
(di Michele Serra – repubblica.it) – «La cosa più facile per far morire un’idea è santificarla», dice Alberta Basaglia, figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro, spiegando perché è contraria all’idea di proclamare la rivoluzione psichiatrica di Basaglia «patrimonio dell’Unesco» (come la pizza, suggerisce Alberta con lo humour che questa istituzione ormai pletorica si attira; e anche Luigi Manconi, commentando la generosa insensatezza della proposta, cita la pizza e lo yodel come tipici casi dell’andamento epidemico dei riconoscimenti Unesco).
Piuttosto che trasformare il padre in un santino sarebbe meglio mettere fine alla regressione autoritaria che, non solo in psichiatria, minaccia di fare tabula rasa di quell’approccio umanistico e sociale della malattia psichica che Basaglia mise in opera: è il succo di quanto Alberta, psichiatra anche lei, dice nella bella intervista a Sara Scarafia su questo giornale.
Colpisce, leggendola, l’orgoglioso spirito di resistenza con il quale, non solo in campo psichiatrico, le persone avvezze a un approccio scientifico e umanistico (in senso lato: culturale) della condizione umana si oppongono alla corrente, che tira a semplificare ogni questione riducendola, in sostanza, a ordine pubblico e basta. La reclusione dei “matti” come soluzione che soddisfa lo stigma sociale che circonda la malattia psichica ma prescinde dalla salute e dalla dignità delle persone (tantissime, e in costante aumento) che ne sono afflitte.
L’illusione di estirpare dolore e paura, piuttosto che affrontarli e provare a curarli, è la terribile scorciatoia che la politica, in molte parti del mondo, sta imboccando. Contro la paura, dice Alberta Basaglia, si può e si deve agire: «Ma mai negandola: se si impara a viverla, se si ha la percezione di viverla insieme, si affronta».
Del nucleo della critica storica di Basaglia padre, non è stato affrontato.
Franco Basaglia espresse forte preoccupazione per il futuro della Legge 180 poco prima di morire nel 1980. Temeva che lo Stato si limitasse a chiudere i manicomi senza sviluppare una vera rete di cura sul territorio. Fu una lucida e amara profezia.
Semplice trasferimento di oneri: Basaglia notò subito il rischio che la riforma scaricasse il peso dei malati sulle sole famiglie, lasciate senza supporto pubblico.
Mancanza di investimenti: la legge impose la chiusura dei manicomi, ma la politica non stanziò le risorse necessarie per creare i servizi territoriali alternativi.
Boicottaggio istituzionale: denunciò dimissioni precoci e inopportune, fatte appositamente da alcuni settori medici per dimostrare che la legge non funzionava.
Le conseguenze dello “sviluppo mancato: L’applicazione a metà della riforma ha creato profonde differenze in Italia.
Abbandono assistenziale: in molte Regioni i Centri di Salute Mentale (CSM) sono rimasti sottofinanziati e a corto di personale.
Nuove forme di isolamento: la mancanza di strutture intermedie ha spesso trasformato le carceri o le case di cura private nei nuovi luoghi di contenimento.
Eccellenze a macchia di leopardo: solo poche realtà locali hanno sviluppato il modello cooperativo e inclusivo immaginato a Trieste.
Il movimento di Psichiatria Democratica avanzò proposte per lo sviluppo della legge.
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