La situazione in Cisgiordania sembra peggiorare ogni ora di più.

Coloni israeliani, scortati da forze israeliane, entrano nelle aree meridionali e occidentali di Nablus in Cisgiordania il 31 luglio 2026, a Nablus

(ANNA FOA – lastampa.it) – Da domenica 10 agosto due famiglie di palestinesi, con i loro bambini, sono assediate dai coloni nelle loro case, prive di elettricità, cibo e acqua a Qusra, vicino a Nablus. Hanno chiesto aiuto all’esercito israeliano, c’è anche stato un breve scontro fra coloni ed esercito, ma la situazione è rimasta immutata. Anzi, ad essere sgomberate dall’esercito sono state una ventina di famiglie palestinesi, non i coloni. L’esercito è notoriamente molto ambiguo nelle sue risposte ai coloni e un gruppo di soldati ha addirittura pregato insieme ai coloni. Si tratta di uno soltanto dei tanti episodi simili che avvengono con sempre maggior frequenza nel Paese, ma questa volta sembra che l’attenzione dell’opinione pubblica sia cresciuta e che il precipitare della situazione abbia finalmente smosso inedite reazioni.

Le gesta dei coloni sono sempre più definite come atti “terroristici”, un termine che ha avuto grandi difficoltà ad essere applicato agli ebrei fino a questo momento. Ora, lo ha usato lo stesso ambasciatore statunitense in Israele, il repubblicano pastore battista Mike Huckabee, in un post del 13 agosto sui social, scrivendo che «le azioni di coloro che hanno compiuto questo orribile atto di terrorismo, volto a intimidire e molestare questa famiglia, sono ripugnanti».

Una dura condanna è anche venuta dall’ex ambasciatore tedesco in Israele, che ha chiesto che gli stretti legami fra Germania e Israele non si applichino ai territori occupati. Reazioni verbali di condanna e promesse di intervento vengono anche dal governo, ma il dato di fatto è che le due famiglie continuano ad essere sotto assedio.

Dobbiamo inoltre ricordare che disposizioni di legge israeliane dello scorso anno hanno consentito l’uso della detenzione amministrativa solo per i “terroristi” palestinesi, non consentendola per i “terroristi” ebrei. Il che rappresenta un grande incentivo all’immunità dei coloni, come dimostrano le vicende detentive di quelli di loro, pochissimi, che sono approdati nelle carceri.

A spiegare l’attenzione inusuale che questo ulteriore attacco ai villaggi palestinesi ha suscitato in Israele è anche il clima politico preelettorale, il dibattito sugli schieramenti elettorali e sulla partecipazione dei partiti arabi al voto, una partecipazione sempre più considerata fondamentale per le sorti elettorali di ottobre.

Ma già da molti mesi, con l’aggravarsi della situazione in Cisgiordania, le manifestazioni contro il governo hanno richiamato l’attenzione sugli attacchi dei coloni in Cisgiordania. Molti degli attivisti che vi si impegnano sono gli stessi che hanno inventato l’idea della “presenza protettiva”, cioè sono quanti vanno nei villaggi e nelle case in Cisgiordania per proteggere con la loro presenza i palestinesi, li aiutano a portare i bambini a scuola, a proteggere il bestiame e gli ulivi. In Israele è diventato famoso per i suoi video un giovane ebreo israeliano di origine russa, Andrey Khrzhanovskiy, che passa da un luogo all’altro della Cisgiordania documentando gli attacchi dei coloni, sempre aggredito, fermato dalla polizia, minacciato. In un suo recente video che gira sui social ha mostrato i volti dei coloni e dei soldati israeliani colpevoli delle aggressioni. Visibili, riconoscibili. Finiranno un giorno di fronte ai tribunali internazionali o godranno per sempre dell’immunità? O proveranno almeno vergogna e pentimento?

Di questo clima, come sempre, anche il mondo della cultura è partecipe. Un’iniziativa di grande interesse è quella di una fotografa israeliana, Noga Kalinsky, attivista settantenne impegnata nell’attività di “presenza protettiva” ed artista. È sua una mostra sul fuoco, “Burned Portraits”, in cui fotografa la Cisgiordania incendiata dai coloni, la confronta con le immagini del prima, e fotografa le persone, gli abitanti oltre che le cose. Le foto, in una performance che fa parte della mostra, vengono incendiate. Il fuoco le divora, ma anche le trasforma. «Alla fine questo fuoco si rivolgerà contro di noi» dice Kalinsky in una recente intervista al giornale Haaretz.