(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – La Flotilla, piaccia o meno agli idioti e ai colli torti, è divenuta la pietra dello scandalo. La prova provata che questo Israele chiude ogni varco di umanità al mondo, negando e rimuovendo un fatto assodato: a Gaza v’è etnocidio, distruzione e dispersione di un popolo alla fame. Su questo, ahi noi, non v’è distinzione tra destra e sinistra. Entro cui inserire un’azione politica feconda di alleanza, umanitaria e politica. Poiché quasi tutto il panorama interno israeliano considera da un lato la Flotilla una proiezione del nemico, e dall’altro ciò serve a Israele per negare l’impronunciabile. L’inammissibile, il perturbante da negare, su cui destra e sinistra, salvo minoranze esigue, convengono: il genocidio. Che — per evitare la trappola biologica del Terzo Reich — io definisco etnocidio, nel senso di distruzione della dignità di un popolo, della sua anima e delle sue basi materiali di esistenza. Come già dal 1944 teorizzò Lemkin, inventore del termine genocidio nelle sue varie accezioni. Da Gaza alla Cisgiordania.

Ecco dunque spiegato anche il parallelismo tra il negazionismo israeliano trasversale e quello nostrano oggi, da destraccia a riformisti o pseudo tali. Inclusa purtroppo la sinistra per Israele, tipo il Riformista, che riduce tutto a notiziola, o la coppia Verità e Libero, e la Vandea del Foglio o L’Inkiesta. Emblematica quest’ultima stamane: “Flotilla e opposti estremismi, avanguardia del nemico e reattive oltranze Ben Gvir”.

Il punto è invece molto chiaro, fuor d’ipocrisia e isteria perbenista. Sta avvenendo oppure no la distruzione di un popolo? Sta trascinando Netanyahu il mondo verso un nuovo abisso? Se è sì, allora non si scappa e dunque non ci si chieda più quanto fruttuosa sia tatticamente la Flotilla. Perché essa è un gesto non politico e totalmente fuori dalla cosiddetta etica della responsabilità. Ovvero totalmente dentro la denuncia dell’inammissibile. Fatto etico. Etnocidio perpetrato da un Paese che, da destra a sinistra, si è ormai trasformato in Stato etnico e — nella morsa della guerra — sempre meno democratico. Stato apartheid, dove la sinistra residua si rifiuta di allearsi con i partiti arabo-palestinesi interni, e dove i cittadini arabi, formalmente tali, sono divenuti di serie B.

È una profonda mutazione genetica questa, che va avanti da decenni e che si è impennata dopo l’assassinio di Rabin nel 1995 e gli errori di Arafat con il rifiuto dello Stato cantonale del 2000, che poteva essere una base di partenza.

L’afflusso infatti, nei decenni, di russi, sefarditi mediorientali, falascià con natalità crescente, ha modificato la morfologia di Israele, rendendola di fatto etnofoba e integrista, reattiva. A questo punto quali gli spiragli e quale mai l’opposizione da aiutare? Sempre più difficile. Ci si chiede se, insomma, Israele non sia divenuto un Sudafrica da isolare e contrastare sul piano internazionale, in attesa di un De Klerk e di un Mandela, per porre fine a un apartheid di fatto sotto una necessaria pressione internazionale, che occorre promuovere assieme alla ricerca di residue sponde democratiche interne a Israele e in vista delle elezioni.