di Ranucci”: è un’interferenza indebita che travalica il suo ruolo istituzionale. Né tanto meno è giustificabile la sortita del ministro e vicepremier Salvini che s’è spinto fino a chiedere la rimozione del conduttore. Ma è nota la sua pericolosa inclinazione alla giustizia sommaria.