Dalla Turchia al Cile, abbiamo mappe dettagliate di cui si deve tenere conto

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Se ne stanno acquattate sotto terra e per la maggior parte del tempo non le vedi e nemmeno le senti. Laggiù, a migliaia di metri di profondità, sono impegnate ad accomodare i movimenti continui delle placche litosferiche del pianeta Terra: permettono a una placca di montare sull’altra, a due placche di scorrere lateralmente e ad altre due di separarsi per dare vita ad un oceano. Non possono arrivare più in profondità di 800 km: non ce ne sono in senso stretto nel mantello terrestre, a quel livello lì tutto si rifonde e diventa plastico. Invece esse non sono duttili, sono fragili, permettono la rottura della crosta e lacerano la superficie, ma non sempre sono visibili.
Sono le faglie, fratture con spostamento che interessano le rocce della Terra e che generano i terremoti. El Pilar, in Venezuela, è una faglia, e come tutte le faglie deve scaricare l’energia di cui si caricano le placche. Ieri lo ha fatto, scatenando due terremoti ravvicinati di magnitudo 7,2 e 7,5 Richter (una coppia sismica con due scosse entrambe principali) che hanno messo in ginocchio un’intera regione e squassato una nazione.
Ma non è colpa delle faglie sismogenetiche se i sapiens muoiono, la colpa è dei palazzi che crollano perché sono vecchi, inadeguati, costruiti male, non manutenuti, degradati e spesso piegati a esigenze che non tengono in conto la sicurezza. Ancora una volta il terremoto non ti uccide, ti uccide la casa, nel caso specifico abitazioni pure in cemento armato, ma di concezione arcaica o mal costruite, schiacciate al suolo come frittelle. Nelle immagini si notano fuoriuscire dai muri sventrati i tondini di ferro divelti che, come si vede, non sempre sono garanzia di salvezza. Per non dire del cosiddetto effetto-sito: palazzi che crollano al suolo vicini ad altri che resistono, pur essendo coevi e di simile costruzione e altezza. In questo caso la differenza la fa il substrato geologico su cui è stata impostata la fondazione.
La faglia El Pilar separa la placca caraibica da quella sudamericana, permettendo a quest’ultima di spostarsi verso occidente in ragione dell’incredibile velocità di 2 centimetri all’anno. Grandi placche in movimento veloce significano grandi faglie e terremoti violenti, ragione per cui, in genere, in Italia non si supera M 7,5 Richter (stimata, a posteriori, solo una volta per il sisma del Valdinoto del 1693), viste le dimensioni contenute delle placche in gioco nel Mediterraneo e le velocità ridotte.
El Pilar corre per circa mille km e quasi il 20% si è riattivato durante questo terremoto, a circa 15-20 km di profondità con uno scorrimento laterale (è una faglia trasforme). Il tutto in una nazione sismica in cui si sono registrati almeno 5 grandi terremoti negli ultimi 130 anni, di cui almeno uno di magnitudo anche maggiore di quello di ieri. El Pilar è cugina delle grandi faglie sismogenetiche della crosta terrestre, a cominciare da quella arcinota di San Andreas, anch’essa trasforme, che corre da San Francisco a Los Angeles per un migliaio di km, e che è in attesa di scaricare la sua energia dopo il catastrofico terremoto del 1906. Se la geodinamica resterà quella, in qualche milione di anni la città di Los Angeles avrà raggiunto la posizione di San Francisco. Ci sono poi le grandi faglie del Cile e dell’Alaska, in grado di generare terremoti fino a magnitudo 9: il più forte mai registrato sulla Terra fu proprio in Cile, nel 1960, con M=9,5 Richter, seguito da quello di Anchorage (in Alaska), nel 1964, di M=9,2 Richter. In questi casi sono in gioco anche faglie di raccorciamento crostale, cioè di scontro fra placche.
Non mancano le faglie più vicine a noi, a partire da quelle anatoliche, la faglia Nord-anatolica, che prima o poi colpirà anche Istanbul (responsabile del terremoto di Izmit nel 1999), e quella dell’Anatolia orientale, responsabile dell’ultimo sisma turco, quello di Gaziantep, nel 2023, con M=8 Richter.
Poi la grande faglia della Valle del Giordano e del Mar Morto, che separa l’Asia dall’Africa e ha generato i terremoti della Palestina, a partire da quelli la cui eco si risente fino nella Bibbia: cos’è il crollo delle mura di Gericho al suono delle trombe, se non la spiegazione mitologica del rombo di un grande terremoto e dei danni da esso causati? Tutte queste sono faglie a movimento orizzontale, dove un settore scorre accanto all’altro. Estese faglie solcano infine la regione del Mediterraneo, soprattutto dove la placca africana si infila sotto quella europea, generando sismi distruttivi dalla Grecia a alla Dalmazia.
L’Italia, per le ragioni prima citate, non possiede grandi sistemi di faglie, fatta eccezione per la scarpata che segna la Sicilia orientale fino a Malta e lo stretto di Messina, dove sono attesi i nostri terremoti più violenti e dove il tessuto urbanistico è lontano dal poter reggere magnitudo superiori a 6,5 Richter. Si può anzi dire che, per ciò che concerne il rischio sismico, quella è la regione a più elevato rischio dell’intero Mediterraneo. C’è poi una famiglia di faglie sub-parallele che percorre tutto il nostro Appennino in direzione nord-ovest/sud-est, dalla Garfagnana fino alla Calabria e che è responsabile dei nostri tipici terremoti, quelli che hanno addirittura creato il paesaggio montuoso della penisola. Qui i meccanismi di rottura delle rocce non sono tanto legati alla spinta fra due placche o al loro scorrimento laterale, quanto al riassestamento per gravità della catena montuosa. Perciò da noi le scosse di replica sono così numerose e perdurano anche anni, pure se dopo scosse principali non necessariamente molto energetiche.
Ogni volta che la terra trema a causa di un terremoto particolarmente forte, le nostre certezze sembrano minacciate fino dalle radici: per questo i sismi sono forse gli eventi naturali che generano le paure più profonde. Oggi possediamo una mappa mondiale delle faglie sismogenetiche accurata come mai prima e dovremmo tenerne conto. Ma, come pure per gli eventi vulcanici o idrogeologici, i disastri non esistono, esiste solo la nostra incapacità di fare prevenzione costruendo bene o spostandoci dalle zone troppo pericolose. Esistono gli eventi naturali, che al giorno d’oggi diventano catastrofici soltanto per colpa nostra.