Il ruolo dell’emissario di governo Deodato e il pasticcio Metropolitan –

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Alessandro Giuli vorrebbe essere ricordato come un libero intellettuale casualmente approdato alla carica di ministro della Cultura, e in quell’alto seggio eroicamente impegnato a difendere la libertà sua e della cultura medesima. Purtroppo (per lui, ma soprattutto per noi) ognuna di queste speranze è destinata a naufragare miseramente.
[…] Il grottesco servilismo dell’Accademia dei Lincei (o d’Italia?), che ne ha presentato in pompa magna un risibile libercolo stampato a spese del contribuente, non basta certo a camuffare la tragicomica inadeguatezza da semicolto, che deflagra ogni volta che prenda la parola; per non dire di quando venga ritratto mentre rende omaggio a eroi coloniali, travestito da nazista dell’Illinois. Ma, soprattutto, Giuli è libero e indipendente da Giorgia Meloni quanto un’ombra è libera dal corpo che la getta. L’ultima dimostrazione di tanta coraggiosa autonomia è l’incredibile decreto (datato al 25 maggio scorso) col quale il ministro ha rinnovato il Consiglio d’amministrazione della Galleria degli Uffizi. Brilla, tra tutti, il nome di Carlo Deodato: nientemeno che il segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ecco che, con questo solo nome, gli Uffizi diventano una succursale di Palazzo Chigi: attraverso un filo direttissimo che sottopone il massimo museo italiano al controllo personale del capo del governo. Quale autonomia avrà il direttore del Museo con una simile figura nel suo Cda? Non che il direttore attuale smani per essere, e apparire, indipendente dai padroni del Paese: come certifica la sua imbarazzante partecipazione, giusto un anno fa, alla memorabile manifestazione di Fratelli d’Italia “Spazio cultura”, dove egli prese la parola tra Mollicone, Donzelli, Arianna Meloni, e sotto l’alta coordinazione culturale di Mario Sechi: toccando così il punto più basso in un’apparizione pubblica di un direttore degli Uffizi. Almeno finora.
[…] Accanto all’emissario di Chigi si allineano altri due nomi assai parlanti. Quello del professor Alessandro Campi, ordinario di Storia delle dottrine politiche a Perugia, a lungo organico alla destra (già direttore della fondazione di Gianfranco Fini) e tuttora sensibile al revisionismo storiografico e al rilancio di valori nazionalistici. E poi quello di Stefano Mugnai, già deputato di Forza Italia, candidato trombato della destra alla presidenza della Regione Toscana e oggi dipendente del Comune di Firenze. Del resto, lo stesso Deodato ha le carte in regola sul piano ideologico: già braccio destro di Renato Brunetta, “fece parlare di sé nel 2015, quando fu relatore della sentenza del Consiglio di Stato contro le nozze gay, e si scoprirono i suoi tweet contro i diritti delle persone lgbt” (così il Fatto). Cosa abbiano a che fare costoro con il governo dei musei, cosa sappiano degli Uffizi è un mistero: anzi, è tragicamente chiaro. Ed ecco allora il “colpo di genio” del callido Giuli: che va a New York a vedere la mostra su Raffaello e decide di nominarne nel Cda degli Uffizi la curatrice che lì lo aveva guidato (“come spiegava bene, signora mia…”). A mo’ di foglia di fico: a colmare, cioè, due vuoti, quello di una donna, e quello di qualcuno che abbia qualcosa a che fare con la storia dell’arte. Peccato che Carmen Bambach non sia solo un’autorevole collega storica dell’arte, ma sia anche conservatrice in un grande museo straniero (appunto il Metropolitan di New York) strutturalmente interessato al prestito di opere delle Gallerie degli Uffizi: il che comporta un evidente, quanto altamente inopportuno, conflitto di interessi permanente. […]
Tutto questo disastro certifica due cose. La prima è che questi famosi patrioti fanno solo danni alla Patria. E che, straparlando di nazione dalla mattina alla sera, poi prendono il patrimonio storico e artistico della nazione e lo affidano alla loro fazione: e non cambia solo una consonante. La seconda è che avevamo ragione quando, in non molti, scrivevamo che la riforma Franceschini avrebbe messo i musei nelle mani della politica, e che si trattava di fatto di una pistola puntata alle tempie del patrimonio culturale, e di una pistola che la destra avrebbe usato. Ecco, dunque, lo sparo: uno dei tanti di questo osceno governo. Postilla personale: ieri sera ho rassegnato le dimissioni dal comitato scientifico degli Uffizi, nel quale ero stato designato dal Consiglio Superiore dei Beni culturali nel 2021. Rimanere lì dentro, a dare consigli a un museo governato così, significherebbe essere complici. E almeno questo no: non in mio nome.
Professore concordo con Lei… dimissioni giuste perchè l’avrebbero trascinata nella loro melma.
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