Il sospetto è che per superficialità l’azione ministeriale abbia finito per favorire un interesse del tutto privato

(Flavia Perina – lastampa.it) – Di chi deve fidarsi il Presidente della Repubblica se non di un ministro che ha prestato solenne giuramento davanti a lui, in una formula che vincola non solo al rispetto della Costituzione ma ad agire «nell’interesse esclusivo della nazione»? Gli evidenti difetti dell’istruttoria sulla grazia a Nicole Minetti, inoltrata da Carlo Nordio al Quirinale con un convinto placet, rischiano di infrangere questo assoluto rapporto fiduciario. Il sospetto è che per superficialità, distrazione, fretta (escludiamo la malafede per carità di Patria) l’azione ministeriale abbia finito per favorire un interesse del tutto privato, e cioè il desiderio della signora di liberarsi anche del modesto impiccio dei servizi sociali, avvalorando ragioni umanitarie assai volatili.
Il dossier presentato dagli avvocati, convalidato dagli uffici ministeriali e trasmesso al capo dello Stato con parere positivo, rappresentava una storia di redenzione manzoniana, la vicenda di una sventurata entrata in una nuova vita con un compagno finalmente solido, l’adozione di un bambino orfano e malato, i viaggi della speranza in America per operazioni e cure impossibili da eseguire in Italia e rifiutate dai medici di Milano e Padova per la loro complessità. La necessità di stare accanto a quel bambino e dare continuità alle terapie all’estero era il nocciolo della richiesta di perdono. Una vicenda esemplare, che ha fatto breccia nella prudenza assoluta con cui Mattarella ha utilizzato la clemenza presidenziale, nel suo secondo mandato appena 27 volte su 1500 istanze presentate. Un “no”, visti i pareri favorevoli di Procura e ministero, sarebbe risultato tra l’altro come un eccesso di accanimento verso l’ultima e più giovane protagonista degli scandali del Bunga Bunga, un puntiglio rancoroso ormai inutile dopo la scomparsa di tutti gli attori principali di quella stagione.
Ora sappiamo che quel racconto era romanzato, c’è un bambino ma probabilmente non c’è una Gertrude. Ora sappiamo che gli approfondimenti richiesti da Nordio alla Procura milanese sono stati assai sommari, limitandosi a chiedere conferma di qualche dato anagrafico e un giudizio sulla possibile reazione delle “persone offese”. Ora il governo, e soprattutto il suo ministro della Giustizia, si trovano davanti alla necessità di gestire un doppio sfregio. Il più rilevante riguarda il rapporto fiduciario con il Colle che è il centro dell’assetto istituzionale della Repubblica: un rapporto che Sergio Mattarella ha ostinatamente coltivato anche nei momenti più difficili come il recente “aggiustamento” del decreto sicurezza. Ricambiarlo con questa moneta è una ferita personale ma anche un oltraggio politico in senso lato: il Presidente è la figura istituzionale in cima alla classifica della fiducia degli italiani, e di questa popolarità si giova l’intero sistema.
Ma c’è una seconda lesione, sulla quale il centrodestra dovrebbe riflettere attentamente anziché sbracciarsi come è successo ieri nella difesa pregiudiziale dell’operato del Guardasigilli. L’istituto della grazia è la massima espressione della giustizia sostanziale in contrapposizione con la cieca applicazione della legge. È la pietas che il coro supplica per Antigone, è l’atto di umanità che il sovrano concede a chi ha già pagato caro il suo errore. Sporcarne l’utilizzo, anche con il semplice sospetto di manipolazioni, non fa bene alla causa garantista che il mondo conservatore rappresenta da sempre come suo riferimento essenziale. E, soprattutto, non può incontrare il favore dell’opinione pubblica: non siamo in America, dove le grazie sono diventate un business milionario per gli studi legali che ne istruiscono e ne mandano in porto a mazzi di mille l’anno.
Al di là dell’esito degli accertamenti aggiuntivi sul caso Minetti, il fatto stesso che sia stata coinvolta l’Interpol, che fonti mediche finora abbiano smentito la versione di un piccolo malato inoperabile in Italia, che la stessa Minetti si sia limitata a minacciare querele senza dare chiarimenti sulle ambiguità della sua posizione, rivelano che lo scoop del Fatto Quotidiano ha toccato punti critici. L’esecutivo è a un bivio. Può assumersi la responsabilità delle sue azioni (o mancate azioni) secondo verità, e mettere al riparo il Quirinale da ulteriori code polemiche. Oppure può alzare una di quelle cortine fumogene in cui l’Italia è purtroppo specialista, facendo prevalere la ragion di governo su ogni altro dovere, compreso quello di trasparenza e lealtà verso il presidente della Repubblica. Nel secondo caso, non farebbe un buon servizio né a se stesso né al Paese.