Il caso Roggero tra giustizia e populismo: il dilemma della destra

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – «Cari concittadini, come molti di voi anche io sono colpita dagli episodi di violenza che si succedono in misura crescente nelle nostre città. E capisco il senso di allarme e di insicurezza che essi producono. Ma possiamo per questo accettare che ognuno allora si faccia giustizia da solo? Esistono delle leggi che regolano i limiti in cui può essere esercitata la legittima difesa: e sono limiti ragionevoli fondati sulla proporzionalità». E ancora: «Se in un diverbio per strada in seguito a un incidente automobilistico qualcuno mi dà una spinta, non posso tirare fuori una pistola e sparargli. In un episodio oggi venuto all’attenzione delle cronache nel quale si lamentano due rapinatori uccisi mentre fuggivano, ben tre diversi gradi di giudizio hanno concordamente stabilito che tale proporzionalità non era stata osservata: che la reazione della persona vittima della tentata rapina era andata ben oltre i limiti stabiliti dalla legge. E per questo essa è stata condannata. Capisco il sentimento di ribellione che si può provare di fronte a una tale condanna. E so che è inevitabile che ci sia chi cerca di sfruttare tale sentimento per dire che non si fa nulla contro la criminalità, nulla per combattere l’insicurezza, che così non si può andare avanti, e magari invitarvi a votare per lui. Ma fermatevi un attimo a pensare alle conseguenze di questo invito. Dovremmo allora stabilire che a un’offesa, a un’aggressione di qualunque entità, magari anche a un tentativo di borseggio, a uno scippo, sia lecito rispondere in qualsiasi modo, con l’uso più largo e indiscriminato della violenza? Ogni volta sparando e uccidendo il responsabile della violenza in questione? È davvero questo che secondo voi il governo dovrebbe fare? O davvero pensate, magari, che i giudici non dovrebbero applicare la legge, dovrebbero chiudere un occhio, lasciar perdere? Che la legge va bene per punire uno spacciatore, uno scafista, chi occupa abusivamente una casa, ma per un negoziante che insegue per un centinaio di metri fuori dal negozio un ladro che ha cercato di rapinarlo e una volta che lo ha raggiunto lo fredda con una pistolettata, anzi ne fa fuori due, ebbene per costui invece la legge non va applicata?»
Mi domando: se nei giorni passati Giorgia Meloni, invece dell’appoggio più o meno esplicito alla causa del gioielliere Roggero, avesse fatto un discorso più o meno come questo, a quanti elettori del suo partito e in generale della coalizione di governo esso sarebbe dispiaciuto? Io credo a una frazione in fin dei conti irrilevante. Sarebbe stato, d’altra parte, il discorso appropriato per l’esponente di una destra liberal-conservatrice, all’insegna del rispetto della legge senza se e senza ma. E sarebbe stato anche un discorso diciamo così coraggiosamente educativo, volto a far ragionare i propri elettori e in genere i cittadini del Paese che governa. Per l’appunto come è giusto che siano i discorsi dei capi politici. Che, proprio perché tali, è bene che stiano un passo avanti rispetto ai propri seguaci, non un passo indietro. Sono buoni tutti, infatti, in una data circostanza ad adeguarsi a quanto chiede la maggioranza vocale della propria parte e magari la stessa opinione pubblica. Ma chi governa ha un compito diverso: quello di fare la cosa che ritiene migliore per il Paese, naturalmente secondo il proprio personale giudizio.
Quello di Giorgia Meloni coincide davvero in questo caso con quello del generale Vannacci? Non lo credo. Anche perché non si può ad aprile essere coraggiosamente garantisti a proposito del referendum sulla giustizia e a luglio, invece, essere a favore della giustizia fai da te nel caso Roggero. In realtà è solo con la paura del possibile richiamo demagogico vannacciano che si spiega la presa di posizione di Meloni. Ma ha un’idea il premier di quanti voti può perdere se si lascia influenzare da quel richiamo? Direi di più: a quale personale ridimensionamento politico va incontro se si piega al ricatto del generale?
Contro le minacce del quale è impressionante come da Fratelli d’Italia non mi sembra che ci sia stata finora nessuna vera risposta. Eppure sono tanti i punti deboli, dell’avventura politica del fondatore di Futuro Nazionale, a cominciare dal suo passato. Dal ruolo di addetto militare a Mosca al suo attuale sostegno di fatto alla politica estera russa, dalle affermazioni più che oltranziste sugli argomenti più vari contenute nel suo libro al ruolo fin dall’inizio ambiguo e doppio svolto nella Lega.
Non si tratta forse di altrettanti punti che richiedono qualche spiegazione? Sui quali avrebbe senso chiedere al generale qualche chiarimento? Perché invece Fratelli d’Italia sembra evitare accuratamente di farlo? Perché sembra invece preferire accodarsi in qualche modo a Vannacci, in questo modo, tra l’altro, aiutandolo a legittimare la sua resistibile ascesa?