
(ilfattoquotidiano.it) – Finirà per essere il motto più citato della storia, spesso a sproposito, come i poveri Proust e Joyce menzionati soprattutto da chi non li ha mai letti. “Uno vale uno”, diceva Beppe Grillo. Lo ha ripetuto due settimane fa a Pulp Podcast, facendo la parafrasi: “Non significa che siamo tutti uguali, ma che a tutti va data la stessa possibilità di partenza”. Elly Schlein invece lo ha appena rinfacciato ai 5Stelle (“uno non vale uno”), utilizzandolo come argomentazione a favore della propria leadership :”Abbiamo il doppio dei voti degli altri”. Appunto: quindi uno vale uno, no?
Ma è da anni che lo slogan dribbla definizioni, ripensamenti, polemiche. Già nel 2021 Luigi Di Maio spiegava: “Non significa che uno vale l’altro, le competenze contano”. Forse rassegnato di fronte alla cattiva fama del motto, Conte tentò di allontanarsene nel 2024: “Non significa che se devi assegnare un incarico complicato ci può andare chiunque, è un messaggio sbagliato, significa che la nostra dev’essere una comunità in cui tutti possono contare”. E infatti di quello si trattava, o almeno quello era lo spirito originario quando Grillo e Casaleggio ci riempivano le piazze, accompagnando lo slogan al concetto di democrazia diretta e alla lotta a un potere concentrato nelle mani di pochi. Quasi vent’anni dopo, ne resta una ciclica polemica politica falsata dalle strumentalizzazioni.
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Ma l’italiota ha capito benissimo cosa voleva dire Beppe Grillo, quando contagiava le persone in piazza, quando sfanculava i politici corrotti, gli onorevoli disonorati e tutto il resto. Solo che ora viene più comodo buttarla in caciara, rigirare le parole per cambiarne il significato… come a dire che un laureato in lettere potrebbe scrivere la “Divina commedia”. Le competenze ovviamente servono ma valgono esattamente quanto le competenze degli altri.
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