Non è un mistero che la proposta/imposta del Melonellum incorpora più di una trappola pensata al fine di mettere in difficoltà lo schieramento alternativo. Tra queste, un meccanismo di soglie e di raccolta firme che costringono le forze moderate e centriste del campo progressista a una forzosa unità

(Franco Monaco – editorialedomani.it) – È attribuita a De Gasperi la metafora di un centro che muove verso sinistra. Anche se egli, causa la guerra fredda, sbarcò i comunisti dal governo. E tuttavia, dal centro, il leader trentino fece una politica non priva di afflato riformatore. Non è un mistero che la proposta/imposta del Melonellum incorpora più di una trappola pensata al fine di mettere in difficoltà lo schieramento alternativo. Tra queste, un meccanismo di soglie e di raccolta firme che costringono le forze moderate e centriste del campo progressista a una forzosa unità. Si tratta, per via politica, di fare di necessità virtù, di risolvere una costrizione in una opportunità, di contrastare i particolarismi.
Non è facile. Paradossalmente – la storia Dc insegna – ai particolarismi sono più inclini i piccoli che non i grandi.

Quello meglio messo tra loro, non fosse altro che perché non ha bisogno di raccogliere firme, è Renzi. Lo sappiamo: non gli riesce facile rinunciare al protagonismo. Umiltà e sobrietà non sono il suo forte. Così come si può comprendere la diffusa diffidenza per la sua disinvoltura e la indole corsara della sua politica. Ciononostante, è saggio ispirarsi a una massima inclusiva del vecchio Ulivo: “È escluso solo chi si esclude”.
Tutti utili anche gli altri apporti: Ernesto Ruffini con la sua sensibilità per un programma partecipato come fu appunto quello dell’Ulivo; quello di Più Europa portatore della cultura liberale ed europeista del Partito radicale versione Bonino e dei socialisti che non tradiscono la loro ascendenza di sinistra; quello di varie realtà associative di ispirazione cristiana convenute di recente a Roma nel solco delle Settimane sociali con la loro idea-forza di una democrazia pluralistica e partecipata opposta alla “capocrazia” della destra; quello di Onorato di una rete di amministratori con il loro pragmatismo civico che solo dovrebbero allontanare da sé l’ombra di una eterodirezione (e dunque di un connotato artificioso da laboratorio) da parte di loquaci strateghi romani.

Giusto richiamare la matrice pluralistica dello stesso Pd, ma anche prendere atto del tramonto della velleitaria autosufficienza di esso a suo tempo coltivata da Veltroni prima e da Renzi poi. Facendo rivivere la vocazione coalizionale e pluralistica che fu di Prodi e smarrita dal primo Pd.
Tutt’altro caso quello di Azione. Non mi spingo al punto da mettere in dubbio che Calenda sarà di parola andando a elezioni in autonomia, né di qua né di là. Tuttavia il suo posizionamento, politicamente, sempre più si qualifica come all’insegna di una terzietà non strettamente equidistante. Anche preterintenzionalmente. Lo si evince da dettagli che dettagli non sono, insisto, politicamente.
Egli oggi sta all’opposizione e, dal punto di vista della destra al governo, è già un risultato che non partecipi al cantiere dell’alternativa. La sola con ambizioni e chance di governo. Non è un mistero che, per tale ragione, Meloni sia disponibile a fargli ponti d’oro. Lo ha segnalato Il Foglio. Vera o falsa che sia è filtrata l’ipotesi di un sostegno della destra della candidatura della ex dem Elisabetta Gualmini a sindaco di Bologna.

Del resto, anche nel confezionare la proposta/imposta di legge elettorale un occhio di riguardo – soglie e firme – lo si è riservato ad Azione. In questa luce, l’approdo di ex Pd ad Azione, cioè a una formazione comunque altra rispetto al campo dell’alternativa e non a un soggetto diverso dal Pd ma interno al centrosinistra, attesta come effettivamente costoro fossero fuori posto in un partito che, per missione, è proteso a fare da perno dell’alternativa alle destre al governo.
E quanto spesso fossero strumentali o almeno forzati i loro quotidiani distinguo espressi sui media della destra e di quelli falsamente indipendenti generosissimi nel dare loro visibilità. Vedi la caricatura polemica della Picerno, ex Pd e neo-azionista, che ora bolla il Campo largo in cui stava sino a ieri come Campo-Lavrov. Francamente troppo e di cattivo gusto.
Altro piccolo indizio: la toccata e fuga in Azione delle due vestali del berlusconismo Carfagna e Gelmini, evidentemente mai sfiorate dall’idea di concorrere a una reale alternativa alle destre. Non a caso prestissimo rientrate non in FI che comprensibilmente non gradiva riprendersele, ma in Noi Moderati, che sempre più si configura come una sottomarca di FdI. Con La Russa che candida Lupi a sindaco di Milano.
Sarebbe ingeneroso definire Azione un centro che guarda a destra, ma non è fuori luogo osservare che si tratta di un centro che fa comodo alla destra.