Torna in una nuova edizione il saggio-manifesto del fondatore di Slow Food. Leggerlo è capire che il peso delle ingiustizie non deve mai scoraggiare la volontà di migliorare noi e il pianeta

(di Michele Serra – repubblica.it) – Nell’Evo della Quantità — consumi massificati per masse smisurate — come è possibile avere fede nella qualità come via d’uscita, e farlo senza essere elitari, senza puzza sotto il naso, al contrario partendo dai bisogni popolari, dalla vita quotidiana delle comunità che producono e consumano, dalle relazioni economiche, culturali e politiche tra gli esseri umani? Non so se Carlo Petrini si sia mai posto in questi termini la domanda. Forse era troppo occupato a organizzare il suo esercito disarmato e gentile, professori e studenti, contadini e intellettuali, gastronomi, cuoche, cuochi, attivisti di una rivoluzione alimentare che vede nel cibo, nella sua produzione e nel suo consumo, davvero “il primario” — ciò che viene prima di ogni altra cosa. Il nutrimento: la vita che si alimenta. La vita che rinnova se stessa e, quando ci riesce, quando ne ha facoltà, la vive in pienezza. Vive non solo perché deve farlo, vive perché le piace vivere. «Diritto al piacere»: così lo chiamava, anzi lo chiama, Carlin.
Era troppo occupato, Carlo, a fare le cose, a tessere la sua rete, a inventare i luoghi e i modi per mettere in relazione gente di ogni Paese. A tirare su una Università e a chiacchierare con il suo amico Papa. A visitare il mondo e a mantenere salde le sue radici in Langa. Ad accogliere i contadini di Terra Madre arrivati da ovunque, longitudini e latitudini dove si coltiva, si mangia e si vive con inimmaginabile varietà, facce da National Geographic, e a tenere stretto il legame con quella trattoria, quel ristorante di paese, che lo vedevano arrivare in cucina come un amico in visita e al tempo stesso come un capo che dava coraggio. Un loro amico diventato capo o forse un capo divenuto tale proprio perché amico. No, non aveva tempo da perdere, aveva troppo da fare per lasciare varchi al dubbio che la sua forza fosse troppo piccola per contrastare i giganti. Il dubbio che la qualità, nell’epoca della massificazione e della globalizzazione, corresse il rischio che corrono le utopie.

Bello, sì. Bravo, sì. È giusto quello che dici. Ma credi veramente che serva a cambiare qualcosa? Quasi dieci miliardi di esseri umani è un numero che atterrisce. Il diritto al piacere di cui parlava Carlo, quanto peso può avere in un mondo pullulante di stomaci vuoti e di bambini poveri da sfamare, di schiavi piegati nei campi, e di campi piegati per migliaia, milioni di ettari all’agroindustria, la stessa pianta brevettata (anche Madre Natura è privatizzata) che occupa estensioni immense cancellando, con l’aiuto di sorella chimica, ogni altra specie? E agli allevamenti/macelli cinesi alti venti piani, centinaia di migliaia di maiali stipati come pezzi di ricambio, bestie uguali a bulloni della catena alimentare, vita trattata come merce inerte, come puoi illuderti di opporre l’allevamento virtuoso, con l’animale che vive in continuo scambio con l’uomo, ben nutrito, ben curato, libero di pascolare, di calcare la terra dove tutti si nasce e si muore? Come fai a parlare di benessere animale a chi non vede negli animali esseri viventi, solo merce, come fai a spiegare che la biodiversità è «il sistema immunitario della natura» a una società sempre più uniforme, ossessionata dai numeri, irreggimentata dalle regole del profitto a breve termine, il profitto veloce e ingordo che cancella le differenze, spiana ciò che ritiene inutile perché non immediatamente fruttuoso, non conosce altro tempo che non sia il presente e spreme la Terra come un limone, la sfrutta oggi per ritrovarla sterile domani? All’uomo che taglia il ramo sul quale è seduto, come fai a spiegare come è fatto un albero? L’albero è slow, l’ingordigia è fast. Nel tempo che occorre a ragionare, e a “sentire” il respiro del mondo, i ladri di ciò che appartiene a tutti — la Terra! — hanno già provveduto a fuggire con il loro bottino e trasferirlo in Borsa. I fondi di investimento sono padroni del mondo, e lo sono proprio tecnicamente: possiedono tutto, dai colossi tecnologici alle filiere dell’immaginario, dalle grandi aziende alimentari alle squadre di calcio, dai nostri dati personali a porzioni di territorio che fanno impallidire gli antichi latifondi. E forse possiedono anche i governi.
Per sua e nostra fortuna, questo stato delle cose non ha mai scoraggiato Carlo, nemmeno per un attimo. Il suo modo di stare in società e il suo lavoro non hanno ceduto di un millimetro alla constatazione che sì, la battaglia è durissima. La lezione che ci lascia, e in questo libro è messa bene in riga, è semplice e forte: bisogna fare le cose che si credono giuste. E questo fare segna il mondo, lo cambia anche solo di poco, ma lo cambia. È prassi, è opera, un segno che si imprime. È qualcosa di vivo e di visibile, puoi toccarlo con mano. È un piatto pieno. Se ci si attarda a considerare l’ingiustizia e il torto, la gigantesca sproporzione tra il potere degli arroganti e il potere dei gentili, ci si perde d’animo e si spreca l’occasione. Ripenso a Gino Strada. Che disse: adesso faccio un ospedale in Uganda. E non lo faccio tanto per fare, così come suggerirebbe il mediocre senso comune occidentale — come vuoi che debba essere, un ospedale in Uganda? È già tanto se ce l’hanno, un ospedale in Uganda. No, al contrario: proprio perché è in Uganda lo faccio bello, lo faccio con Renzo Piano, e lo faccio con materiali di avanguardia, prestazioni di eccellenza, e gratuito, perché tutti devono essere curati nello stesso modo. Curati bene, indipendentemente da quanti soldi hanno in tasca.
Utopia, tipicamente utopia. Però lo ha fatto per davvero. Ha fatto un ospedale buono, pulito e giusto. Anche Carlin ha fatto tutto per davvero. Ha pensato, lavorato, scritto, viaggiato come se fosse naturale e necessario farlo, senza farsi troppo impressionare dalle difficoltà dell’epoca, dalla differenza tra il mondo così come lo sta modellando il potere finanziario e il mondo come potrebbe essere, più prossimo ai bisogni e ai diritti degli esseri umani. «Senza dare la colpa all’epoca o alla Storia», cantava Gaber. La vera colpa, per quelli come Carlo Petrini, è non fare nulla, persona per persona. Ha lasciato un segno profondo, fortissimo. Un segno politico, prima di tutto. Proviamo a pensare come sarebbe diversa, la politica, più utile, più credibile, più incisiva, se agisse con uguale fede nella differenza tra il giusto e l’ingiusto. Dico una cosa, faccio una cosa, non perché la considero opportuna, di immediata utilità elettorale: ma perché credo sia giusta. La cosa giusta da fare. Qualcosa che darà i suoi frutti magari non subito, ma nel medio e lungo termine. Se c’è una cosa che la politica dovrebbe imparare dalla natura, è la cognizione del tempo.
Buono, pulito e giusto non è uno slogan che parla solamente al mondo della produzione e del consumo del cibo. Parla alla società nel suo complesso, e soprattutto alla politica. Buono: perché la qualità della vita riguarda ogni vivente. Il piacere di vivere non è un’opzione per pochi privilegiati. Vivere bene piace a tutti, è l’ambizione di tutti, e dunque non bisogna accontentarsi, bisogna cercare la qualità. Pulito: perché la cura del mondo è nelle nostre mani, e sporco è il gioco degli avidi e degli sfruttatori. Giusto, perché nessun piacere può esistere se a scapito degli altri. Il piacere è una virtù sociale. Se si è contenti di stare insieme, di condividere il pane, il vino e tutto il resto, allora si è contenti per davvero. Quando si è soli in casa non si allestisce la tavola con la stessa energia, la stessa felicità con la quale ci si prepara ad accogliere gli amici. Grazie Carlo per averci insegnato che l’amicizia è uguale al pane. Tutto il resto viene dopo.

Il libro
Buono, pulito e giusto di Carlo Petrini (Slow Food, pagg. 342, euro 18, con la prefazione di Michele Serra che qui pubblichiamo)