
(Stefano Rossi) – Oggi, a L’aria che tira, mi sono convinto che ci debba essere una larvata voglia di offuscare, se non infangare, l’immagine, e il ruolo, del presidente Mattarella.
Vi sono stati alcuni interventi del sen. Francesco Paolo Sisto, di FI, viceministro di Nordio, che mi inducono a rafforzare tale giudizio.
Oggi ha parlato di ruoli ben definiti tra il presidente della Repubblica, ministro della Giustizia, procura di Milano: i secondi e i terzi non possono esprimere pareri, secondo lui, e la decisione finale spetta solo al Capo dello Stato (e qui siamo tutti d’accordo).
Egli ha esordito dicendo che la l’istanza di grazia è stata inviata dalla Minetti direttamente al Quirinale, il quale, ha trasmesso gli atti al ministero della Giustizia per l’istruttoria. E qui, già debbo ricordare la bugia del giornalista de La Verità, Massimo De Manzoni, che insiste nel dire che Nordio non ha poteri istruttori.
Poi, il ministero trasmette gli atti alla procura competente (Milano), per svolgere le indagini. Finite le quali, gli atti finiscono di nuovo al ministero della Giustizia e, qui, Sisto dice: “Non è un passacarte. E’ un giudizio limitato alle indagini svolte dalla procura”. Riferendosi al compito del ministero e del ministro della Giustizia.
Poi, l’impostura inaudita per un avvocato e viceministro della giustizia: “Il ministero, ha ragione la presidente Meloni, non ha alcuna responsabilità”.
E qui si chiude il cerchio.
Tradotto: la colpa è tutta di Mattarella.
Incalzato dal giornalista Antonello Caporale, del Fatto, Sisto dice una cosa giusta nella forma, sbagliata nella sostanza: “Tutti i cittadini hanno diritto, se hanno diritto, ad avere dei provvedimenti a loro vantaggio o a loro svantaggio”.
Cioè, l’istanza della Minetti non poteva essere rigettata solo per i suoi trascorsi pregressi; come dire, siamo tutti uguali di fronte alla legge. Ma non è così.
Eccome se pesano i trascorsi. Financo il codice penale, che Sisto conosce bene, prevede aggravanti per la recidiva.
Un conto è chiedere il porto d’armi se sono incensurato e ligio davanti la legge, un conto se ho precedenti, se sono violento, se sono stato condannato per porto d’armi abusivo, ecc.. Non siamo tutti uguali davanti la legge e i trascorsi possono pesare come macigni.
Poi, il costituzionalista Stefano Ceccanti, diceva che, dopo la sentenza n. 200 del 2006, con la quale la Corte Costituzionale ha deciso che la grazia è un potere esclusivo del presidente della Repubblica, quindi, se c’è stato un errore, questo è solo di Mattarella.
“Se il potere fosse duale, se avessero deciso insieme allora sì, se non ci fosse stata quella sentenza della corte allora ci sarebbe stata anche una responsabilità politica”.
E Sisto annuiva tutto soddisfatto.
Quindi, alla domanda del conduttore “Nordio se ne dovrebbe andare via?”.
Con molta sicumera, Ceccanti, ha risposto di no.
Quello che balza agli occhi, è che ben due giuristi di alto rango, come Sisto e Ceccanti, non hanno mai ricordato la Costituzione che, in questi casi, è l’unica guida che deve seguire un giurista.
Dal combinato disposto degli artt. 89 e 90 della Costituzione, si evince che:
1) il presidente della Repubblica è un irresponsabile per gli atti da egli compiuto;
2) l’atto di grazia, di esclusiva pertinenza del Capo dello Stato, deve essere controfirmato dal Guardasigilli; non per l’efficacia del decreto, ma perché il ministro firmatario, cioè, Nordio, sarà sempre responsabile davanti la legge.
Questo inevitabile effetto è stato del tutto censurato da due che avrebbero dovuto ben spiegare come stanno le cose e non lo hanno fatto, pur conoscendo molto bene la materia.
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Per chi vuole approfondire la questione, bisogna approfondire la sentenza citata.
Dunque, l’allora presidente Ciampi volle concedere la grazia a Ovidio Bompressi, di Lotta Continua, condannato a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Il ministro della Giustizia, Castelli, si oppose fermamente non trasmettendo mai gli atti al Quirinale. Venne così adita la Corte Costituzionale per Conflitto di attribuzione.
La questione venne decisa con la sentenza n. 200 del 2006.
Con tale sentenza, venne deciso che la grazia spetta solo al Capo dello Stato quale organo supremo e super partes, lontano dagli interessi politici. Ma, per tale atto di clemenza, il Capo dello Stato ha bisogno di altri organi per l’istruzione della causa ed essere messo in condizione di decidere al meglio, secondo questioni di diritto e di umanità.
Ecco cosa scrisse la Corte: “Il Ministro in tal modo sarebbe chiamato a contribuire, nel segno di una leale collaborazione tra poteri, alla formazione della volontà presidenziale mediante lo svolgimento di attività cui dovrebbe essere attribuita valenza essenzialmente “istruttoria” … quale tipo di relazione intercorra tra il Capo dello Stato, titolare del potere di grazia, ed il Ministro della giustizia, il quale, responsabile dell’attività istruttoria e quindi a tale titolo partecipe del procedimento complesso in cui si snoda l’esercizio del potere in esame, è chiamato a predisporre il decreto che dà forma al provvedimento di clemenza, nonché a controfirmarlo e, successivamente, a curarne l’esecuzione”.
Come non rimanere basiti, increduli, e pure sospettosi, dalle dichiarazioni dei due giuristi, Sisto e Ceccanti, che ritengono che il ministro non sia responsabile?
Come non pensare male, quando la sentenza n. 200, più volte citata dai due, dichiara palesemente, e non potrebbe dire diversamente la Consulta, che il ministro Guardasigilli cura l’istruttoria, cioè, ne cura i contenuti affinché il Capo dello Stato venga messo nelle migliori condizioni per decidere al meglio l’eventuale atto di grazia?
Nella sentenza, poi, si ricorda quanto disposto dall’art. 681, c.p.p., a seconda che il richiedente sia internato o libero. Si legge nella sentenza: “Nel primo caso è il magistrato di sorveglianza che, acquisiti tutti gli elementi di giudizio utili e le osservazioni del Procuratore generale presso la competente Corte di appello, provvede alla loro trasmissione al Ministro della giustizia, unitamente ad un motivato parere.
Nella seconda ipotesi è, invece, direttamente il Procuratore generale a trasmettere al Guardasigilli le opportune informazioni con le proprie osservazioni”.
Appare evidente come, tutti i passaggi, tra magistrato di sorveglianza e procuratore generale, si accompagnano a pareri sull’opportunità di concedere o meno l’atto di clemenza. Sono osservazioni e giudizi del tutto personali, non vincolanti che tengono conto di quello che è emerso dall’istruttoria.
Non vincolanti perché, come detto, solo il Capo dello Stato deciderà alla fine.
Ma ecco un passaggio della sentenza, più volte citata, che guarda caso non è stato ricordato.
“La valutazione di suddetti elementi, ed in particolare dei pareri espressi dagli organi giurisdizionali, è effettuata in sede ministeriale. A conclusione della istruttoria il Ministro decide se formulare motivatamente la “proposta” di grazia al Presidente della Repubblica ovvero se adottare un provvedimento di archiviazione”.
Alla faccia del ministro che non c’entra nulla!!!
Nordio aveva la facoltà addirittura di archiviare!
Non lo ha fatto. Ha preferito trasmettere gli atti al Quirinale e, la sentenza, spiega che lo deve fare con formula motivata, cioè, anch’egli trasmette un parere motivato.
Poiché nel caso di specie, risulta che tutte le autorità che si sono prodigate alla conclusione dell’istruttoria, e abbiano trasmesso al Quirinale pareri positivi e non ostativi alla concessione della clemenza, il ministro della Giustizia controfirma assumendosi la piena responsabilità, ex art. 89 della Costituzione.
Egli si salverebbe solo quando abbia formulato un parere negativo, ma il presidente abbia comunque dato seguito al decreto di grazia.
Ma non è il caso tra Mattarella e Norio.
Quindi, dopo quanto precisato dalla Corte Costituzionale, dopo aver letto e riletto gli artt. 89 e 90 della Costituzione, risuonano molto curiose e sospette gli interventi di Sisto e Ceccanti, i quali, sembrano più interessati a difendere chi è responsabile dell’istruttoria e non chi non può assumere alcuna responsabilità.
Concludo guardando lontano.
Un governo in piena crisi: politica, con la sconfitta referendaria; economica, non potendo sforare il bilancio; crisi internazionale dagli esiti molto incerti; sondaggi che cominciano a intravedere una flessione nella maggioranza; una certa Marina Berlusconi che impone i suoi “segugi” a capogruppo in Parlamento e convoca, in casa sua il ministro degli Esteri come fosse un suo dipendente; Mondatori, che è sempre Marina Berlusconi, con “Chi”, che fece un servizio rigenerativo alla Minetti; mi pare che sotto la cenere covi tanto fuoco.
Molto fuoco che arde in attesa di capire il momento migliore per far terminare la legislatura senza un Capo dello Stato troppo ingombrante che possa determinare le sorti delle elezioni.
Se lo si mette in difficoltà sarà meglio per questo governo.