La geografia storica, assai minuziosa, ricostruisce i confini neocoloniali dopo la Prima guerra mondiale e si inerpica sulle contraddizioni che hanno dato vita allo stallo attuale

Le mappe per capire il Medio Oriente

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] “Tutto quel che dite su noi jihadisti è come se leggeste l’ultima pagina di un libro. Il libro dovete leggerlo dall’inizio”.

Questo dichiarava a proposito dei terribili atti terroristici di Parigi del 2015 l’unico sopravvissuto del commando terroristico, Salah Abdeslam. Lo ricorda, a pagina 17 del suo nuovo libro Israele e Palestina in 10 mappe (Venezia, Marsilio), Laura Canali: una nostra “vecchia” conoscenza, dal momento che dal 1993 è la cartografa della rivista di geopolitica Limes diretta da Lucio Caracciolo.

È irrituale, scorretto e magari inelegante affermare, da parte di un recensore che avvii il suo scritto, che se avesse potuto leggerlo anche solo quindici giorni prima di consegnare alle stampe un suo corposo volume dedicato a Israele e Palestina il contenuto di esso sarebbe stato radicalmente diverso. In realtà, questo saggio di esemplare equilibrio e di linearità cartesiana – attraversato tuttavia da un esprit de finesse pascaliano che solo di rado peraltro affiora – ripercorre con una straordinaria densità espositiva le vicende del “Medio Oriente” dell’ultimo ottantennio, vale a dire dal fatidico 1948 con la fondazione dello stato d’Israele richiamando una quantità di dati e di questioni, in realtà precedenti e in qualche caso antiche, e terminando con un tuffo mozzafiato (è il caso di dirlo) nel Mediterraneo sudorientale con i suoi ricchissimi giacimenti offshore. Quello stesso Mediterraneo orientale alcune aree del quale, secondo un’antica leggenda ripetuta anche dai nostri cartografi e dai nostri marinai medievali, erano caratterizzate da fondali irraggiungibili anche dai più lunghi scandagli.

[…] Laura Canali non si definisce una cartografa, o quanto meno sembra non amare definirsi tale. Sta di fatto che il suo metodo di lavoro, inappuntabilmente descritto nell’Introduzione, è quello di una storica e geografa che dovendo trattare di un territorio comincia con il descriverlo analiticamente e puntigliosamente alla ricerca dei suoi caratteri originali. Ne è risultato qui un libro di sintesi potentissima, incentrata forse su qualcuna in più delle “10 mappe” che gli forniscono il titolo, e che accompagnano, commentano e chiariscono un’analisi che, anche dal punto di vista propriamente narrativo, risulta esemplare.

Il primo capitolo ci consente di posare concretamente i piedi per terra, sulla terra oggetto del nostro discorso. Non si comincia – come ancor oggi amano fare invece molti libri di storia – da un’antichità più o meno remota, nell’illusione “cronolatrica” che quello sia il “principio”. Il nostro reale principio, piaccia o no, è lo hic e il nunc dal quale ha origine la nostra problematica, non quanto può averla obiettivamente preceduta. Ecco dunque la realtà degli ora e sempre mobili e incerti “confini” (la rivista Limes muove fin dalla sua fondazione da questa problematica), delineanti una quindicina di realtà statuali dalla struttura e dalle vicende storiche diversissime tra loro, e sovente frammentate nonostante le “unità” etnolinguistiche o etnoreligiose che in vario modo le caratterizzano. La Cipro attualmente greco-turca, la Siria dalle nobilissime antiche origini oggi frammentata dopo la lunga esperienza autoritaria assadista, l’Iraq lacerato tra sunniti e sciiti, il Libano dalle radici addirittura fenicie che ormai è soltanto l’ombra di quella che più di mezzo secolo fa era la felicissima “Svizzera del Vicino Oriente” e oggi è il teatro principale dello scontro fra Israele ed Hezbollah, il mondo degli insediamenti curdi – che ancora alla vigilia del primo conflitto mondiale avrebbero fatto la gioia del presidente statunitense Wilson alla ricerca di gruppi che per la loro omogeneità linguistica e religiosa avrebbero potuto incarnare le condizioni ideali per fondare uno “stato-nazione” e che oggi sono dispersi ai margini di quattro stati ad essi estranei, il mondo arabo esploso una volta “liberatosi” (?!) dall’egemonia turco-ottomana e ormai scomposto in stati e staterelli tra Giordania e Yemen, infine l’Israele ebraico-sionista (e i due termini, attenzione, non sono affatto sinonimi): come definire ragionevolmente tutto ciò, come farne oggetto di un discorso unitario nonostante la molteplicità delle sue connessioni, spesso drammatiche?

[…]

Ed è qui che la capacità di ordinare esegeticamente e di risolvere in termini concretamente storici di cui Laura Canali dispone si presenta nel modo più alto e più pieno. Il centro geostorico e concettuale di questo complesso Vicino Oriente, al quale impresse un nuovo corso la Prima guerra mondiale con lo scellerato patto neocolonialista in ritardo tra mister Sykes e monsieur Picot e con l’ambiguità forse involontaria comunque nefasta della lettera di Lord Balfour al barone Rothschild (per non parlar delle “prodezze” diplomatiche di Sir Winston Churchill, lui sì – con la signora Gertrude Bell – “cartografo criminale”!), si può definire soltanto facendone la storia. È la storia delle migliaia di profughi sionisti che riuscirono a fondare un loro nuovo “stato ebraico” che molti ebrei si rifiutano di riconoscere e che seppero elaborare perfino una neolingua che dalle radici bibliche è assurta in un secolo circa a idioma illustre per una sua altissima qualità letteraria. È la storia di una quantità di tribù arabe (musulmane per la maggioranza, qualcuna cristiana) e di un pugno di “grandi famiglie” aristocratiche abitanti l’antica Palestina e incentrate concettualmente su al-Quds (“la Santa”: il nome arabo di Gerusalemme), ma divise al loro interno da innumerevoli faide. Da questi due nuclei, eterogenei al loro interno e differenti tra loro, si è sviluppata la storia di uno “stato occidentale”, “unica democrazia (sic!) nel Vicino Oriente” e un insieme di nuclei urbani e d’insediamenti extraurbani che non sono riusciti e, magari in maniera differente, non hanno mai né voluto né potuto giungere all’auspicata e reiteratamente invocata forma dei “due popoli – due stati”.

Di questo fallimento storico, di questa bomba a orologeria mai disinnescata. Di questo problema aperto a ogni tipo di “non-soluzione”, Laura Canali traccia con sapienza e abilità una storia incentrata su alcuni “argomenti-cardine”: la questione della ripartizione delle acque e dell’approvvigionamento idrico, le caratteristiche dei meccanismi e delle istituzioni della “difesa” israeliana, il problema di Gerusalemme, il trauma del 7 ottobre del 2023 con tutte le sue conseguenze (a cominciare dal genocidio), la ferita ancora aperta della “striscia di Gaza” e del suo incerto futuro (che non sarà mai comunque quello della Côte d’Azur frutto del vaneggiamento trumpiano), l’indicibile presente e l’inimmaginabile futuro dei campi profughi con il loro squallore ch’è una vergogna per l’intera umanità, la “caccia all’oro sommerso” che si sta già scatenando attorno ai giacimenti gassosi mediterraneo-orientali.

[…]

Insomma: un gran brutto pasticcio per ora irrisolvibile (pur ammesso, e chissà quanto concesso, che il peggio non debba ancora venire) e un gran bel libro che adesso ce lo rende se non altro un po’ meno incomprensibile. A Laura Canali un’ideale standing ovation, tuttavia accompagnata da una sola critica limitativa che riguarda tuttavia non già l’Autore, bensì semmai l’Editore Marsilio (che mi è carissimo e che è anche uno di quelli con i quali collaboro). Le belle mappe di Laura, anche quando sono a colori come quelle di Limes, richiedono già pazienza e lente d’ingrandimento; ma quando sono in diciamo così “bianco-e-nero”, come in questo libro, divengono un’immensa landa di varie “sfumature di grigio” davvero ostiche alla comprensione. Con l’auspicio, dunque, di una bella seconda edizione magari aggiornata (i libri come questo hanno purtroppo il difetto d’invecchiar presto) e valorizzata dall’indispensabile ancorché costosa policromia.