In vasca o su pista, i trionfi azzurri agli Europei certificano i nuovi talenti sportivi. E venerdì tocca alle pallavoliste di Velasco

La meglio gioventù nuota, corre, salta: altro che calcio

(di Leonardo Coen – ilfattoquotidiano.it) – La meglio gioventù d’Italia non gioca più a calcio. Preferisce correre. Saltare. Lanciare. Dieci i titoli europei dell’atletica. Ama Nuotare: 43 podi e 13 ori agli Europei di Parigi, un tripudio soprattutto nei tuffi: 5 i titoli vinti da Chiara Pellacani in altrettante gare, figlia di un progetto che sta trasformando Roma in una delle capitali mondiali dei tuffi. Non solo. La pallavolo femminile, n. 1 del mondo, si appresta a dominare l’Europeo, con il ct Julio Velasco che ha donato alle azzurre due libri a testa (immaginate un calciatore alle prese con Borges, Cortazar, Aramburu…). Abbiamo la napoletana Manila Esposito che sbalordisce il mondo della ginnastica artistica, in questi giorni a Zagabria, regina del corpo libero, un corpo purtroppo vilipeso sui social, pugnalate alla schiena di una ragazza che ha già conquistato 12 medaglie (di cui 7 ori) europee e due olimpiche. Tanto il nostro sport evolve quanto invece è sempre più troglodita chi continua a esibire la subcultura ultrà dell’insulto. Che non intimorisce Manila né impedisce i successi eterogenei dei nostri atleti. Ai recentissimi mondiali universitari di canottaggio in Canada, 11 equipaggi azzurri in finale: 11 medaglie, 4 ori, compreso l’otto, l’armo più prestigioso. Non c’è sport cosiddetto “minore” – invenzione lessicale dei cronisti che consideravano il football padre padrone – in cui gli italiani non si facciano valere. Siamo un Paese di santi, poeti, navigatori e, ormai, di campioni.

L’eroe di questi giorni è il 34enne Gianmarco Tamberi, la Fenice del salto in alto (© l’Équipe). Dopo due anni di tribolazioni, malanni, angosce, conquista la quarta vittoria europea consecutiva. Il miracolo nello sport fa leggenda, e proseliti. Se lo vuoi puoi, ha detto da capitano ai compagni di squadra, “dovete osare”. Detto, e fatto. La staffetta 4×400 maschile ha sconfitto i britannici nell’ultima gara, fatidica per due motivi: a) specialità totem degli inglesi, la cui cultura sportiva è storica e immensa e la distanza del miglio frontiera da abbattere; b) il primato nel medagliere. A parità di ori (9-9), il Regno Unito era in vantaggio per due argenti. E favorito. Beh, gli è andata male. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno lottato come i tigrotti di Mompracem, l’ultimo stoico staffettista, il giovane Benati, ha resistito per tre piccolissimi centesimi davanti al più accreditato Charlie Dobson. Decimo oro azzurro, sorpasso, bis di Roma 2024. Come ha detto il dt della nazionale Antonio La Torre, “il testa a testa con la Gran Bretagna, e batterla, è qualcosa di superlativo”. Grandi prestazioni in tante discipline. Anche senza gli infortuni di Jakobs e Furlani, medaglie sicure.

Nel nuoto, situazione ribaltata rispetto a Birmingham. Infatti a Parigi ha prevalso la Gran Bretagna per un oro (14 a 13): fortunata, perché Thomas Ceccon e Benedetta Pilato hanno perso due gare per un centesimo. Ma in piscina gli azzurri vantano due record mondiali nei 50 dorso di Sara Curtis. Tre vittorie di Simona Quadarella (400, 800 e 1500 sl). Doppietta di Nicolò Martinenghi nei 50 e 100 rana. E una gragnola di argenti e bronzi. A far da corona, a questi successi reiterati da anni, la politica dell’integrazione e dell’inclusione – alla faccia dei Vannacci e degli xenofobi di casa nostra – che, specie nell’atletica, ha reso l’Italia una potenza e dimostrato che il razzismo è una becera forma di ignoranza. Certo, non tutto è oro quel che luccica. Metà delle scuole italiane sono prive di palestre. Siamo carenti di infrastrutture sportive pubbliche, specie al Sud. Quanto a piscine, quarto posto in Europa, grazie al boom delle private: 170 mila (365 mila secondo habitante.it). Quelle olimpioniche sono meno di 100, gran parte al Nord e nel Lazio. Gli iscritti alla Fin, la federazione italiana del nuoto, sono 1,4 milioni, di cui 210 mila tesserati agonistici e federali. Meno imponenti, le cifre Fidal (atletica): secondo i dati Coni, circa 290 mila tesserati. Gli atleti migliori sono stipendiati di Stato (appartengono ai vari corpi militari), chi può permetterselo va ad allenarsi all’estero, molti lavorano in team familiari (come Furlani, Battocletti, Iapichino). Una coincidenza. A contendersi il medagliere di atletica e nuoto sono stati i due Paesi “malati d’Europa”, come ha scritto l’Economist: società invecchiate, industrie in crisi, classi politiche incompetenti. Lo sport, come la fuga dei cervelli?